Articoli nella categoria ‘Brallo’

La via longa

Scritto il 8 maggio 2017 nella categoria Brallo

LA VIA LONGA
Lunghezza itinerario: km 18
Dislivello in salita: m 1803 – dislivello in discesa m 1712
Difficoltà: EE
Segnaletica: FIE due triangoli blu – CAI (bianco-rosso)
Periodo consigliato: primavera, estate e autunno Cartografia consigliata: 1:10.000 – CTR Regione Lombardia 

Dalla cima del Monte Penice, dove si può visitare il Santuario di Santa Maria, si scende verso il Passo della Scaparina, attraversando per un breve tratto le verdi radure che si trovano su questa vetta; inoltrandosi poi in una abetaia, si imbocca il sentiero, discretamente impegnativo, caratterizzato inizialmente da un forte dislivello. Giunti al Passo della Scaparina si prosegue sulla SP 89 per circa 1,5 km per poi deviare a sinistra ed immettersi in uno stretto sentiero che attraversa una pineta in cui si possono osservare anche alcuni Cedri del Libano (Cedrus libani), conifere alloctone originarie dell’Anatolia, della Siria e del Libano. Si arriva sulla strada asfaltata che porta al paesino di Ceci, si attraversa e si prosegue imboccando il sentiero che si inoltra dentro la faggeta fino a raggiungere il Piano della Crocetta. Si scende nuovamente sull’asfalto e si raggiunge il paese di Brallo in cui si può approfittare per fare una sosta utilizzando i punti di ristoro offerti da questa ridente località. Sempre seguendo la strada asfaltata, si prosegue verso Bralello e appena prima di entrare nel paese si imbocca il breve sentiero (circa 500 m) sulla sinistra che sale deciso verso la frazione Bocco. Arrivati a Bocco si attraversa il paese, si raggiunge la grossa fontana, un tempo usata come abbeveratoio per il bestiame, e si risale imboccando il sentiero 109. Anche questo tratto di strada sterrata è abbastanza impegnativo perché caratterizzato da un discreto dislivello e da un fondo non proprio agevole. Si sale seguendo il sentiero che attraversa una fresca faggeta e si arriva fino al crinale circondato da prati e da cui si può godere di uno spettacolare panorama sulla valle Staffora e la valle Avagnone. A un certo momento comparirà un bivio, evitando di scendere verso sinistra (sentiero che porta ai Piani di Prodongo), si prosegue dritti e si continua a salire verso il Monte La Colla e il Monte Terme fino a incrociare la stradina che conduce al Monte Lesima, una volta attraversata, si segue la curva di livello alternata da radure e da boschi di faggio, fino a raggiungere il Colle di Pej, dove incontriamo nuovamente la strada asfaltata che in circa 10 minuti ci porta al passo del Giovà.

Commenti

comments

Siro del Brallo – Puntata 18 Bralello

Scritto il 4 maggio 2017 nella categoria Brallo

Oggi il cavaliere ci parla di….BRALELLO !

Bralello è un paese dell’Appennino Pavese a poca distanza dal Passo del Brallo

Commenti

comments

Il paese fantasma

Scritto il 7 aprile 2017 nella categoria Brallo

Torniamo a parlare di Rovaiolo, il "paese fantasma". Stiamo parlando ovviamente di "Rovaiolo Vecchio" che, evidentemente , sprigiona tante suggestioni e curiosità per la sua storia.
Questo documento ci mostra il paese e l’interno di alcune case. C’è anche un "incontro" (no, non è uno spettro!) 

V. Il paese fantasma from Nicola Roda on Vimeo.

Commenti

comments

Il pifferaio Stinolo di Rovaiolo

Scritto il 13 febbraio 2017 nella categoria Brallo

Un importante documento video dei primi anni ’80:
Agostino Orsi, detto Stinolo, il pifferaio di Rovaiolo Vecchio, spiega come si costruiscono questi strumenti.

