Articoli del mese di marzo 2015

Il Partito

Scritto il 30 marzo 2015 nella categoria Citazioni,musica

Ma tu continua pure ad invecchiare convinto (si convinto), convinto che il partito è l’unica soluzione. Ma che rivoluzione e rivoluzione, è ormai banale quella. La lotta oggi va condotta col partito all’interno delle strutture.
Perché il partito ti può aiutare
perché il partito ti può garantire
perché il partito è una conquista sociale
perché il partito è un’istituzione
ma che rivoluzione e rivoluzione
riforme ci vogliono riforme
sanitaria agraria tributaria fiscale sociale

V.R. 1978

 

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Odissea

Scritto il 27 marzo 2015 nella categoria voghera

Ieri sera al teatro San Rocco ho assistito ad una rappresentazione teatrale, nell’ambito di una piccola stagione teatrale organizzata dal Rotary di Voghera. Il titolo era "La mia Odissea" di e con Marina Thovez.

Il genere era quello della commedia, anche se non era una cosa comica, sicuramente ironica. Raccontava ovviamente della storia di Odisseo. C’era Zeus, Atena, Era, Hermes…e poi Ulisse, Penelope, Telemaco, i Proci, ecc. 

E’ sempre bello il teatro, ho sempre una grande ammirazione per gli attori, che riescono a impersonare diversi personaggi, e devono recitare "live", senza possibilità di ripetere. Quindi senza sbagli, senza risate, senza ciak… e devono farsi capire subito, bene, e da tutti. E poi sono bravi, accidenti. Quelli che mi sono piaciuti di più? Omero, veramente "teatrale" (appunto) e Ulisse.

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La quinta direzione

Scritto il 26 marzo 2015 nella categoria testi

a Sud ci sono già stato

il Nord l’ho già visitato

a Est i primi raggi

a Ovest solo miraggi

cerco una direzione per i miei bisogni

seguirò la quinta, quella dei sogni


Nighthawks (I nottambuli) (1942) Art Institute of Chicago

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No fear

Scritto il 23 marzo 2015 nella categoria Riflessioni

Mi spiace, ma nella vita non riesco ad essere stronzo. Lo so, a volte sarebbe giusto comportarsi così, ma non ce la faccio, è più forte di me. E poi non mi interessa, ormai le ho superate tutte e non ho più paura di niente. Non ho più paura dei nemici, della solitudine, del buio, del vuoto, di niente. Pertanto non riesco, benché ne avrei onestamente diritto, ad essere stronzo. Siatelo voi, crogiolatevi pure col vostro senso di potere credendo di esser dei gran fighi. A me, e lo dico senza problemi, non me ne frega un cazzo se siete bravi, belli, onesti, di famiglia bene, bravi a scuola, disciplinati, gentili, credenti, potenti… Sia che siate salumieri o assessori, operai, malfattori o bancari, donne in carriera o uomini in affari, comunisti, ex comunisti, scudocrociati o fascisti. Non m’importa, siate chi siate e fate ciò che volete. Gli stronzi fateli voi, tanto vi viene facile e naturale. Io me ne sbatto. E vivo meglio.

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Arrabbiato col Califfato

Scritto il 22 marzo 2015 nella categoria Riflessioni

Ma certo, giustificateli ancora. Per esempio quelli che hanno fatto l’attentato in questi giorni in Tunisia. Oppure "La Tunisia è uno Stato che è colpito quanto e più che l’Italia". Vero, ma questo non diminuisce di un solo punto percentuale la pericolosità degli integralisti islamici. Ma qui in Italia, ed è una cosa che da i nervi, c’è sempre quello che vuole fare i distinguo, quello che "ma no, non è proprio così", quello che ha sempre una giustificazione e una soluzione per tutto.

"La religione con gli attentati a Charlie Hebdo non c’entra". Ah no, infatti quelli sparavano urlando "Allah". Ma perchè, perchè perchè, bisogna sempre farsi vedere "politically correct"? Riusciamo a fregarcene di noi stessi solo per far vedere che noi siamo "buoni", misericordiosi, amanti della fratellanza, di animo gentile, moderni, ecc. Tanto, quello che succede, capita sempre agli "altri". Ma guardate che anche se non siete cristiani, se non siete cattolici, se non andate in giro col crocifisso (che però, non si sa mai, meglio toglierlo anche dalle scuole e dagli edifici pubblici), gli estremisti, se vi trovano per la strada, ammazzano anche voi. Solo che non lo capite. Non so se la vostra sia incoscienza o cosa…

