Articoli nella categoria ‘Me stesso’

Estate diciassette

Scritto il 30 agosto 2017 nella categoria Brallo,Me stesso

Negli anni passati spesso facevo un riassunto dell’estate, come questo: Estate quattordici.

Come è stata l’estate diciassette? Beh come tutte le estati è stata intensa, strana, densa, divertente, bella.
E’ stata l’estate dei soliti 28 giorni di lavoro tuttiggiorni tirati, delle grigliate dopo tanto tempo, venute veramente bene. L’estate di Voghera’s Got Talent che ci ha fatto divertire.
L’estate dei dubbi, dei pensieri, di aver paura di fare del male a qualcuno. L’estate dell’incendio a Barostro. L’estate di Bogliasco e della sua spiaggia.
L’estate in cui neanche una volta a Varzi e neanche dal diodelcolletta (ho recuperato col diodelpenice). L’estate dell’immancabile polenta di Cortevezzo (nel parterre VIP stavolta).
L’estate dei lavori in casa, che a volte sembravano infiniti, specialmente quando quel "rompicoglioni" di Andrea mi piombava in casa alle 8 del mattino.
Nonostante avessi comprato il materasso nuovo non ho dormito nel mio letto fino all’altroieri. L’estate di Vasco e della notte passata dormendo in un bidone.
L’estate dei baffi (ahahahaha non so neanche io come ho fatto a resistere così tanto)
L’estate del vento che mi ha portato via la tenda del negozio, mi ha rotto il vetro e divelto le persiane. L’estate dei mille messaggi, messaggini e messaggetti, e magari dei messaggi non scritti o non inviati.
L’estate del caldo pazzesco che mi ha ricordato il 2003, quando ancora ero al Malaspina. L’estate con poco mare e poca montagna, ma d’altronde dopo la primavera passata a girare il mondo…
L’estate della 500 (l’anno scorso è stata chiusa in garage) e dei succhi di frutta di mio papà (che ci ha fatto anche spaventare). L’estate della festa dei bambini, che mi ha riempito di gioia, perchè i bambini si divertono sempre con poco e si divertono "bene", senza troppi pensieri. L’estate del Kursaal (no, non ha riaperto, è solo nei nostri ricordi) e della mancata gita in Croazia. L’estate degli amici, del Willy e delle prese in giro.
L’estate di fare tardi, enormemente più presto di una volta, ma comunque tutte le sante sere. Un’estate comunque diversa dalle altre, in alcuni aspetti molto diversa, in altri meno.
L’estate del tubo rotto in casa e l’acqua che ha allagato sia casa che un po’ il negozio. E la gente che vedendomi "aprire" alla sera pensava fosse un’iniziativa commerciale !
L’estate della carambola, i giri in macchina, il trabattello, le Vans e le Converse e di quella coccolona di Milli (se penso com’era una volta!) e poi delle suonerie personalizzate di Whatsapp.
L’estate dell’Inferno 125, del concorso di fotografia e della presentazione di libri "Montagne di Carta" (che posso dire abbia avuto un discreto riscontro)
L’estate del metal detector, delle giacche nere uguali, dei fuochi di Somegli e soprattutto della catena per divieto di sosta.
Ho anche visto le stelle cadenti, senza neanche volerlo, di sfuggita. Chissà cosa mi porteranno per l’inverno…

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I have a dream

Scritto il 17 agosto 2017 nella categoria Me stesso

Ho un sogno. Il mio sogno è quello di stare bene, e che tutti possano stare bene. Sogno di vivere felice. Non sempre allegro, ma felice.

A me piace essere malinconico, magari nostalgico. Non sogno ricchezze o cose da fare, ma sogno gente da incontrare, racconti da ascoltare, viaggi da vivere.

Il mio sogno è di girare per la strada e trovare gente che mi saluta, e magari trovare qualcuno che non pensi "questo è uno stronzo".

Il mio sogno è avere al mio fianco una donna, concreta, sognatrice, curiosa, carina, romantica, che abbia voglia di lottare in questo pazzo mondo, ma sempre col sorriso, e magari desiderosa di un abbraccio.

Il mio sogno è quello di essere curioso, di inventarmi cose nuove, di essere sempre contento, oppure triste, ma mai triste in fondo al cuore.

Il mio sogno è che i miei familiari e miei amici stiano sempre bene. Il mio sogno è sempre quello di pensare al passato e pensare: "potevo far di meglio, ma alla fine va bene così".

Sono stato uno studente mediocre, sono stato lavapiatti a Londra, sono stato "software developer", oppure barista che alle 4 del mattino saltava le sedie.

Sono stato anche uno studente modello che ha preso due "lauree", sono stato il negoziante di Via Cavour, e poi Bob Loser, e Asfalto Che Ride.

Sono stato a Ibla, alla ricerca di Nemecsek a Budapest o alla scoperta del Paddington Basin, e mille volte su mille righe di mille fogli alla ricerca di me stesso.

Il mio sogno è quello di vivere ancora cent’anni, ma magari un mese solo ancora, ma vissuto bene.

So di non essere speciale, non voglio esserlo perchè il segreto sta proprio qui: io sogno cose normali.

