Articoli del mese di febbraio 2012

Questo gatto non è un cane!

Scritto il 28 febbraio 2012 nella categoria Altro

Il mio gatto, anzi la mia micia, si chiama Milli. E’ il diminutivo di Millicent. Ha quasi 4 anni, anche se di preciso non lo so, visto che la sono andata a prendere quando era piccolina, ma nessuno sapeva dirmi con certezza quanto tempo avesse. Dovevo scegliere tra quasi una decina di micetti. Io preferivo una femmina, in quanto i maschietti, per loro natura, sono abituati a  "marchiare il territorio" in casa. Si, ci mancava anche questa! Allora preferisco sopportare i miagolii di una micia fuori di testa quando va in calore.

Me ne piaceva una, ma l’ho vista mogia mogia, pareva quasi malaticcia. In quel momento un’altro gattino mi si arrampica con le unghie sui jeans. Lo prendo in braccio e "verifico": è una femminuccia! Allora, ok, è stata lei che ha scelto me, vada per questa pallina di pelo. Almeno è vispa.

Non sapevo ancora cosa mi sarebbe capitato. Non era solo vispa, era un disatro. Non la fermavi neanche a revolverate! Saltava di qua e di la, tirava giù tutto. E’ incredibile quanto un piccolo esserino possa essere tanto dannoso. E’ riuscita anche a rompermi un telefono cellulare e addirittura la tavoletta del water !

Il nome è nato durante una chiacchierata con un amico davanti a una birra. "Millicent", subito abbreviato in Milli. La quasi totalità della gente non ha mai sentito il nome Millicent, ma vi assicuro che è un nome femminile anglosassone. E’ anche il nome di un personaggio dei fumetti Disney.

Col tempo si è notevolmente calmata. Non è una coccolona come la micia che avevo prima, però sa farsi voler bene quando vuole. Magari sono al computer e mi si accoccola sulle ginocchia, ma poi finisce che si mette a giocare col filo del mouse (d’altronde.. è un topo!) e alla fine la "scaccio". Meglio quando guardiamo la tv insieme sul divano. Ma il suo passatempo preferito è giocare alla lotta. Mi stuzzica, fa finta di scappare, poi si ferma e si mette a pancia all’aria con gesto di sfida. In quei casi è abbastanza intelligente da non tirar fuori le unghie, mi da solo delle zampate, ma poi dopo un po’ si stufa e scappa. A volte le piace anche giocare agli "agguati". Si avvicina quatta quatta, anche se lo sa benissimo che la vedo. Allora faccio finta anch’io di nascondermi e quando arriva vicina fa un balzo in aria…e poi scappa a nascondersi di nuovo: mi fa troppo ridere. Come tutti i gatti ama anche giocherellare con i vari oggetti: con le palline, ma anche con qualsiasi altra cosa di piccolo trovi in giro.

Ha una fobia particolare per il cortile di casa mia, le rare volte che l’ho messa lì o anche solo sul balcone era terrorizzata. Non ha per niente paura invece della via davanti a casa. Quando esco a prendere il caffè o per andare al lavoro mi segue lungo la via fino ad un certo punto, poi si accorge di essersi allontanata troppo e si ferma. Quando torno verso casa si accorge di me da lontano, anche se non mi vede. Probabilmente riconosce il passo, oppure mi annusa, fatto sta che esce sulla strada e mi viene incontro, come fosse un cagnolino. Mi fa le feste e mi accompagna verso casa. A volte, per divertimento, mi fermo oppure al contrario allungo il passo, o mi metto a correre. Lei si ferma, o accelera, o si mette ad inseguirmi. Talvolta c’è qualcuno di passaggio che ci guarda e ride: un gatto che si crede un cane!

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Nati con la camicia

Scritto il 27 febbraio 2012 nella categoria Altro

La camicia è composta da una serie di elementi che ne danno la forma. Questi, combinati fra loro, generano un numero infinito di camicie diverse. La camicia è caratterizzata dal colletto, i polsini, i bottoni, le tasche e altri dettagli che differenziano una camicia dall’altra.