Commenti

comments

Siro del Brallo – Puntata 17 Artana

Scritto il 8 febbraio 2017 nella categoria Brallo

Artana è un paesino della Val Boreca, nel comune di Ottone. Siro ha qualche aneddoto da raccontarci anche su quel paese.

 

Commenti

comments

La Ferrovia Voghera – Varzi

Scritto il 31 gennaio 2017 nella categoria Brallo,voghera

Ma che ne sanno i 2000 della Ferrovia Voghera-Varzi? A dire la verità non ne so neanche io che sono degli anni ’70. Però i miei genitori me ne parlavano sempre del "Trenino". Non era un loro vezzeggiativo, era chiamato proprio così da tutti. Era una ferrovia che partiva dalla pianura per poi proseguire in salita, compiendo in tutto 32 km. Serviva sia ai turisti che volevano raggiungere più agevolmente le località montane, sia i valligiani che volevano scendere in pianura. Il trenino ha svolto "solo" 35 anni si servizio, poi è andato in pensione.

L’idea parte dal lontano, addirittura se ne parlava nel 1897, e poi dieci anni dopo nel 1907, ma solo nel 1928 l’idea iniziò a concretizzarsi. I lavori si svolsero in breve tempo e già nel 1931, il 27 dicembre, la nuova linea fu inaugurata. Dove passava? Beh molti di voi, immagino, sanno che correva lungo quella che da poco tempo è diventata la "Greenway". La stazione di Voghera era vicino a quella delle Ferrovie dello stato, poi attraversava lo Staffora, sorpassava l’attuale SP10 (quella che va in direzione Casteggio – Piacenza) e poi proseguiva verso Torrazza Coste, poi Rivanazzano e infine incanalandosi verso Varzi, Sempre rimanendo sulla riva destra del fiume.

La spesa di costruzione dell’intera opera pare sia stata di circa 35 milioni di lire, che comprendeva la realizzazione del tracciato, la posa dei binari, fabbricati, ponti, cavalcavia, sponde, e paga per i circa 1600 operai. Al giorno d’oggi, un’opera così in tre anni ce la scordiamo, e pensate che nel millenovecentotrenta non è che andavano di escavatori e autobetoniere, ma piccone e badile.

Le stazioni erano: Voghera, Torrazza Coste, Codevilla, Retorbido, Rivanazzano, Salice Terme, Godiasco, San Desiderio, Pozzol Groppo, Cecima, Ponte Nizza, San Ponzo Semola, Bagnaria, Ponte Crenna, Varzi.

La ferrovia veniva utilizzata moltissimo, tant’è che negli anni ’60 viene studiato un piano di ammodernamento e rilancio, ma nel 1965 ne viene stranamente decretata la chiusura.

Il trenino aveva sia carrozze viaggiatori che carrozze merci, alcune magari recuperate durante il percorso, per via di alcuni scambi che agevolavano il lavoro delle imprese locali che volevano caricare il vagone.

Quando la hanno chiusa, i treni sono stati spostati su un’altra linea, sempre della stessa proprietà, mentre i binari sono stati col tempo tolti. Solo fino al deposito militare di carburante di Godiasco sono stati mantenuti, in quanto il tratto fino a Voghera è stato utilizzato fino credo agli anni ’80 (mi sembra di ricordare da bambino che ci fosse ancora il passaggio a livello tra Rivanazzano e il bivio per Salice, di sicuro per tanto tempo ancora ci sono stati i binari).

Nella foto l’abbonamento di mia mamma. Probabilmente doveva fare una supplenza a Bagnaria. 

Commenti

comments

Brallo quando avevo 10 anni

Scritto il 24 gennaio 2017 nella categoria Brallo,Me stesso

Io sono nato a Brallo…beh tecnicamente sono nato all’ospedale di Voghera (sono un "M109"). Però sono cresciuto al Passo del Brallo, capoluogo del comune di Brallo di Pregola (ebbene si, vi ho tolto una certezza, un paese che si chiama "Brallo di Pregola" non esiste, è solo il nome del comune).