Sogno una casa, con le basi nel passato, proiettata nel futuro, così come la mia vita, così come tutte le cose che mi piacciono.

Ricordo le grotte di Toirano, la gita in Umbria, la discoteca La Scala in Rue de Rivoli, le biciclette di Berlino, la teleferica (o cremagliera?) di Como (ah no, era la funicolare), la corrida di Valencia. 

Il mio sogno è trovare ogni giorno persone che mi apprezzino, oppure persone a cui sto sul cazzo e mi dicano "mi stai sul cazzo" senza finti buonismi. 

L’ho scritto ormai tanto tanto tempo fa: alcuni mi reputano "fuori dagli schemi" e pensano che i miei desideri siano altrettanti strani, quando in realtà il mio sogno è quello di una vita normale.

Sono curioso, certo, non mi piace smettere di imparare, ma non le nozioni di scuola, le cose che mi vanno in quel momento.

Dalla trasformata di Fourier, al lancio col paracadute, alla discesa di Tomba, a stare su una panchina a chiacchierare.

E questo sogno lo dedico a tutti quelli che conosco, a quelli che frequento. Che siano i miei familiari, mio papà, gli amici.

Che poi per essere amici, lo sappiamo, non serve conoscersi dall’asilo (anche perchè io non ho fatto l’asilo), nè vedersi tutti i giorni. 

L’amicizia è come l’amore: serve feeling. Ho amici che non vedo praticamente mai, ma non per questo non sono amici con la tripla A maiuscola.

E l’amore è come l’amicizia: serve quella magia che non ha nome, la sintonia, lo stare bene, capirsi, trovarsi, essere sulla stessa frequenza. Però bisogna essere in due, chissà che prima o poi…

E poi camminare a piedi nudi sull’erba, sfidando ovviamente l’allergia. Perchè se non si sfidano le proprie paure (sempre usando la testa), non si superano mai. 

Ho un sogno. Di essere migliore, da domani, e ogni giorni di più.

Non so se ce la farò, sono incostante, però, appunto, è un sogno. E i sogni sono quelli che mi spingono ogni giorno ad alzarmi.

No, non è la sveglia, quella potrei spegnerla. Sono i miei sogni, credetemi, che mi fanno venire voglia di vivere un’altra giornata nel miglior modo possibile.

 

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Il riassunto della mia vita

Scritto il 11 luglio 2017 nella categoria Me stesso

Gli amici: "ma tu non lavori mai?"
Le tipe: "ma tu lavori sempre? Ti lascio!"
I professori: "potevi fare di più"
I colleghi: "sei un pazzo"
I compagni di scuola: "sei un pazzo, ma a volte geniale"
Le tipe che non ci stanno: "sei dolce e intelligente, ma restiamo solo amici" (frase presa in prestito dal mio amico Bob Loser)
La mamma: "studia! E stai su bel dritto"
Gli stupiti: "ma davvero hai due lauree?"
I qualunquisti: "beato te che hai i soldi"
Quelli che la sanno lunga: "ma perché non fai il lavoro per il quale hai studiato? Almeno faresti i soldi, senza essere costretto a lavorare anche di domenica"
(come direbbe Guccini: "Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, 
io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista! Io frocio, io perchè canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino, io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!"

La mia vita è varia, interessante e bella come una foto in bianco e nero d’autore. Per renderla a colori ci vorrebbe una come lei… "Lei che dorme e non sa che ci sei, lei che forse non la sentirà mai" (questa invece è di Vasco)

 

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Il primo giorno di primavera

Scritto il 12 giugno 2017 nella categoria Citazioni,Me stesso

"Ho ancora dentro il cuore il ritmo delicato dei tuoi passi, e le parole che mi hai detto prima che ti addormentassi. Ormai le critiche non mi feriscono, ma devo a te questa fortuna, a te che abiti la Luna"

 

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Musica e Stile

Scritto il 9 giugno 2017 nella categoria Me stesso

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Cinquantaduesima puntata (le altre le trovate guardando qui)

La musica in negozio svolge un ruolo benefico. Un sottofondo musicale, infatti, rende piacevole la permanenza dei clienti all’interno dei locali. Anche qui si è cercato di seguire opportune regole. Il genere musicale deve essere consono al tipo di locale, quindi abbracciare tutti gli stili musicali oppure concentrarsi su un genere pop che viene accettato dalla stragrande maggioranza delle persone. Alcuni studi (C. Santoro, "L’importanza della musica nell’esperienza di acquisto e nella selezione dei prodotti", http://www.businessonline.it, 10 gennaio 2006) hanno dimostrato che il ritmo della musica ha un impatto sul tempo medio di permanenza all’interno del punto vendita: tendenzialmente, una selezione di brani molto ritmati provoca un flusso più veloce dei clienti; musica più lenta o rilassante ha invece l’effetto di accrescere il tempo di permanenza nel negozio. La psicologia ha infatti riconosciuto alla musica la capacità di distrarci dal nostro orologio interno. Sarebbe meglio quindi procurarsi musica adeguata, ma questa soluzione presenta il difetto che, quando la musica si interrompe, occorre sospendere le altre attività per sostituire il supporto, oppure far perdurare il silenzio finché non si avrà tempo di farlo. Meglio quindi sintonizzare l’apparecchio su una radiostazione che trasmetta buona musica interrotta il meno possibile da spot e intermezzi degli speakers. Una musica non gradita al cliente potrebbe creargli fastidio, così come un volume troppo alto, quindi anche questo strumento deve essere calibrato con sapienza. 