Il colletto è l’anima della camicia; è l’elemento che ne determina la personalità e lo stile. I colli più comuni sono:

  • Collo italiano: è un collo con apertura larga, con le punte che tendono a fuggire via, è molto formale e perfetto con il doppio petto. Ospita nodi di cravatta importanti. E’ il più conosciuto e il più utilizzato.
  • Collo francese: è un collo con apertura molto larga. Adatto ad un abbigliamento formale e a nodi di cravatta voluminosi.. Esiste anche la variante detta "mezzo francese" che ha le ali leggermente più chiuse. Pare che i francesi lo chiamino "all’italiana" !
  • Button Down: colletto nelle cui punte sono tagliate due asole in cui si inseriscono due bottoncini cuciti sul davanti sottostante. E’ un collo comodo e sportivo, perfetto anche per l’informale. Ospota nodi di cravatta anche corposi. Può essere portato anche senza cravatta. Adesso ci sono anche quelli coi bottoni nascosti.
  • Coreana: colletto piegato che rimane aderente al collo e cucito o attaccato allo scollo, da cui è separato tramite una piega. Veniva utilizzato in passato per camicie lunghe o tuniche.
  • Cerimonia: detto anche diplomatico è un collo con le punte piegate verso l’esterno. E’ indicato per situazioni in cui è importante l’eleganza.

Il polsino di solito è alto circa 7 cm, deve spuntare di circa un centimetro sotto la manica della giacca. I polsini possono essere ad angolo pieno, angolo smussato e arrotondati. Molti presentano due bottoni per meglio regolare la larghezza.

Per quanto riguarda la vestibilità ci sono varie tipologie di camicie, anche caratterizzati  da accorgimenti di tagli particolari (per esempio a fondo quadrato oppure tondo, o fondo posteriore più lungo di quello anteriore).
Principalmente abbiamo due vestibilità: regolare (una vestibilità classica) e slim fit (per una linea più asciutta – esiste anche la variante super slim fit che  sta bene solo a quelli decisamente magri)

 

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Addio, Lira !

Scritto il 22 febbraio 2012 nella categoria Altro

Manca poco: il 29 febbraio 2012 sarà l’ultimo giorno in cui si potranno cambiare le care vecchie lire alla Banca d’Italia., dpo dieci anni dall’introduzione dell’euro. Se ne avete ancora nei cassetti, nelle tasche di vecchi cappotti, nei materassi del nonno, tiratele fuori e portatele in banca. Ma avrete un’amara sorpresa: il governo Monti, con DL 201/2011, ha fissato la prescrizione dal 7 dicembre 2011. Quindi le vostre lire non valgono più niente. Nulla. Zero. Solo un valore numismatico o affettivo. E pensare a quanto valevano una volta… che bei tempi.

Addio cara vecchia lira, ci manchi.

Alcuni brani tratti da VoceArancio:

«Per una lira io vendo tutti i sogni miei. Per una lira ci metto sopra pure lei» (Per una lira, Lucio Battisti, 1966).

Mancano all’appello anche 300mila pezzi da 500.000 lire. Messe in circolazione nel 1997, con una tiratura di 380 milioni di pezzi, le banconote da mezzo milione sono state le più preziose mai stampate dalla Banca d’Italia. Rimaste sconosciute alla massa per quasi tutta la loro esistenza, durata appena tre anni, le banconote da 500mila lire sono blu e sono dedicate a Raffaelo Sanzio, del quale riproducono tre opere: l’autoritratto, che è conservato nella Galleria degli Uffizi, l’affresco Il Trionfo di Galatea, nella villa Farnesina, e la Scuola di Atene, nei Musei Vaticani.

La Banca d’Italia non si aspetta un boom di restituzioni. Possibile però che l’imminente cambio di stagione porti fortuna. A Via Nazionale hanno fatto caso che sempre, nei momenti di passaggio dal caldo al freddo, la gente finisce per ritrovare nelle pieghe di un vecchio giaccone o nelle tasche di un pantalone pesante, i preziosi, dimenticati «tagli» e li riporti alla banca centrale.