Facciamo venire qui tutti, non c’è problema. Perché gli italiani certi lavori non li vogliono più fare, perché altrimenti la natalità andrebbe a zero, perché sono quelli che pagano le pensioni ai nostri vecchi. Quanti luoghi comuni che avete nel cervello. Gli stessi vecchi, i vostri nonni, sono quelli che invece col loro lavoro hanno pagato ospedali, scuole, strade. Loro, non noi e tantomento gli ultimi sbarcati a Lampedusa. Cosa vi devo dire: che preferisco vederli morire di fame?
Beh anche qui parliamo di luoghi comuni. Primo perché preferirei aiutarli nel loro paese e questo avrebbe vantaggi sia per loro (che continuano a stare dove sono sempre stati, che contribuiscono alla crescita del loro paese, ecc.) che per l’Italia, che non può permettersi di accogliere tutta questa gente. Un po’ si, tutta no. E’ come se i nostri vecchi avessero costruito una grande nave per solcare il mare. Possiamo invitare altra gente, che magari dà una mano a remare, ma se ne invitiamo troppa si va a fondo. 

E poi continuate a dire che non c’è pericolo. No, no, ci mancherebbe. Ero a Londra poco tempo dopo gli attentati alla metro. E quelli erano nati e cresciuti in Inghilterra!!! Ma no, non erano pericolosi secondo voi. Come quelli partiti dall’Italia per andare a combattere col Califfato.

Io non capisco se ci siete o se lo fate. Se avete le fette di salame sugli occhi, se lo dite per convenienza, per stupidità (nel senso che parlate tanto per parlare, senza aver minimamente riflettuto su ciò che dite), per non conoscenza. Oppure, e molto spesso è così, per sentirsi la coscienza pulita e poter pensare "Io sono bravo, accolgo tutti". E’ una visione cieca, sicuramente superficiale e a mio avviso abbastanza pericolosa. Perché coi vostri discorsi mettete a rischio anche la vita degli altri: è come se foste alla guida di un automezzo e decideste di andare veloce. Decisione vostra, siamo d’accordo, ma poi gli incidenti provocano danni a tutti, non solo a voi.

Ma è come se io fossi Don Chisciotte: certa gente queste cose non le capisce proprio e continuerà a reputare di essere nel giusto. Lana nelle orecchie. Bah… deluso, preoccupato e pessimista.

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Eh già…

Scritto il 19 marzo 2015 nella categoria Me stesso

Eccomi in questo duemilaquindici, manca poco al mio compleanno. Diciamo che negli ultimi due anni me ne sono successe di cose, non sempre positive. Come ho già detto, avete presente l’oroscopo quando viene suddiviso in "Lavoro / Salute / Amore" ? Beh, ecco, decisamente non era il mio periodo, sotto tutti i fronti. Sembrava la fine del mondo, ma sono ancora qua (ci vuole abilità). Certe cose ti fortificano, dicono. Certo, se non accadessero sarebbe meglio, per tutti. Alcune sono inevitabili. Periodi difficili, freddi, ma il freddo quando arriva poi va via…il tempo di inventarsi un’altra diavoleria. E io me ne invento sempre una. Altre sono… boh, forse inevitabili anche loro, anche se un po’ di sincerità nella vita non guasterebbe mai. Ma tant’è… e poi ormai io sono vaccinato: anche se non sembra di padellate in faccia dalla vita ne ho preso un po’. Sarà che mi fido troppo delle persone? Sarà che sono sbagliato? Oh no, io sono così, e così vado benissimo. Sai, ci vuole fantasia. E allora che si fa? Eh, già, "riprenditi la vita che vuoi tu. Io resto sempre in bilico (più o meno, su per giù, più giù, più su, più giù, più su)". Perché fondamentalmente mi diverto così, mi diverto con poco, mi diverto con quello che ho. E mi diverto parecchio.
Quindi sono stufo delle cose negative, tanto fa lo stesso, tanto sono ancora qua. E a volte posso essere felice, felicissimo oppure un pochino triste. Giornate top in cui sono super attivo e super allegro, poi l’anima che si arrende alla malinconia. Poi piango, poi rido, poi non mi decido.. cosa succederà? Col cuore che batte più forte, la notte ha da passà: al diavolo non si vende…Io sono ancora qua ! Quindi io non mi vendo, mi regalo. Perché non mi sono mai vergognato di quello che sono, di quello che ho fatto, di quello che faccio, degli amici che ho. Sono troppo vecchio per dire cazzate e vivere una vista con la maschera addosso. Io sono esattamente ciò che vedi. Anche se mi dicono che riservo sempre delle sorprese, ma il bello è quello. Eh già. IO SONO ANCORA QUA.