Le caratteristiche esplicate nei paragrafi precedenti concorrono alla creazione di qualcosa di unico che le amalgama tutte insieme: lo stile del negozio. Lo stile è un aspetto quasi indefinibile, è l’anima stessa del negozio, è il suo modo di presentarsi, è l’ambiente percepito dalla clientela, è un inscindibile insieme di infinite caratteristiche. Nasce da un progetto ma ha subito una propria evoluzione, si è adattato ai tempi, agli usi e costumi, all’esperienza, alle esigenze, alle variazioni nella moda, nel modo di lavorare, di fare acquisti. Si è modellato anche sulla personalità del titolare, rendendo l’esperienza di acquisto presso il negozio Piazza Affari molto personale. In conseguenza di ciò lo stile del negozio è casual, informale, imprevedibile, spiritoso, e anticonvenzionale. Tutte queste caratteristiche sono presenti, mescolate le une alle altre, creando un mix che ha riscontrato un giudizio positivo da parte della clientela. Il cliente-tipo di una Stock House è consapevole del fatto che non troverà un ambiente stereotipato e accetterà benevolmente e volentieri un ambiente vivace e originale.

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Pensione

Scritto il 7 maggio 2017 nella categoria Me stesso

Dunque, nel 2043 avrò (sempre se ci arrivo, il che non ha alte probabilità) 69 anni. Sono esattamente 20 anni che verso contributi, e me ne mancano ancora 26. Tra l’altro immagino che €1178 non saranno proprio tantissimi nel 2043.

Va beh, un altro motivo per prendere la vita positivamente, tanto non cambia nulla.
#bepositive

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Brallo quando avevo 10 anni

Scritto il 24 gennaio 2017 nella categoria Brallo,Me stesso

Io sono nato a Brallo…beh tecnicamente sono nato all’ospedale di Voghera (sono un "M109"). Però sono cresciuto al Passo del Brallo, capoluogo del comune di Brallo di Pregola (ebbene si, vi ho tolto una certezza, un paese che si chiama "Brallo di Pregola" non esiste, è solo il nome del comune).

I primi anni della mia vita li ricordo ovviamente poco, anche perché i miei erano in piena attività ed io ero spesso sballottato di qua e di la da parenti e amici. Ero un bambino molto rompicoglioni, gli strizzacervelli probabilmente direbbero che, appunto, volevo attirare attenzione su di me da parte dei miei genitori, impegnatissimi col negozio e con tutte le loro attività. E quindi ero proprio terribilino (non come adesso che sono un amore). Non so se questa disamina sia giusta: anche adesso cerco di attirare l’attenzione, ma invece dei capricci mi invento tante altre belle cazzate. Beh si in fondo sono sempre rompicoglioni, ma in modo forse più gradevole. Ma torniamo a bomba all’argomento del post: come vivevo a Brallo quando ero bambino?

Dunque: per prima cosa mi svegliavo, colazione con latte e pane secco (abitudine datami da mia madre che mi piaceva molto più del latte coi biscotti. Quelli li lasciavo per il tè). Poi preparavo la cartella e andavo a scuola. Si, avete letto bene: per prima cosa non esistevano proprio gli zaini, e seconda cosa la cartella la preparavo al mattino e mai, ma dico mai, la sera prima, e così ho fatto per la mia (ahimè lunga) carriera scolastica. Il tragitto era breve, la scuola era a fianco a casa. Era stata appena costruita, da piccino ricordo vagamente la vecchia scuola, che è stata abbattuta per far posto a questa grande costruzione con due piani di aule (piano terra elementari e primo piano medie) e sotto addirittura la palestra e il cinema. Se non ricordo male siamo stati la seconda classe ad entrare in prima in quella scuola. In prima elementare avevo come maestra l’Andreina (detta "signora Andrea") e poi la signora Tordi (detta "mia mamma"). Sul fatto che non studiassi un cazzo penso che ve l’ho già spiegato tante volte. (Si, dai, "cazzo" ormai è una parola sdoganata dal turpiloquio, e poi già gli stilnovisti scrivevano ben peggio.) Comunque mi piaceva abbastanza andare a scuola, non fosse per altro che passavo le giornate spesso da solo e quindi almeno al mattino avevo compagnia. C’erano le "multiclassi", cioè eravamo divisi in due gruppi, relativi alle due maestre. Per esempio quando ero in prima la classe era composta da quelli di prima e di seconda. Quando ero in seconda da quelli di prima, seconda, e forse quinta. Quindi i compagni di classe cambiavano spesso. E come è possibile gestire una cosa simile? Beh, mentre la maestra faceva il dettato a quelli di prima, quelli di seconda facevano i pensierini e quelli di quarta gli esercizi di matematica, e via a rotazione. Comunque mi sono preso un discreto numero di mazzate da mia mamma, che aveva facoltà di darmele in quanto maestra (adesso la arresterebbero) e in quanto mamma, quindi razione doppia. Dietro di me in quanto a mazzate prese c’era solo l’Enrica, che comunque aveva una piazza d’onore per schiaffoni e bacchettate prese.