Spesso le vecchie lire saltano fuori quando muoiono degli anziani, tra i quali c’è chi ancora tiene i soldi sotto al materasso o dentro un baule. Solo al momento del trapasso, questi biglietti vengono fuori. Un funzionario di Bankitalia racconta che nel Sud un giovanotto qualche settimana fa si è presentato con 10 milioni di lire ancora legati con lo spago. Erano del nonno, scomparso da poco.Fino a tre milioni di lire la Banca d’Italia non chiede particolari formalità per cambiare le lire in euro. Oltre questa soglia occorre presentare un documento d’identità.

Spesso in Banca d’Italia si presentano persone con in mano banconote scolorite, appiccicate, sbrindellate, magari con la filigrana penzolante. Sono i biglietti che per errore sono stati lavati e centrifugati, distrutti per sempre. La «quota» di pezzi ormai inservibili rappresenta una discreta fetta delle lire che mai rientreranno in cassa.

Per fare una lira dell’unità d’Italia oggi ne servirebbero oltre 8.577 (quattro euro e mezzo). Per fare una lira degli anni Cinquanta, dopo il boom inflazionistico successivo alla seconda guerra mondiale, ne basterebbero 34.

Secondo le tabelle di rivalutazione Istat mille lire del 1938 equivalgono a circa 845 euro odierni.

«Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità» (Mille lire al mese, Carlo Innocenzi e Alessandro Soprani, scritta per l’omonimo film del 1938)

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Immagine

Scritto il 21 febbraio 2012 nella categoria Marketing

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Trentatreesima puntata

In virtù della rilevanza strategica che rivestono i punti vendita nel panorama attuale, cresce l’importanza e l’attenzione riposta nelle strategie di comunicazione in loco soprattutto nell’immagine del negozio stesso.
Martineau  (Pierre Martineau, “The personality of the retail store”, Harvard Business Review, 1958) definì l’immagine di un punto vendita come “il modo in cui esso è definito nella mente del consumatore, in parte per le sue qualità funzionali e in parte per un insieme di attributi psicologici”.
È la percezione del consumatore che si confronta con le “promesse” del punto vendita, le quali si manifestano sia nell’aspetto esteriore dell’esercizio commerciale, sia nei fattori intangibili che esplicheremo in questo paragrafo. Tutti questi fattori costituiscono gli elementi di comunicazione che definiscono il modo in cui il negozio si mette in relazione coi suoi clienti, consolidati o futuri, e vanno quindi calibrati in base alle aspettative e agli obiettivi prefissati, ricordandosi sempre che non c’è mai una soddisfazione assoluta del cliente, non esiste il punto vendita perfetto, ma esistono punti vendita che, in un certo momento, in determinate occasioni, per determinati prodotti, soddisfano i consumatori meglio di altri.

L’immagine è quindi formata da una serie di fattori, sia tangibili che intangibili, i quali assumono una diversa rilevanza in relazione a diverse circostanze. Possiamo riassumerli in questo elenco:

  • Merce. Innanzi tutto conta la qualità dei prodotti e l’assortimento che viene presentato. Anche lo stile degli articoli determina l’immagine del negozio, così come la garanzia che si dà ma soprattutto uno dei fattori spesso preponderanti: il prezzo
  • Servizio. In un piccolo negozio spesso ci si aspetta di essere serviti dal personale addetto alla vendita, che può aiutare a trovare i prodotti, può consigliare, può proporre. Oltre a questo sono importanti la facilità di restituzione dei prodotti, l’eventuale credito concesso, la possibilità di sconti, la consegna a domicilio, gli orari di apertura, ecc.
  • Clientela. La clientela acquisita dà l’idea del genere di negozio che stiamo valutando. Un altro motivo di attrazione potrebbe essere l’affinità dell’immagine personale a quella del negozio.
  • Strutture. Il layout e l’architettura del negozio sono importantissimi. La disposizione della merce, i percorsi, gli strumenti utilizzati per l’esposizione, le luci, le vetrine, sono elementi essenziali per l’immagine che si vuole dare al punto vendita.