I primi anni della mia vita li ricordo ovviamente poco, anche perché i miei erano in piena attività ed io ero spesso sballottato di qua e di la da parenti e amici. Ero un bambino molto rompicoglioni, gli strizzacervelli probabilmente direbbero che, appunto, volevo attirare attenzione su di me da parte dei miei genitori, impegnatissimi col negozio e con tutte le loro attività. E quindi ero proprio terribilino (non come adesso che sono un amore). Non so se questa disamina sia giusta: anche adesso cerco di attirare l’attenzione, ma invece dei capricci mi invento tante altre belle cazzate. Beh si in fondo sono sempre rompicoglioni, ma in modo forse più gradevole. Ma torniamo a bomba all’argomento del post: come vivevo a Brallo quando ero bambino?

Dunque: per prima cosa mi svegliavo, colazione con latte e pane secco (abitudine datami da mia madre che mi piaceva molto più del latte coi biscotti. Quelli li lasciavo per il tè). Poi preparavo la cartella e andavo a scuola. Si, avete letto bene: per prima cosa non esistevano proprio gli zaini, e seconda cosa la cartella la preparavo al mattino e mai, ma dico mai, la sera prima, e così ho fatto per la mia (ahimè lunga) carriera scolastica. Il tragitto era breve, la scuola era a fianco a casa. Era stata appena costruita, da piccino ricordo vagamente la vecchia scuola, che è stata abbattuta per far posto a questa grande costruzione con due piani di aule (piano terra elementari e primo piano medie) e sotto addirittura la palestra e il cinema. Se non ricordo male siamo stati la seconda classe ad entrare in prima in quella scuola. In prima elementare avevo come maestra l’Andreina (detta "signora Andrea") e poi la signora Tordi (detta "mia mamma"). Sul fatto che non studiassi un cazzo penso che ve l’ho già spiegato tante volte. (Si, dai, "cazzo" ormai è una parola sdoganata dal turpiloquio, e poi già gli stilnovisti scrivevano ben peggio.) Comunque mi piaceva abbastanza andare a scuola, non fosse per altro che passavo le giornate spesso da solo e quindi almeno al mattino avevo compagnia. C’erano le "multiclassi", cioè eravamo divisi in due gruppi, relativi alle due maestre. Per esempio quando ero in prima la classe era composta da quelli di prima e di seconda. Quando ero in seconda da quelli di prima, seconda, e forse quinta. Quindi i compagni di classe cambiavano spesso. E come è possibile gestire una cosa simile? Beh, mentre la maestra faceva il dettato a quelli di prima, quelli di seconda facevano i pensierini e quelli di quarta gli esercizi di matematica, e via a rotazione. Comunque mi sono preso un discreto numero di mazzate da mia mamma, che aveva facoltà di darmele in quanto maestra (adesso la arresterebbero) e in quanto mamma, quindi razione doppia. Dietro di me in quanto a mazzate prese c’era solo l’Enrica, che comunque aveva una piazza d’onore per schiaffoni e bacchettate prese.

Finita la scuola arrivavo a casa e aspettavo che fosse pronto da mangiare. Abitavo, dove abito tuttora, sopra al negozio. La casa era relativamente recente, visto che è stata costruita quando sono nato io. Lì c’era una villetta sulla collinetta. Prima mio papà ha fatto sbancare davanti, sulla strada, per costruire quello che adesso è la parte davanti del negozio. Sopra, invece del tetto, c’era un grande terrazzo. Quando gli affari si sono messi ad andare bene, sul terrazzo è stata costruita l’attuale casa, e, una volta pronta, la villetta retrostante è stata abbattuta, la collina sbancata, per costruire l’attuale parte dietro del negozio e della casa. Quindi, in definitiva, da piccolo avevo imparato a distinguere la casa "vecchia" da quella "nuova", la cantina "vecchia", dove c’era la caldaia a nafta, da quella "nuova" dove si sciolinavano gli sci, il solaio "vecchio" pieno di cianfrusaglie" da quello "nuovo" pieno di cianfrusaglie. In effetti non mi chiedevo come mai dal solaio vecchio a quello nuovo si dovesse passare da una finestra e non da una porta! 