Finita la scuola arrivavo a casa e aspettavo che fosse pronto da mangiare. Abitavo, dove abito tuttora, sopra al negozio. La casa era relativamente recente, visto che è stata costruita quando sono nato io. Lì c’era una villetta sulla collinetta. Prima mio papà ha fatto sbancare davanti, sulla strada, per costruire quello che adesso è la parte davanti del negozio. Sopra, invece del tetto, c’era un grande terrazzo. Quando gli affari si sono messi ad andare bene, sul terrazzo è stata costruita l’attuale casa, e, una volta pronta, la villetta retrostante è stata abbattuta, la collina sbancata, per costruire l’attuale parte dietro del negozio e della casa. Quindi, in definitiva, da piccolo avevo imparato a distinguere la casa "vecchia" da quella "nuova", la cantina "vecchia", dove c’era la caldaia a nafta, da quella "nuova" dove si sciolinavano gli sci, il solaio "vecchio" pieno di cianfrusaglie" da quello "nuovo" pieno di cianfrusaglie. In effetti non mi chiedevo come mai dal solaio vecchio a quello nuovo si dovesse passare da una finestra e non da una porta! 

Al pomeriggio facevo i compiti e studiavo. Ah ah ah no, a parte le battute: uscivo a giocare. O con qualche amico (quei pochi, rari, bambini di Brallo) o da solo. Giravamo, esploravamo, andavamo in bici e d’inverno in bob. Oppure giocavamo alle gare coi tappi di bottiglia mia grandissima passione), oppure a giochi dove impersonavamo qualcuno, tipo "il ristorante", "la televisione" (altra mia grande passione, avevo addirittura un quadernetto dove segnavo tutti i dati che riuscivo a recuperare delle emittenti: nome, sede, canale uhf, ecc). Tutti i ragazzetti di Brallo avevano la bici, andava di moda quella col sellino lungo, la mitica "Saltafoss". Io dopo anni di richieste ho ricevuto….una Graziella. Lì per lì mi sono incazzato, poi avevo una gran vergogna e infine mi sono detto: "ma chi se ne frega, intanto sono in bici !!!".

A volte andavo con mia mamma, visto che mio papà o era in negozio o era da qualche parte a cercare affari. E quindi in qualche appartamento da sistemare, su qualche tetto a sostituire tegole, a Pregola a zappare l’orticello vicino al pozzo, in qualche solaio o qualche cantina, avendo a che fare con assi di legno, scaldabagni, mobili da spostare, tubi da riparare, finestre da aprire o chiudere… "portami la marassa", "vai di sopra a vedere se esce acqua", "andiamo a prendere le fragole", ecc. nei primi 14 anni della mia vita ho maneggiato più attrezzi io di un ferramenta: roncole, falcetti, chiavi inglesi, brugole, tenaglie, seghe, cacciaviti di ogni sorta, martelli e chilometri di fil di ferro, l’arnese che serviva e risolveva qualsiasi situazione. Sempre in viaggio con l’insostituibile Fiat 500 del 1970. Era la mia seconda casa. D’altronde la lasciavamo sempre aperta parcheggiata a fianco a casa, mentre casa mia era sempre rigorosamente chiusa a chiave (e io non ho avuto la chiave fino a circa 18 anni) e quindi, specie quando pioveva, mi riparavo nella 500, tra una corda di tapparella, una pinza, un cric, dello spago e attrezzi vari. Il mio preferito era la marassa, che in italiano è la roncola, perché in un attrezzo di medie dimensioni racchiudeva una discreta potenza di taglio. Se succedessero oggigiorno queste cose, tipo girare in auto con questi attrezzi prima ti arrestano per detenzione illegale di armi, poi per sobillazione di minore e infine per terrorismo. Si, mia mamma era decisamente una pericolosa criminale.

A volte mi mandavano a fare la spesa. A Brallo c’erano ben 4 negozietti che vendevano un po’ di tutto (ora sono 3), ma in base a cosa dovevo prendere privilegiavamo un posto piuttosto che un altro, per abitudine e per andare così un po’ da ciascuno. Se era per il pane, la focaccia, i biscotti, la pasta o cose per la scuola (quaderni, penne, ecc) si andava "dalla Lina" (cioè al Panificio MGT, attualmente pnificio "Franco e Silvana" ), storica amica di famiglia. Per altre cose (dal vino ai detersivi per il bucato a mano) si andava "dalla Pierina", ovvero in tabaccheria, sotto i portici, dove adesso c’è Nado. Per la carne mi mandavano "da Giulio" (che poi era il marito della Pierina e quindi il negozio era lo stesso, ma il macellaio era lui) oppure "da Enzo", della salumeria "Normanno" in piazza. Ricordo quando, in tempi decisamente più recenti, avevano ingrandito il negozio con un minimarket dove mi stupivo di trovare anche i CD vergini ! Per la frutta, verdura e le cose più "strane" (e per le immancabili bombole di Butano per cucinare) si andava "dai Nobili", che in realtà si chiamano Nobile di cognome, ma venivano pluralizzati, essendo tre fratelli. Quando hanno rilevato anche la tabaccheria (dopo Giulio e Pierina -i proprietari- e Alberto e Grazia), per distinguerli in casa mia si diceva "dai Nobili su per la salita" e "dai Nobili sotto i portici".  Ma torniamo al discorso, vale a dire quando io avevo circa 10 anni.