L’interno della boutique "La Dea" di Torino, dove gli arredi e i poster pop creano un’atmosfera giovanile, allegra e intrigante

  • Comodità. Questa è una scelta che si deve fare in sede di progettazione e di localizzazione del negozio. Alla formazione dell’immagine contribuisce infatti la location e la comodità di parcheggio o la facile raggiungibilità.
  • Comunicazione. Spesso un biglietto da visita è la comunicazione usata dal negozio per presentarsi, farsi conoscere e promuovere le proprie iniziative. Le insegne, le promozioni sulle vendite, le affissioni danno il senso dello stile utilizzato. Anche i simboli e i colori utilizzati sono determinanti per creare immagine.
  • Fattori istituzionali. Questi fattori riguardano la reputazione del negozio o dei proprietari.
  • Atmosfera. Entrando nell’ambiente di vendita c’è un intangibile sensazione che contribuisce a formare l’immagine. È un mix di tutti i precedenti punti analizzati che, infatti, non sono slegati l’uno dall’altro, ma fanno tutti parte di un disegno complessivo.

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Perchè Sanremo?

Scritto il 18 febbraio 2012 nella categoria musica,televisione

Tutti dicono di non aver visto Sanremo, ma tutti ne parlano. Io ho visto la seconda puntata (quella di martedì), alcuni spezzoni prima di uscire e poi in radio ho sentito quasi tutte le canzoni  e interviste varie. Ecco le mie tradizionali impressioni:

Celentano: "doveva" sparare le sue bombe, altrimenti a cosa lo pagano a fare? Lo pagano perchè sapevano già che avrebbe detto qualcosa che avrerbbe fatto scalpore. A qualunque costo (appunto).

Morandi: mi sembra bravo come conduttore, però adeso basta, avanti un altro.

Volete che vi faccia un pronostico su chi vince? Proviamo, io dico NOEMI, vediamo se ci azzecco.

Lucio Dalla: ma che duetto sarebbe il suo? Diciamo che la sua è una comparsata. Altrimenti tutti gli autori di canzoni dovrebbero salire sul palco.

Arisa: ha voluto dimostrare che non è solo la stupidotta cantante di canzoncine. Brava.

Mi sembra che ci siano parecchie canzoni che abbiano possibilità di classifica: Noemi, Arisa, Dolcenera, Emma, Renga, Ninazilli E anche quelli che sto per citare.

Giggggidalessio e la Bertè: li "odio", ma quando ieri sera sono usciti sul palco con  DJ "Jafar" Get-Far FARGETTA… beh ragazzi… che tamarroni. Secondo me il remix dance può funzionare! E qui cito anche Martin Solveig che ho visto l’altra sera reintrando a casa: siccome DJ quando sono ospiti in televisione non fanno altro che far finta di premere dei tasti a caso su un mixer o robe simili, almeno lui si è sforzato di (far finta di) cantare…

Mi sono perso la serata con gli ospiti stranieri, mi hanno detto che Brian May abbia spaccato! E, a proposito, il tizio col violino…David Garret: l’esecuzione di Smells Like Teen Spirit era proprio wonderful.

Ma la sconosciuta tra i big chi era? E tra le nuove proposte (scusate, ma io dico ancora "big" e "nuove proposte" come 25 anni fa…) ancora prima che iniziasse il festival dicevano che avrebbe vinto il quindicenne scapigliato, visto che è già molto conosciuto e ha un sacco di fan su FB. Buon per lui.

Stasera gran finale. Se volete essere sicuri di addormentarvi, seguitelo alla radio, ma non su RTL, sulla RAI dove i due telecronisti Emanuele Dotto e soprattutto Carlotta Tedeschi vi faranno secchi in pochi istanti.

Al prossimo anno !

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Reparto mobile della Polizia di Stato

Scritto il 16 febbraio 2012 nella categoria Cinema

Sono andato a vedere il film A.C.A.B. tratto dal libro di Carlo Bonini.