 

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Cosa ballavo a 18 anni

Scritto il 17 marzo 2015 nella categoria musica

Nel post che potete leggere cliccando qui potete scoprire le orribili musiche che mettevano in discoteca quando avevo circa 18 anni. Di alcune non avevo trovato il video su youtube, ma adesso li ho trovati, quindi ecco questa "seconda puntata":

Total Groove – Reanimator. Questa c’era anche nel juke-box (che mezzo obsoleto) del Kursaal, e siccome era uno dei 3 o 4 pezzi techno io e i miei soci truzzi la mettevamo sempre.

Robert Armani – Ambulanza. Questa la ascoltavo sempre al Deejay Time con Albertino su Radio Deejay. Vai Alba, bella lì, piaac!

Datura – Yerba del Diablo. Dei Datura ne ho parlato in un apposito post: cliccate qui per leggerlo. Sempre bravissimi.

Plutone – Final Exit. Quando si parla di techno anni ’90 si parla di zanzarismo. E questo era lo zanzarismo scratchato. Top !

Deee Maestro – Deee Concerto. La cosa forte della musica elettronica di quegli anni è che c’erano dei pezzi, come questo, che fondamentalmente non c’entravano nulla. Ma molto belli. Questo poi nonostante il nome "italiano" era del Belgio.

Mig 29 – Mig 29. Ah, questo spaccava! Cavoli se spaccava. Oh si se spaccava di brutto!

Techno Twins – It’s a crime. Molto acida.

Game Boys – Tetris. Echisseladimentica: la trasposizione in salsa dance della musichetta del gioco Tetris. Penso di averla ballata un fantastilione di volte. Io e io mio socio avevamo anche "inventato" un modo di ballarla. Eh si perchè a quei tempi ci si sbizzarriva a inventarsi i modi per ballare la techno hehehehe.

Control Unit – Ti sei bevuto il cervello. Grande pezzo di Alberto di Molfetta, in arte… Albertino! Qui nella versione remixata da Digital Boy (quello di "This is muthafucker"), poi c’era quella remixata da Mastertechno (che era sempre il belga di Deee Concerto, cambiavano i nomi dei progetti ma i personaggi erano sempre quelli. Col nome di Mastertechno ha firmato uno dei miei pezzi preferiti, My Noise, che trovate qui. Ai tempi quel pezzo lo chiamavano "Volume 2" perché era sempre nel juke box del Kursaal e il disco aveva quella denominazione. In realtà era una mini raccolta e il titolo preciso del pezzo è, appunto, "My Noise". In quegli anni, in alcuni ambienti, "Mastertechno" è stato anche un mio appellativo.

Do it! – Attenzione. Un altro pezzo del duo Albertino e Molella.

Anticappella – 2/231. Di questo pezzo sono praticamente innamorato, perché è stato uno dei primi pezzi techno (infatti è del 1991) e uno di quelli che mi ha fatto vivere quella magia della musica elettronica (insieme a "James Brown is Dead", "Who is Elvis?" e il già citato "Muthafucker". Musica nuova, sconvolgente, che piaceva a pochi, che rompeva gli schemi, che era creata da strumenti artificiali e forse per quello più affine al mio mondo (io non sono in grado di suonare alcunché, ma mi dilettavo con i computer), e poi, che dire, ragazzi, mi prendeva nel sangue, nelle viscere, io potevo passare ore e ore ad ascoltare e ballare quella musica. Il mondo scompariva, c’era solo musica, amici, felicità, volevi che non finisse mai. Adesso può anche piacermi qualche canzone, magari le ascolto, ma quella sensazione di essere "rapito" dalla musica che balli non è mai più capitata.
ps il titolo della canzone, per la precisione è "due radice quadrata di duecentotrentuno", ma non avevo voglia di cercare il simbolo della radice per scrivere il titolo…