Finito di giocare, andavo a casa a fare merenda: tè oppure pane e nutella o pane e salame (o coppa, o prosciutto cotto, con il classico "formaggio coi buchi" vale a dire l’Emmental.) e poi magari giocavo in casa (coi lego, o cono altre mille cose che mi inventavo io, bastava andare in solaio per tornare con qualcosa di insolito). 

Alla sera un poco di cena: di solito quello che si era avanzato dal pranzo: pasta, riso, polenta, quello che c’era. E magari un bistecchino, e un po’ di mela. Poi se c’era qualche bel film guardavo la tele, sul divano, probabilmente con addosso la coperta fatta con le cinture di lana (si, ho scritto giusto, cinture di lana, ma è troppo complicato da spiegare) che ho tuttora. Oppure uscivo con mia mamma al bar (novanta su cento era l’Appennino Pavese) dove lei prendeva l’immancabile caffè. Ah e compiti? E lo studio? Beh, vi ho già parlato delle mazzate, no? No, in realtà a volte i compiti li facevo (studiare invece lo facevo più raramente), ma avevo sempre l’arroganza di pensare di potermeli sbrigare in poco tempo. Poi quando era mattino e non li avevo fatti….paura!

A me piaceva molto abitare lì e mi chiedevo quanto fossero sfortunati quei bambini che vivevano sempre chiusi in casa, oppure nel cortile, oppure in qualche modo sempre controllati dai genitori e costretti a stare in un perimetro ben definito. Non potevano girare nei prati, nei boschi, trovare scorciatoie, arrampicarsi sugli alberi, ecc. Infatti quando veniva a Brallo in villeggiatura, facevano tutte queste cose e si sentivano felici. Io, che potevo farle tutto l’anno, mi rendevo conto di essere proprio fortunato. Anche se spesso ero costretto a giocare da solo. Ma quello non mi è mai pesato troppo. Forse è per questo che ci ho fatto il callo (ma non l’abitudine). Ricordo che nei primissimi anni della mia vita ho abitato per certi periodi a Milano dagli zii. Era una vita tranquilla e serena, anche se molto routinaria. Ricordo che, appunto, o stavo in casa, o andavo per negozi con lo zio e la zia, o solitamente nel cortile, io e qualche altro bambino….da soli ! Roba che adesso sarebbe da fare accapponare la pelle. Quando la zia Iolanda mi doveva chiamare, lo faceva dalla finestra e io diligentemente andavo su in casa. E non solo: quando lo zio Renzo tornava dal lavoro (faceva il taxista), pranzava e poi passava il tardo pomeriggio giocando a carte nel bar sottocasa. Quando era pronta la cena talvolta la zia mi mandava a chiamare lo zio. Era l’unica occasione in cui mi era permesso uscire dal cortile…per entrare nel bar subito a fianco. Andavo nella sala dietro, piena zeppa di tavoli, uomini e fumo. Lo zio fumava la pipa. In mezzo a quella nebbia lo cercavo con gli occhi quasi strizzati, mi sentivo tronfio del mio importante compito di dover fare una commissione "da grandi", impettito nella mia salopette di velluto a coste grandi. "Zio, la zia ha detto che è pronto". Talvolta lo aspettavo, talvolta lo precedevo perchè doveva terminare la partita, e tornavo su da solo. A tre e dico 3 anni. A Milano. Chiaro, all’epoca di baluba non si era neanche mai sentito parlare. Ricordo quella volta che lo zio mi ha portato in piazza duomo, a carnevale, e mi ha comprato addirittura i coriandoli! La piazza piena di gente allegra, che dava il granoturco ai piccioni per fare le foto. Che bella Milano, dove la gente parlava di "barlafùs" e te diseva "Te sè prpri un pirla, capiss nagott". Visto? sono partito a parlare di Brallo per poi finire a parlare di Milano. D’altronde, il mio cuore è al paese natio, ma ci sono dei luoghi che sento ugualmente miei, come Pregola, Milano, Londra, Camogli…

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Nonna Prassede

Scritto il 6 gennaio 2017 nella categoria Me stesso

Rapallo, circa 42 anni fa. Anche io ho avuto una nonna :-)