Al pomeriggio facevo i compiti e studiavo. Ah ah ah no, a parte le battute: uscivo a giocare. O con qualche amico (quei pochi, rari, bambini di Brallo) o da solo. Giravamo, esploravamo, andavamo in bici e d’inverno in bob. Oppure giocavamo alle gare coi tappi di bottiglia mia grandissima passione), oppure a giochi dove impersonavamo qualcuno, tipo "il ristorante", "la televisione" (altra mia grande passione, avevo addirittura un quadernetto dove segnavo tutti i dati che riuscivo a recuperare delle emittenti: nome, sede, canale uhf, ecc). Tutti i ragazzetti di Brallo avevano la bici, andava di moda quella col sellino lungo, la mitica "Saltafoss". Io dopo anni di richieste ho ricevuto….una Graziella. Lì per lì mi sono incazzato, poi avevo una gran vergogna e infine mi sono detto: "ma chi se ne frega, intanto sono in bici !!!".

A volte andavo con mia mamma, visto che mio papà o era in negozio o era da qualche parte a cercare affari. E quindi in qualche appartamento da sistemare, su qualche tetto a sostituire tegole, a Pregola a zappare l’orticello vicino al pozzo, in qualche solaio o qualche cantina, avendo a che fare con assi di legno, scaldabagni, mobili da spostare, tubi da riparare, finestre da aprire o chiudere… "portami la marassa", "vai di sopra a vedere se esce acqua", "andiamo a prendere le fragole", ecc. nei primi 14 anni della mia vita ho maneggiato più attrezzi io di un ferramenta: roncole, falcetti, chiavi inglesi, brugole, tenaglie, seghe, cacciaviti di ogni sorta, martelli e chilometri di fil di ferro, l’arnese che serviva e risolveva qualsiasi situazione. Sempre in viaggio con l’insostituibile Fiat 500 del 1970. Era la mia seconda casa. D’altronde la lasciavamo sempre aperta parcheggiata a fianco a casa, mentre casa mia era sempre rigorosamente chiusa a chiave (e io non ho avuto la chiave fino a circa 18 anni) e quindi, specie quando pioveva, mi riparavo nella 500, tra una corda di tapparella, una pinza, un cric, dello spago e attrezzi vari. Il mio preferito era la marassa, che in italiano è la roncola, perché in un attrezzo di medie dimensioni racchiudeva una discreta potenza di taglio. Se succedessero oggigiorno queste cose, tipo girare in auto con questi attrezzi prima ti arrestano per detenzione illegale di armi, poi per sobillazione di minore e infine per terrorismo. Si, mia mamma era decisamente una pericolosa criminale.

A volte mi mandavano a fare la spesa. A Brallo c’erano ben 4 negozietti che vendevano un po’ di tutto (ora sono 3), ma in base a cosa dovevo prendere privilegiavamo un posto piuttosto che un altro, per abitudine e per andare così un po’ da ciascuno. Se era per il pane, la focaccia, i biscotti, la pasta o cose per la scuola (quaderni, penne, ecc) si andava "dalla Lina" (cioè al Panificio MGT, attualmente pnificio "Franco e Silvana" ), storica amica di famiglia. Per altre cose (dal vino ai detersivi per il bucato a mano) si andava "dalla Pierina", ovvero in tabaccheria, sotto i portici, dove adesso c’è Nado. Per la carne mi mandavano "da Giulio" (che poi era il marito della Pierina e quindi il negozio era lo stesso, ma il macellaio era lui) oppure "da Enzo", della salumeria "Normanno" in piazza. Ricordo quando, in tempi decisamente più recenti, avevano ingrandito il negozio con un minimarket dove mi stupivo di trovare anche i CD vergini ! Per la frutta, verdura e le cose più "strane" (e per le immancabili bombole di Butano per cucinare) si andava "dai Nobili", che in realtà si chiamano Nobile di cognome, ma venivano pluralizzati, essendo tre fratelli. Quando hanno rilevato anche la tabaccheria (dopo Giulio e Pierina -i proprietari- e Alberto e Grazia), per distinguerli in casa mia si diceva "dai Nobili su per la salita" e "dai Nobili sotto i portici".  Ma torniamo al discorso, vale a dire quando io avevo circa 10 anni.