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Padre Pio – seconda parte

Scritto il 9 marzo 2015 nella categoria viaggi

Sono le dieci. Con calma ho visitato tutta la chiesa, la vecchia chiesetta a lato (dove aveva iniziato a celebrare il santo, “sostituita” poi da quella grande per accogliere il numero di fedeli che già in vita attirava. C’è poi un percorso che scende nella cripta dove era custodito il corpo di San Pio fino a qualche anno fa. Il percorso passa poi nelle celle dove anche il frate ha vissuto e pregato, e prosegue fino al piano superiore, il tutto disseminato di oggetti appartenutigli. E’ fin quasi esagerata questa esposizione di oggetti: c’è addirittura un sacchettino con dei cerotti usati! Ho fatto tutto il giro da solo, anche se oggi è domenica non c’è nessuno. Fuori piove. Visito brevemente il presepe e mi inerpico sulla collina a fianco, vicino all’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, dove c’è la Via Crucis. Quando arrivo in cima la pioggia aumenta notevolmente d’intensità e anche se la giacca e cappellino mi riparano, i jeans e le scarpe s’inzuppano. Diluvia. Scendo e mi infilo in un bar a fare colazione. Sono un pulcino bagnato. Praticamente mi manca da visitare la chiesa di San Pio, progettata da Renzo Piano. Ho tutta la giornata, farò le cose con calma e ne approfitterò per leggere e scrivere.

 
Non piove più, visito la chiesa. E’ veramente grande, moderna, forse troppo. C’è una bella vetrata con disegni, ma oltre a quella solo marmi e panche in legno chiaro, tutte uguali, in infinite file. Noto che sono senza inginocchiatoio. Adesso sono giù, nella chiesa inferiore, dove c’è il corpo di Padre Pio. sono contento e soddisfatto del fatto che, venendoci, ho come accompagnato qui la Rita, ci tiene. So che sono solo spoglie mortali, però… come dire, è la meta del mio pellegrinaggio e mi fa stare bene. adesso me ne sto un po’ qui. Intanto mi asciugo. Qui sotto è più carino, ha più l’aspetto di una chiesa che di una sala conferenze come di sopra. Mosaici, intarsi. La modernità essenzialista mal di addice a mio parere ad un posto di culto, ma la mia è solo un’opinione, evidentemente.
 
No, però il selfie con la salma no, vi prego! Di cattivo gusto!
 
La vita di Padre Pio mi ricorda un po’ quella di San Francesco: grandi persone, grandi santi, gran carisma, non usato però per mettersi in mostra e sentirsi importanti, ma rispettando sempre le scelte della Chiesa.
 
 
Ore 13:16. Sono di ritorno verso Foggia. C’è da dire che qui a San Giovanni Rotondo hanno due difetti: quando piove le strade e i marciapiedi si allagano e a pranzo, in centro, ognuno mangia a casa sua.
Ho deciso, anche dietro suggerimento della mia guida, di visitare il centro storico. Solo che, quando ero a metà strada, ha iniziato di nuovo a venire giù a secchi e non c’era verso di non avere i piedi a mollo. Allucinante: 5 / 10 cm di acqua, anche passando in mezzo alla strada! Allora mi sono rotto: ho chiesto dove potevo acquistare il biglietto del ritorno (al Bar Villa). Lì niente panini, allora sono stato in altri 4 bar, ma la risposta era “no”, oppure “se vuoi facciamo aperitivi”. Ho chiesto ad un ragazzo se ci fosse una pizzeria o un bar dove facessero panini e mi ha risposto schifato: “No, a quest’ora no”. Ma scusa, voi a che ora mangiate, solo di sera? Boh
Siccome aveva smesso di diluviare me ne sono tornato “da Padre Pio” per far passare il tempo e asciugarmi un po’ camminando. E comunque avevo ragione io: Frate Francesco Forgione era originario di Pietrelcina, provincia di Benevento, e quindi in Campania!
 