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5 anni fa

Scritto il 31 dicembre 2016 nella categoria Me stesso

Il 2016 sta per finire, un altro anno che se ne va. Ne ho già messi in cascina un po’. Pensa a 30, 20, 10 anni fa… e anche solo a 5 anni fa, come in questa foto. Sono cambiate un po’ di cose in 5 anni. Alcune le ho perse, altre guadagnate, è la vita che bilancia le cose. Tra i guadagni c’è senz’altro la salute, che fortunatamente non mi ha (ancora) abbandonato e gli Amici. Tanti c’erano e si sono confermati tali, e questo è un guadagno consistente. Altri li ho trovati in questi ultimi anni. Ricordo sempre le parole di Francesco, che era in camera con me in ospedale nel 2014 che, facendomi notare che non passava giorno senza che qualcuno mi venisse a trovare mi disse: "devi essere orgoglioso dei tuoi amici, perché l’amicizia non si compra" Infatti l’ho scritto con la A maiuscola. C’è un’altra cosa che inizia con la A maiuscola, faccio solo presente al destino che io non ho vinto nessun iPhone all’Esselunga, né in altre lotterie di Natale, quindi se si vuol mantenere fede al proverbio mi aspetto qualcosa nel 2017. BUON ANNO A TUTTI
#bepositive

 

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25 anni dopo

Scritto il 30 novembre 2016 nella categoria Brallo,Me stesso

Più o meno nel 1991..o anche dopo, o magari anche prima…si andava in giro a far disastri, al Trebbia in bici, in Cròsa a far grigliate, in giro in scooter, al Colletta, da Cavanna, al Kursaal, nella sabbia di Normanno o sulle rotoballe della Bula, i bottiglioni della Linda, il parco giochi, e così via…

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Ringrazio mio padre e mia madre

Scritto il 29 novembre 2016 nella categoria Me stesso,Riflessioni,televisione

Mi è capitato di vedere la trasmissione RAI "Giovani e Ricchi"

http://www.raiplay.it/video/2016/09/Giovani-e-Ricchi-628060d6-6764-485c-b108-adc1f2873559.html

E’ una specie di "documentario" sulla vita di alcuni giovani rampolli di alcune famiglie benestanti italiane. Benestanti è dire poco, diciamo schifosamente ricchi. Questa non è sicuramente una loro colpa, però è oggettivo che sono decisamente e oggettivamente viziati, anzi viziatissimi.

Tutti dicevano la classica frase: io sono un ragazzo (o una ragazza) normalissimo con una vita normalissima, che colpa ne ho io se sono parte di una famiglia ricca. Alcuni lo dicevano totalmente a sproposito, visto che facevano vite "da sogno" e assolutamente snob. Altri avevano anche amici "normali", ma con degli eccessi decisamente "particolari", come il tizio che si è fatto rivestire la Maserati di velluto nero, sostenendo che fosse una cosa normalissima. 

Tutti chiaramente con macchinoni regalati dal papi di turno perché "mio figlio si è laureato e la macchina se l’è meritata". Può darsi. Secondo me troppi vizi fanno male.

Io non sono né giovane né ricco, ma mi sento privilegiato rispetto a tanti altri, ho una casa di proprietà dove vivo e un lavoro indipendente, ed entrambe queste opportunità mi sono state date dai miei genitori, quindi "regalate", non me le sono guadagnate da zero. Detto questo…

Ringrazio i miei genitori, per non avermi mai pagato una vacanza, per avermi fatto tribulare per avere un’auto mia, che infatti ho avuto solo grazie a mio nonno Michele.
Ringrazio mio padre per avermi fatto pesare ogni singola volta che avrei speso dei soldi chiedendomi mille volte se davvero avessi bisogno di quello per cui li stavo spendendo…e talvolta me lo ripeteva talmente tante di quelle volte che desistevo, basta non sentirlo più.
Ringrazio mia madre per aver ceduto poche volte ai miei capricci di bambino per farmi acquistare qualche giocattolo, visto che avevo già quelli dei mie fratelli maggiori e comunque potevo giocare all’aperto, vivendo a Brallo.
Ringrazio mio padre che nonostante le mie richieste, non mi ha comprato la bicicletta finché non le ha comprate da vendere in negozio e quindi una era destinata a me…peccato che poi quando le ha finite ha venduto anche la mia. E questo si è ripetuto per almeno 4 o 5 volte nel corso degli anni, finché al primo anno di università ho messo da parte i soldi per comprarmene una (che infatti posseggo tuttora, visto che ho capito quanta fatica bisogna fare per guadagnarli i soldini, vendendo magliette ai miei compagni di corso).
Ringrazio mia madre e mio padre, per non avermi comprato vestiti firmati, benché avessimo un negozio di abbigliamento. E soprattutto per avermi fatto capire il perché. Questa cosa non mi ha mai pesato, in quanto in famiglia mi avevano insegnato che non importa che firme hai addosso: l’onestà, i valori, ma anche la personalità non sono rappresentati dai vestiti che si indossano. Da ragazzino era un classico che gli amici, soprattutto quelli che arrivavano "dalla città", mi dicevano: ma tu che hai un negozio, perchè non indossi le Nike, i Levis, le Lacoste? E io rispondevo che  quelli li avevano tutti, mentre io con gli stessi soldi ne avevo perlomeno il doppio. Quanti stronzi ho poi incontrato nella mia vita, che erano firmati da capo ai piedi.
Ringrazio mio padre per avermi fatto penare a comprare la TV a colori, per aver fatto in modo che ogni volta che avevo bisogno di spendere dei soldi dovessi motivargli, in modo molto insistente, la mia necessità, invece di darmi soldi così "tanto per".
Ringrazio mia madre perchè mi ha sempre insegnato che i soldi non contano niente. E me lo spiegava lei, che da ragazzina viveva in una famiglia dove i soldi non c’erano, ma c’era la dignità. Dove non c’era neanche posto per tutti a tavola e i figli più piccoli mangiavano seduti sulla scala. Dove a volte non c’era neppure da mangiare, e uno dei regali che si ricordava meglio era una mela che gli aveva donato una signora di ritorno dai campi. Lei e mio padre hanno sempre lavorato sodo, risparmiato al massimo, perchè gli erano rimasti indelebili in memoria quegli anni in cui "non c’era niente", ma spiegandomi nel contempo che l’importante era volersi bene, perchè i soldi, seppure da rispettare in quanto guadagnati con fatica,  vanno e vengono e non devono essere motivo di invidie, di litigi e quant’altro.
Ringrazio mio padre e mia madre di tutto questo e altro ancora. In modo che, vedendo quei ragazzi, quello che provo non è minimamente invidia, forse un po’ di tristezza, perchè nonostante le parole di circostanza, non si sforzano neanche di capire il valore del denaro. Si "arrendono" al fatto di essere ricchi pensando che, quindi, tutto gli sia permesso. Un peccato.