Il film è ben fatto, parla di una squadra di celerini (pardon, adesso si chiamano agentidelrepartomobiledellapolizia), dove arriva una nuova recluta, un ragazzo che sceglie la Polizia perchè è l’unico lavoro onesto che gli potrebbe capitare, e il reparto Celere perchè è quello che paga di più. Fa un po’ fatica ad ambientarsi, si trova catapultato in un altro mondo, dove stavolta è lui ad avere il manganello in mano.

I suoi nuovi "amici" sono Mazinga, che ha problemi di imcomprensione col figlio, Negro, che ha problemi con la moglie straniera e Cobra a cui pende sulla testa una denuncia per aggressione. Questi agenti sfogano i loro problemi anche sul lavoro, facendo anche gli "straordinari" per mazzuolare qualche teppista o "tirare le orecchie" a qualche sbandato. La nuova recluta non riesce a capire fino a che punto si può arrivare, finao a quando bisogna essere "fratelli" e pararsi il culo l’un l’altro.

Il film ha sullo sfondo una serie di fatti di cronaca realmente accaduti: i racconti della scuola Diaz di Genova, l’uccione di Gabriele Sandri, la morte dell’agente Raciti a Catania, lo stupro e omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, i pestaggi di stranieri da parte di gruppi di fascisti, ecc.

La morale del film è: ci sono i teppisti "in borghese", ma talvolta quelli "in divisa" non sono troppo diseguali.

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Gli attacchi degli sci

Scritto il 15 febbraio 2012 nella categoria Altro

Come ben sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, gli sci  sono formati dallo sci (appunto) e dall’attacco di sicurezza. Ormai la grande maggioranza di questi attrezzi escono già dalla fabbrica con gli attacchi integrati, regolabili dal venditore in base allo scarpone, al peso e stile di sciata del cliente. Fino a qualche anno fa invece la normalità era che gli attacchi erano un’entità separata dallo sci, e occorreva fissarli al momento dell’acquisto.

Noi venditori abbiamo sicuramente la vita più facile coi nuovi modelli: prendi un cacciavite e in meno di 5 minuti fai tutte le regolazioni. Sono rari gli sci a cui devi mettere gli attacchi ancora "a mano".

Io ho imparato a fare questo lavoro fin da ragazzino. Nel negozio dei miei genitori era mia mamma la "ski man" (le "ski woman" non erano contemplate a quei tempi..e forse neanche a questi tempi!) e gli attacchi li montava lei. Ha partecipato anche a diversi stage organizzati dalle ditte produttrici per spiegare le nuove tecnologie e le nuove tecniche. Quando avevo circa 12/13 anni ho iniziato a farle da assistente. Lei mi ha insegnato la tecnica, i trucchi e il fatto che ogni lavoro è diverso dall’altro. Ho avuto un altro maestro, Fiorello (no, non quello della TV!)  che mi ha insegnato la precisione.

Una volta venduti gli sci, li si mette sul banco di lavoro e si fermano in una morsa. Poi si prende una "maschera", detta anche "dima". E’ un aggeggio, fornito dalla ditta produttrice degli attacchi, che permette di fare i fori sullo sci nel punto giusto, una volta regolata in base alla lunghezza dello scarpone. Una gran bella comodità: prima ancora si faceva tutto a mano, occorreva fare dei calcoli e delle misurazioni precise al millimetro per individuare il punto giusto dove forare.

Si fissa la maschera sullo sci, la si sblocca, la si regola in base allo scarpone del cliente e poi la si blocca. A questo punto la si posiziona in modo che, una volta finito il lavoro, la metà dello scarpone risulti in un punto ben preciso dello sci (che non è la metà, ma un po’ più indietro verso la coda). Per fare questo c’è un segno sulla maschera che deve essere allineato ad un segno ben preciso sullo sci (anche questa operazione una volta andava fatta a mano, segnando con una squadra e una matita un punto dello sci e poi facendo dei calcoli)