 
19:52. Arrivato a Foggia pioveva. Strano. Faccio un giro in centro. Negozi chiusi: ovvio, è presto. Quello che è singolare è che non c’è proprio nessuno in giro, ma nessuno! A parte venditori ambulanti e  zingari, quelli sono in giro 24h no stop.
Ti dico che alle 3 ho fatto a piedi dalla cattedrale a Piazza Umberto Giordano e non ho incontrato nessuno. Pieno centro. I pochi che passavano mi guardavano un po’ con timore, come si farebbe se incontrassi uno alle 3… di notte!
A questo punto me ne sono andato al bar della stazione a leggere bevendo un cappuccio. Padre Pio mi ha proprio fatto scontare il pellegrinaggio.
Continua a piovere, imperterrito. Beh, fa parte del sacrificio, no? In ogni caso niente guasta la mia soddisfazione. Primo perché a me piace fare ciò che dico di fare, e secondo perché a questa cosa ci tenevo. Vorrei già tornare qui. C’è stato un momento in cui mi sono detto: “l’ho fatto, sono venuto fin qui, ci sono!
A metà pomeriggio vinco l’abbiocco pesantissimo che rischia di farmi addormentare al bar e mi sparo un altro giro. Qualche negozio aperto c’è, ma pochi: è domenica.
Gironzolo, la città è anche carina, ma visto il meteo mi infilo nei negozi aperti. Verso le 7 inizio a cercare una pizzeria. Ho voglia di pizza, caspita, e soprattutto di sedermi al caldo e all’asciutto. Dopo un bel po’ di ricerche ne trovo una, ma dicono che prima delle 8 non fanno la pizza. Ne trovo altre 3, nei dintorni della stazione, ma con lo stesso risultato. In una addirittura sono entrato e, dopo qualche minuto, sono uscito senza neanche che se ne accorgessero. Mi arrendo: vado al cinese, ma ho l’amara sorpresa, rimbalzato anche lì, aprono alle 8.
Ora sono tornato alla prima pizzeria e mentre scrivo mi sono pappato una bella pizza, mi viene già sonno.
 
 
Ore 6. Me ne sono tornato al bar della stazione in attesa del treno. Alle 21 chiude e alle 22 arriva il mio treno. Mi viene subito l’abbioccone. Stavolta lo scompartimento è pieno e praticamente ad ogni stazione c’è gente che sale o scende, si vede che è il treno del lunedì mattina. Riesco a dormire un po’, ma pochissimo, non sono abituato. Poi a Piacenza mi sveglio definitivamente e mi preparo. Per fortuna: mi viene un colpo di sonno e mi risveglio che il treno sta per ripartire da Voghera! Panico! Prendo su lo zainetto, la giacca e mi catapulto letteralmente giù dal treno. È andata bene: ho dimenticato solo la sciarpa, pazienza. Ora me ne vado nel letto fino a ora di pranzo!
 

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Padre Pio – prima parte

Scritto il 8 marzo 2015 nella categoria Altro,viaggi

Sono le 2153

Eccoci qui, sul treno. Finalmente sto andando in Puglia, a San Giovanni Rotondo, “da Padre Pio”, come si suol dire. Sono anni che sto progettando questo viaggio, o meglio che ci sto pensando. Non so se è un pellegrinaggio, non sono particolarmente devoto a questo a questo santo, a dir la verità non conosco neanche bene la sua storia, se non qualche spezzone che si legge sui giornali o qualcosa detta alla tv, ma è una cosa che mi ero imposto di fare.
Dite che scrivo dei periodi troppo lunghi? Scusatemi, in italiano, raggiungevo il sei, sei e mezzo. I miei ci andavano spesso anni addietro, una volta l’anno, forse per un fioretto o cose simili, non l’ho mai saputo. Come sempre senza dire nulla fino all’ultimo giorno, quando a cena dicevano: “Guarda che noi andiamo da Padre Pio”, e prendevano il treno di notte, per arrivare a Foggia all’alba. Lo stesso treno su cui sto viaggiando. Dopo aver partecipato alla messa tornavano, e per la sera del giorno dopo la partenza erano a casa. Ricordo quella volta che mi hanno telefonato mentre ero al bar a vedere la partita dicendomi che, causa ritardi, avevano perso la coincidenza. E così sono andato a prenderli alla stazione di Piacenza. È stato un “diversivo”, ero contento di andarli a prendere. Ricordo che, ascoltando l’autoradio, sentimmo la partita inframmezzata dai loro racconti. L’Inter vinse quella sera.
Quasi sette anni fa gli dissi: “La prossima volta verrò anche io”. Avevo un mio motivo e feci quella promessa. Solo che l’anno successivo mia mamma aveva già problemi alla gamba e avrebbe fatto fatica a fare quella sfacchinata. Nei periodi in cui stava meglio non aveva tempo, oppure ci eravamo imbarcati in altri viaggi, come a Lisbona e ad Atene. Poi la malattia si è improvvisamente aggravata, con tragico epilogo. Quando era in ospedale, quasi due anni fa, le promisi che l’avrei accompagnata io fin là, magari con mezzi più comodi, come l’auto, ma il destino non me ne ha dato la possibilità.
Nei mesi successivi se ne è parlato qualche volta in famiglia, ma è una di quelle cose che rimandi sempre: quando farà più caldo, quando avrò più tempo, quando sarò più libero, quando, quando ,quando, quando.
E così mi sono deciso. Avevo ovviamente pensato ad uno dei miei viaggi lampo: dalla Rita qualcosa avrò pur preso, no? Solo che raggiungere San Giovanni Rotondo in aereo è complicato. Foggia ha un aeroporto servito malissimo (non so neppure se è ancora funzionante) e atterrare a Bari comporta delle perdite di tempo e denaro e aggiunge delle complicazioni che rende il treno una scelta quasi obbligata per una breve visita. Quindi, una notte di novembre (la notte è il paradiso -o l’inferno, dipende dai punti di vista- di chi  come ma fa –incauti– acquisti su internet. Sia benedetta/maledetta la carta di credito) ho preso i biglietti per gennaio, intercity notte, direttamente da Voghera a Foggia.
E quindi eccomi qui. Viaggiare da solo non mi ha mai messo ansia, malinconia o preoccupazione, ma stavolta un pochino si, starò invecchiando? Mi sembra di partire per un lungo viaggio, ma sarò di ritorno nel mio letto tra… dunque… 31 ore? O 32. 
Il treno sembra mediamente tranquillo. Ci sono, ovviamente, anche delle brutte facce, ma niente di che. È anche abbastanza frequentato. Né troppo, né troppo poco. Dovremmo essere a Piacenza. Credevo ci fossero dei vagoni cuccette, invece mi sa di no. Adesso mi metto a leggere.
 