Finito di giocare, andavo a casa a fare merenda: tè oppure pane e nutella o pane e salame (o coppa, o prosciutto cotto, con il classico "formaggio coi buchi" vale a dire l’Emmental.) e poi magari giocavo in casa (coi lego, o cono altre mille cose che mi inventavo io, bastava andare in solaio per tornare con qualcosa di insolito). 

Alla sera un poco di cena: di solito quello che si era avanzato dal pranzo: pasta, riso, polenta, quello che c’era. E magari un bistecchino, e un po’ di mela. Poi se c’era qualche bel film guardavo la tele, sul divano, probabilmente con addosso la coperta fatta con le cinture di lana (si, ho scritto giusto, cinture di lana, ma è troppo complicato da spiegare) che ho tuttora. Oppure uscivo con mia mamma al bar (novanta su cento era l’Appennino Pavese) dove lei prendeva l’immancabile caffè. Ah e compiti? E lo studio? Beh, vi ho già parlato delle mazzate, no? No, in realtà a volte i compiti li facevo (studiare invece lo facevo più raramente), ma avevo sempre l’arroganza di pensare di potermeli sbrigare in poco tempo. Poi quando era mattino e non li avevo fatti….paura!

A me piaceva molto abitare lì e mi chiedevo quanto fossero sfortunati quei bambini che vivevano sempre chiusi in casa, oppure nel cortile, oppure in qualche modo sempre controllati dai genitori e costretti a stare in un perimetro ben definito. Non potevano girare nei prati, nei boschi, trovare scorciatoie, arrampicarsi sugli alberi, ecc. Infatti quando veniva a Brallo in villeggiatura, facevano tutte queste cose e si sentivano felici. Io, che potevo farle tutto l’anno, mi rendevo conto di essere proprio fortunato. Anche se spesso ero costretto a giocare da solo. Ma quello non mi è mai pesato troppo. Forse è per questo che ci ho fatto il callo (ma non l’abitudine). Ricordo che nei primissimi anni della mia vita ho abitato per certi periodi a Milano dagli zii. Era una vita tranquilla e serena, anche se molto routinaria. Ricordo che, appunto, o stavo in casa, o andavo per negozi con lo zio e la zia, o solitamente nel cortile, io e qualche altro bambino….da soli ! Roba che adesso sarebbe da fare accapponare la pelle. Quando la zia Iolanda mi doveva chiamare, lo faceva dalla finestra e io diligentemente andavo su in casa. E non solo: quando lo zio Renzo tornava dal lavoro (faceva il taxista), pranzava e poi passava il tardo pomeriggio giocando a carte nel bar sottocasa. Quando era pronta la cena talvolta la zia mi mandava a chiamare lo zio. Era l’unica occasione in cui mi era permesso uscire dal cortile…per entrare nel bar subito a fianco. Andavo nella sala dietro, piena zeppa di tavoli, uomini e fumo. Lo zio fumava la pipa. In mezzo a quella nebbia lo cercavo con gli occhi quasi strizzati, mi sentivo tronfio del mio importante compito di dover fare una commissione "da grandi", impettito nella mia salopette di velluto a coste grandi. "Zio, la zia ha detto che è pronto". Talvolta lo aspettavo, talvolta lo precedevo perchè doveva terminare la partita, e tornavo su da solo. A tre e dico 3 anni. A Milano. Chiaro, all’epoca di baluba non si era neanche mai sentito parlare. Ricordo quella volta che lo zio mi ha portato in piazza duomo, a carnevale, e mi ha comprato addirittura i coriandoli! La piazza piena di gente allegra, che dava il granoturco ai piccioni per fare le foto. Che bella Milano, dove la gente parlava di "barlafùs" e te diseva "Te sè prpri un pirla, capiss nagott". Visto? sono partito a parlare di Brallo per poi finire a parlare di Milano. D’altronde, il mio cuore è al paese natio, ma ci sono dei luoghi che sento ugualmente miei, come Pregola, Milano, Londra, Camogli…