Ora bisogna forare. Per prima cosa bisogna scegliere la punta del trapano da usare. Le punte sono un mix tra quelle per il legno e quelle per il metallo. La cosa simpatica e utile è che sono costruite in modo che, anche volendo, il foro risulti di una lunghezza predefinita. I diametri più comuni sono quelli da 3,5 e da 4,1 millimetri. Le lunghezze variano da 7 a 10 millimetri. Solitamente gli sci meno strutturati, come quelli da bambino, necessitano una punta piccola e corta, viceversa per gli sci molto tosti occorre quella grande. In ogni caso la punta più grossa è andata via via scemando di utilità, in quanto da una decina di anni gli sci hanno una struttura esterna molto meno rigida di una volta e si forano meglio.

Ricordo quella volta che mi è stato concesso di preparare il mio primo sci tutto da solo: era per la morosa di un ragazzo di Brallo, il quale mi disse: "Sei bravo, eh? Chissà quanti ne hai già preparati". La morosa, attuale moglie e madre di figli, è tuttora viva e vegeta, quindi mi è andata bene.
Certo, negli anni gli errori non sono mancati: sbagliare maschera, non regolarla sulla lunghezza dello scarpone, perdere una vite… insomma il campionario dei casini combinati è vario. Anche qui c’è da dire che negli ultimi anni gli errori si sono praticamente azzerati, vuoi per l’ormai più che ventennale esperienza, vuoi per il sopracitato meccanismo di integrazione sci-attacco che lascia ben poco spazio al lavoro dello ski-man (e quindi anche ai possibili errori). (ecco, adesso me la sono gufata, speriamo bene)

E poi ricordo quel periodo, primi anni ’90, in cui gli sci erano durissimi e si faceva una fatica bestia a far entrare le viti, e dovevi avvitarle e svitarle più volte per cercare di farle entrare. E quella volta che mi sono fatto un bel taglio sulla mano perché ho "pulito" il foro appena fatto, dimenticandomi delle schegge di metallo. E quella volta che si è rotto il filettatore dentro al foro. E quella volta che era tutto giusto: maschera, regolazioni, punta, ecc, solo che per un inspiegabile motivo l’attacco era di un particolarissimo modello che aveva altri fori. E quei pomeriggi in cui mi capitava di preparare anche una ventina di paia di sci. Ovviamente tutti uno diverso dall’altro e tutti di clienti con una fretta pazzesca. Eh si, perché magari stavano lì tutto il pomeriggio a pensarci, poi una volta decisi pretendevano lo sci pronto immediatamente. E allora venivano lì a vedere, a chiedere, a insistere, a parlare, a curiosare… insomma a rompere le scatole: il modo migliore per farmi deconcentrare e quindi perdere ancora più tempo.

I più facili da montare erano i Salomon, i più complicati gli ESS / Atomic, ma anche i Tyrolia Freeflex. Non mi sono mai piaciuti i Look. I Geze e i Marker erano senza infamia e senza lode. Parlo per il lato montaggio, chiaramente, non discuto sulla validità tecnica.

Attualmente quasi tutte le marche si sono integrate: la Rossignol faceva solo sci, adesso fa sci, attacchi (rilevando la Geze e la Look) e scarponi. Salomon faceva attacchi, adesso fa anche sci e scarponi (rilevando la Sangiorgio). Nordica faceva scarponi e adesso da anche sci e attacchi, ecc. Ormai offrono tutti la gamma completa. E, come detto, gli attacchi sono spesso integrati nello sci: si montano ad incastro oppure con le viti, ma occorre più forare direttamente lo sci, quindi sempre più il trapano e soprattutto le maschere diventano strumenti non necessari.

Era ora, aggiungo io, e chiudo. Buona sciata a tutti.

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Biscottini Elisa

Scritto il 14 febbraio 2012 nella categoria Altro

A grande richiesta vi darò la mia preziosa e segretissima ricetta dei miei biscotti alle noci, i famosi "Biscotti Elisa", dal nome di chi per prima li ha assaggiati :-)

Io sono un avanguardista della cucina, e non seguo le ricette in modo sistematico, preferisco modificarle a mio piacimento in base al mio gusto personale e a come sta andando quello che sto preparando. Pertanto non stupitevi se non sarò preciso nelle quantità e nei tempi.