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n.e.s.s.u.n.o.

Scritto il 23 novembre 2016 nella categoria Me stesso

Io sono sempre quello che deve capire, quello che deve esserci, quello che deve aiutare gli altri, che deve avere pazienza. Quello che chiami e arriva, quello che scrivi e risponde, quello che quando stai male ti sta vicino, quello che quando sei giù ti tira su, quando sei triste ti rincuora. Quello che comprende, quello che sopporta, quello che fa lo stesso. Quello che quando non serve più…

Ma a me? Chi mi capisce? Chi mi sopporta? Chi mi sta vicino, mi tira su, chi c’è quando ho bisogno? A parte la mia famiglia credo, fondamentalmente, nessuno.

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Intervista su “Il Periodico News”

Scritto il 27 agosto 2016 nella categoria Me stesso

Tratto da "Il Periodico News" di Agosto 2016. Link all’articolo originale: clicca qui.
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"LA POLITICA? QUI A VOGHERA CI SI PRENDE UN PO’ TROPPO SUL SERIO"

"LA POLITICA? QUI A VOGHERA CI SI PRENDE UN PO' TROPPO SUL SERIO"

Commerciante, comico, rapper del web. Fabio Tordi è un vogherese certamente poliedrico e  portatore sano di una buona dose di follia."Basta con ‘sto teatro sociale, costruiremo un parcheggio a più piani"."Voghexit: Voghera uscirà dall’Oltrepò…per entrare in Monferrato". O ancora, "Asfaltare piazza Duomo? Si può fare: mai più quei fastidiosi ciotoli!".

Se vi fosse capitato di imbattervi su facebook nei proclami della lista "Asfalto Che Ride" sarà difficile che riusciate a trattenere una risata. Il faccione sui manifesti fake, con dietro l’autoporto di Voghera che campeggia stile Colosseo, è proprio quello del 42enne commerciante vogherese con l’hobby della satira politica.

Allo stesso tempo, se su youtube vi fosse capitato di seguire le imprese canore del rapper "Bob Loser", sappiate che si tratta di un’altra maschera dello stesso Tordi. "Asfalto Che Ride" paga un tributo al personaggio di Carcarlo Pravettoni, l’imprenditore-politico inventato del comico toscano Paolo Hendel che spopolava a Mai Dire Gol anni fa. "Asfalto Che Ride era il nome della finta lista creata da Pravettoni quando decise di candidarsi alle elezioni" racconta Tordi. "Un personaggio che ho amato alla follia". Ed è sempre con un bel pugno di (sana) follia che il commerciante vogherese, titolare di un negozio d’abbigliamento in via Cavour, ha deciso di crearsi il "suo" di personaggio, il rapper "sfigato" Bob Loser. Ma andiamo per ordine.

Tordi, come le è venuta l’idea di "Asfalto Che Ride"?

"L’idea vera e propria è venuta per caso, durante le scorse elezione comunali quando il numero dei candidati era così alto che era impossibile non conoscerne qualcuno personalmente. Qui si candidano tutti, mi sono detto, per cui devo candidarmi anch’io. E l’ho fatto, solo che per finta. All’inizio mi era venuta l’idea di realizzare qualche vignetta per prenderli un po’ in giro e a quel punto ho pensato a Hendel e al suo Pravettoni, che aveva deciso di candidarsi proprio con la lista Asfalto Che Ride. Diciamo che ho allargato il suo partito!

Insieme all’amico Michele Orione abbiamo deciso di iniziare questa finta campagna elettorale parallela e di bacchettare un po’ la politica locale con una vignetta al giorno fino alle elezioni".

Poi?