Commenti

comments

Il castello di “Spadalunga” Malaspina

Scritto il 16 gennaio 2017 nella categoria Brallo

Tratto da "Tra le vigne e i castelli dell’Oltrepò" di Sergio Redaelli e Franco Rota, Logos International, 1987

Pregola vanta un singolare primato di fedeltà ai Malaspina, quasi 800 anni di buona sudditanza. Il paese venne infatti donato ai Malaspina da Federico Barbarossa nel 1164 e rimase di proprietà della famiglia fino al 1924, quando si spense l‘ultimo discendente di questo ramo.

Le origini del borgo sono però longobarde, come testimonia la chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Agata che fu una delle sante venerate dal popolo di Teodolinda dopo la conversione al cattolicesimo.

Quando i Malaspina entrano in possesso del borgo, nel XII secolo, costruiscono il castello, in cui troviamo più tardi uno dei personaggi più interessanti del casato, Corrado, fondatore del ramo dei marchesi di Pregola.

Corrado è un coraggioso condottiero, ha servito i Visconti di Milano e per il suo valore in battaglia si è conquistato il soprannome di Spadalunga.

È un tipo piuttosto spregiudicato e governa le sue terre con modi spicci. Costringe ad esempio l’abate di San Colombano a ricevere nel suo monastero sei ghibellini scomunicati e a vestirli da monaci. Essi hanno l’incarico di tenere informato il loro signore di quanto accade all’abbazia.

Quando Corrado mori, il patrimonio di famiglia che comprendeva numerose terre e castelli si frazionò in tanti rivoli quanti erano i discendenti e il feudo si polverizzò in minuscole quote che finirono per essere inglobate nei latifondi di altre famiglie ricche della zona.

Si salvò dallo sfascio soltanto il ramo del marchese Azzo, che mantenne intatto il patrimonio grazie a una rigida applicazione della legge del maggiorasco. L’eredità passava ai primogeniti, mentre i cadetti venivano indirizzati alla carriera ecclesiastica.

Il castello fu distrutto nel 1571 da Gian Maria Malaspina per una faida familiare. Costui – un poco di buono – era stato emarginato dai suoi stessi parenti che gli avevano confiscato tutti i beni e si vendicò assaltando la residenza di famiglia al comando di un manipolo di briganti e dandole fuoco.

Fu la fine di un castello che per molti secoli era stato la sentinella meridionale della Val Staffora (il suo «gemello» a settentrione era il castello di Nazzano). Con le pietre della vecchia rocca fu costruito l’attuale maniero di Pregola, che nella sala principale conserva un bellissimo camino con lo stemma dei Malaspina. Esso raffigura l’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, su fondo rosso e azzurro, con corone d’oro sulle due teste.

Commenti

comments

Nuove scoperte sulla chiesa di Pregola

Scritto il 4 gennaio 2017 nella categoria Brallo,Libri

Avevo parlato in questo articolo (e anche nel seguito, questo) del libro di Fiorenzo Debattisti: "Nascita di Pregola e dell’antica chiesa di Sant’Agata". Ultimamente mi ha scritto che ha approfondito le notizie riguardanti l’antica chiesa di Pregola. Sono novità che presto renderà pubbliche
Eccone un’anticipazione.




 

Commenti

comments

La Rovere Grossa è caduta

Scritto il 22 dicembre 2016 nella categoria Brallo

Ne avevo parlato in questo articolo.  E anche in questo articolo. Sto parlando della millenaria rovere che stava a Pieve di Montarsolo, frazione del comune di Corte Brugnatella (PC).
Da qualche anno aveva, come dire, l’encefalogramma piatto. Orta è proprio caduta. Che triste: ha aspettato mille anni per morire proprio nel 2016. Caduta, schiantata al suolo. Riassorbita dopo tanto tempo dal sottobosco circostante. 
Quante volte sono stato sotto i suoi rami, per una breve sosta. Era rassicurante sapere che lei era lì "da sempre". 