Occorrente:

  • Burro
  • Zucchero
  • Farina
  • Noci (ma andrebbero bene anche nocciole o mandorle)

Prendete una bella padella (io la uso bella larga) e schiaffateci dentro un sacco di burro, diciamo circa 400 grammi. Fatelo sciogliere. Non dovete farlo friggere, solo sciogliere. Usate un cucchiaio di legno per facilitare la cosa e per "sbatterlo" un po’, come fosse un uovo. A questo punto versatelo in una bella scodellona grande (una "biella") e aggiungete lo zucchero, almeno la stessa quantità, a poco a poco in modo da farlo sciogliere, se possibile. A questo punto aggiungete la farina, sempre a poco a poco, in modo che non si formino dei grumi. Impastate e impastate e impastate, finchè non otterrete una specie di pasta abbastanza consistente. Io uso circa mezzo chilo di farina.

Nel frattempo prendete un saccheto di noci e sbriciolatele. Io che sono pigro le taglio sul tagliere col coltellaccio, come fosse prezzemolo, perchè farlo "a mano" mi tedia. Versate le noci nella pasta e mescolate il tutto. L’ideale sarebbe poi metterla su un piano e tirarla col mattarello. Io non dispongo di tale attrezzatura e la schiaccio con le mani. La pasta, a causa del burro, è una roba abbastanza unta e bisunta.

Prendete una bella teglia, imburratela ben bene. Tagliate dei "pezzi" della vostra pasta. Io nel mio piccolo uso un bicchierino per fare dei biscotti rotondi. Solo che poi mettendoli in forno, probabilmente perchè la mia pasta è sempre troppo poco consistente, si sciolgono un po’ e diventano quadrati :-)

Mettete i vosti biscotti nella teglia e infornate. Ci vuole abbastanza tempo. Io farei così: li metto in basso a fuoco alto in modo da dargli una botta di fuoco, poi li sposto in alto e tengo il fuoco basso e li tengo un bel bel po’. Ma proprio un bel po’, diciamo una quarantina di minuti.

Cmq basta aprire il forno ogni tanto e dargli un’annusata, un’occhiata e magari un assaggino. Quando li reputerete abbastanza pronti spegnete pure, raffreddandosi acquisteranno ulteriore consistenza.

Gli ingredienti che vi ho detto producono un paio di teglie di biscotti. Se ne volete fare una sola, dimezzate gli ingredienti (così potete anche sperimentare se vi vengono)

Sono biscotti dietetici, con poche calorie e pochi grassi. Un biscotto equivale a un pasto completo.


Visivamente fanno abbastanza schifo, è una parte che devo ancora migliorare. L’importante è che siano buoni :-)

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Pagella di prima elementare

Scritto il 3 febbraio 2012 nella categoria Me stesso

Valutazione trimestrale adeguatamente informativa sul livello globale di maturaizone raggiunto:

Primo quadrimestre.

Il buon rendimento scolastico di Fabio è dovuto alle capacità intellettive che posside.
In lui si riscontrano:
1) intelligenza di tipo indipendente
2) memorizzazione ottima
3) ampia disponibilità alla vita di gruppo
L’apprendimento e lo studio della lingua è per lui motivo di interesse costante e di continue conquiste, quello dell’aritmetica gli consente di evidenziare rapidità di calcolo, precisione, ordine e logica.
I suoi disegni, ben definiti nelle forme e nei colori, rivelano una personalità esuberante e armonica.
La sua ampia disponibilità al dialogo gli ha consentito di partecipare a tutte le attività scolastiche e di allargare i suoi interessi, sviluppando con sicurezza le esperienze fatte.

Secondo quadrimestre.

Al termine dell’anno scolastico l’alunno viene ammesso alla classe successiva con pieno merito, per gli ottimi risultati raggiunti.

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Scritto il 2 febbraio 2012 nella categoria Simpatiche

 

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