"Poi abbiamo notato che la cosa stava avendo successo sul web, e gli amici chiedevano di più, per cui abbiamo proseguito. Dalle vignette siamo passati ai video con Asfalto tv, sketch alla Mai Dire Gol, con finte interviste e altre stupidate per cui abbiamo una naturale propensione".

La vostra comicità prende direttamente spunto dall’attualità vogherese ed è piuttosto diretta. Come la definireste?

"Una comicità da bar direi. Nel senso che la formula che abbiamo scelto dall’inizio è basata sulla mia foto con la fascia tricolore, l’autoporto come sfondo e slogan con proposte assurde.

Cose che magari potresti dire da semi serio al bar, tipo: ma basta con sto teatro sociale, fateci un parcheggio, oppure, asfaltate piazza duomo. Cose assurde, ma non troppo".

Nel senso che qualche proposta del genere potrebbe anche essere presa sul serio?

"Sono battute, ma io come commerciante devo ammettere di essere favorevole all’asfalto e ai parcheggi! Il vogherese è super pigro, va nei negozi se può posteggiare praticamente all’ingresso altrimenti preferisce il centro commerciale!".

Qual è il suo rapporto con la politica? Anche se solo per prenderla in giro, bisogna comunque conoscerla e seguirla…mai pensato di candidarsi sul serio?

"La politica mi ha sempre interessato e da giovane  avevo anche militato in Forza Italia. Però credo che sia una cosa seria e che vada fatta da persone serie, anche se prenderle un po’ in giro ci sta perché, soprattutto qui a Voghera, ci si prende un po’ troppo sul serio. Si litiga per qualsiasi cosa. Non mi candiderò davvero, anche se mi piacerebbe scoprire in quanti alla prossima tornata scriveranno Asfalto Che Ride sulla scheda".

Dai falsi amici d’infanzia dei politici al "commissario Plutonio", colpite in modo piuttosto bipartizan con i vostri personaggi. Qualcuno si è arrabbiato?

"Su oltre 160 vignette solo una volta qualcuno non l’ha presa tanto bene, per cui va molto bene".

Come nascono i vostri sketch?

"In modo molto estemporaneo e quasi del tutto improvvisato. Io e il mio socio Michele Orione ci sentiamo magari la mattina e ci incontriamo poi il pomeriggio per realizzarli".

Sviluppi futuri?

"Ci avevano proposto di fare una specie di Striscia la Notizia locale, con inchieste e tutto il resto, ma è troppo impegnativo e rischiamo di perdere la freschezza e l’estemporaneità della cosa. Ci limitiamo a seguire le notizie e colpire quando siamo ispirati". 

Del rapper Bob Loser invece cosa ci dice?

"Bob Loser è il mio alter ego rapper. Fin da ragazzo ho sempre amato quel tipo di musica, solo che ero troppo timido. Ora le cose sono cambiate, crescendo sono diventato l’opposto e non mi vergogno più di nulla. Anzi, diciamo che con Bob Loser ho realizzato un mio sogno".

Il nome, Bob Loser, in inglese "Bob il perdente", non è proprio da figo…

"Mi piace il personaggio del rapper emarginato all’americana, considerato ‘fuori’ o semplicemente ‘sfigato’, come il titolo dell’ultimo video che ho realizzato per la rete. Eppure il messaggio che voglio mandare è che, nonostante tutto, tanto sfigati Bob e io non lo siamo. Abbiamo semplicemente valori diversi da quelli dei cosiddetti ‘fighi’".

Quanto di Fabio c’è in Bob?

"Molto più di quanto non si possa pensare. Nei testi parlo di quello che vedo e vivo, in particolare il tema delle finte amicizie ritorna spesso. Ma anche in questo caso, come per Asfalto Che Ride, si tratta di un gioco. Mi piace usare facebook per quello che è, ovvero un grande inganno, un posto dove chiunque può fare, dire o essere ciò che vuole. Per me è una specie di esperimento sociale, mi piace fare cose e vedere la reazione della gente".

Con tutti i suoi personaggi rischia la schizofrenia. Chi è Fabio Tordi?

"Direi che si potrebbe definire un folle sano a piede libero! A scuola non avevo voglia di studiare, poi senza l’obbligo di studiare ho preso due lauree, ingegneria informatica ed economia. Per un certo periodo della vita ho avuto quattro lavori.

Gestivo un pub d’estate, ero consulente di una società di sviluppo siti a Voghera ed ero sviluppatore software a Milano e allo stesso tempo avevo il negozio a Voghera. Per un anno, nel 2006, avevo anche cercato fortuna a Londra, facendo il lavapiatti. Diciamo che sono cose che ti segnano, forse tutto è partito da lì, anche se sono passati molti anni".

 

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Senti che bel rumore

Scritto il 8 giugno 2016 nella categoria Citazioni,Me stesso

Fabio cammina per la strada sicuro, senza pensare a niente: ormai guarda la gente con aria indifferente. Sono lontani quei momenti quando uno sguardo provocava turbamenti, quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole. Perché la vita è un brivido che vola via…è tutto un equilibrio sopra la follia.

Senti che fuori piove: senti che bel rumore.

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Compleanno 2016

Scritto il 6 aprile 2016 nella categoria Me stesso

 
 

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