Foto di Gabriele Malaspina

Commenti

comments

Siro del Brallo – Puntata 16 – Pregola

Scritto il 19 dicembre 2016 nella categoria Brallo

Pregola un tempo era capoluogo del Comune. Siro ci racconta quando e come ci andava.

 

Commenti

comments

Gran Premio del Passo del Brallo

Scritto il 15 dicembre 2016 nella categoria Brallo,Simpatiche

Commenti

comments

25 anni dopo

Scritto il 30 novembre 2016 nella categoria Brallo,Me stesso

Più o meno nel 1991..o anche dopo, o magari anche prima…si andava in giro a far disastri, al Trebbia in bici, in Cròsa a far grigliate, in giro in scooter, al Colletta, da Cavanna, al Kursaal, nella sabbia di Normanno o sulle rotoballe della Bula, i bottiglioni della Linda, il parco giochi, e così via…

Commenti

comments

Brallo – Avagnone (più o meno)

Scritto il 22 novembre 2016 nella categoria Brallo

Inizio questo mio giro a Luglio con una leggerissima salita, quella che mi porta in centro al Passo del Brallo (via della Fontana) e poi da lì sulla strada che porta a Someglio (via delle Piane).

La discesa verso il paesello è una bella passeggiata: fino alle piane (da cui il nome della via) si sta sulla strada asfaltata, poi si tagliano i tornanti passando nei sentieri nel bosco e in breve tempo si raggiunge Someglio.

Una volta arrivato in paese, l’amico Osvaldo, purtroppo recentemente scomparso, mi indica con la sua consueta gentilezza la strada che prosegue verso il torrente Avagnone. E’ bella larga e non presenta nessuna difficoltà.

Si scende si scende si scende, si attraversa il torrente e poi….surprise! La strada che porta a Lama è allagata e io ho le scarpe basse.

Che faccio? Nessun problema, decido di seguire il greto dell’Avagnone. Non è agevolessimo, in quanto l’acqua è un po’ di qua e un po’ di là, ma questo fuori programma mi permette di vedere dei posti davvero speciali, delle anse, degli scorci, dei particolari stupendi.

Arrivo quindi all’intersezione con la strada Ponti – Lama, che prendo per tagliare subito nei campi e approdare dalle parti di Rovaiolo. Da qui risalgo a Lama passando dalle vigne di Alfredo. Incontro due signori che mi danno due consigli, il primo è quello di riempire la borraccia dalla fontana fuori dal paese, dove l’acqua era realmente freschissima e molto buona. Il secondo è sulla strada per arrivare a Collistano

Io invece faccio di testa mia (ma va? ma dai, strano… ) e raggiungo Pratolungo. Dopo qualche decina di metri sull’asfalto prendo un’altra sterrata che gira che ti rigira mi porta nei pressi del mulino di Colleri.

Qui faccio nuovamente di testa mia e attraverso il bosco per cercare di raggiungere la "Panoramica". Ve lo devo dire? Anche stavolta rovi, fossi, erba alta e io non solo ho le scarpe basse ma anche i pantaloni corti, e cose simili. Mi sono "bsiato" tutto. Però raggiungo la "Panoramica" nei pressi di un bosco veramente fitto fitto fitto ma fitto. Da li proseguo e arrivo fino al Pian del Lago e poi giù a Brallo.

Totale: 7 ore e mezzo di cammino, praticamente ininterrotto, a parte le foto. 21km, circa mille metri di dislivello (tra scendere, salire, ecc.)

Commenti

comments

Siro del Brallo – Puntata 15 – Valformosa

Scritto il 27 ottobre 2016 nella categoria Brallo

 Siro ci racconta di quando andava a Valformosa, paese della Valle Staffora nel comune di Brallo

Commenti

comments