 
È quasi mezzanotte e siamo a Bologna. I compagni di viaggio del mio scompartimento sono scesi tutti, compresi i chiacchieroni saliti a Piacenza. Ora vediamo chi sale. Speriamo bene.
 
 
Sono le 7:17. È appena finita la messa al santuario di Santa Maria delle Grazie. Sono molto in anticipo sulla tabella di marcia.
Da Bologna in avanti ho fatto il viaggio in compagnia di due ragazze e un ragazzo. C’era anche un altro, ma è sceso subito. Potrei definirlo “di colore”, ma è una definizione che non mi piace. Di che colore? Quando ero bambino si diceva “negro”, ma poi è diventata una parola offensiva. Dovrebbero inventarne una, perché “di colore” è proprio brutta. 
Le due tipe invece erano di una strana nazionalità che ci ho messo un po’ ad individuare. La fisionomia era europea, ma la lingua che parlavano mi era ignota. Non era italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco, neanche nordica tipo fiammingo, olandese, svedese. Neppure slava, russa, ecc. Quindi? Quando una delle due ha estratto un libretto per scrivere qualcosa ho sbirciato e ho riconosciuto una theta minuscola: erano greche! Tra l’altro: perché si dice greco, greca, greche, ma il maschile plurale è greci? Boh.
Ad un certo punto abbiamo spento la luce, cercando di dormire. Una delle due si è calata in faccia uno scalda collo, ma nonostante quello ha cambiato posizione cento volte: seduta, allungata, sdraiata, stravaccata. Ogni volta scontrandomi e svegliandomi.
Il tipo russava. Quindi si può dire che non ho dormito molto. Alle 4 ci ha pensato pure il controllore.
Alle 5 e 20 il treno era già fermo appena fuori dalla stazione di Foggia. Wow, si prospettava un arrivo anticipato. Esco e cerco una pensilina del bus. Chiedo a una signora, ma lei sta andando in Romania. In quella passa un autobus cono scritto “S.G. Rotondo”. Lo rincorro, si ferma, salgo. Purtroppo non è possibile acquistare il ticket sul mezzo, l’autista mi indica un bar. Mi precipito. Sta entrando una decina di persone col trolley: li sorpasso con astuzia e un pizzico di maleducazione e chiedo il biglietto. “Tanto il prossimo è alle 7”. “No, mi sta aspettando”. “Ah, parte in ritardo?”. Io penso “Si, perché è amico mio, tiè
Sulla corriera cerco di dormire, visto che il viaggio dovrebbe durare oltre un’ora. Avrei voluto leggere la guida che mi sono stampato, visto che non ho bene idea di cosa ci sia da visitare, ma è buio pesto.
Se avevo dimenticato come è scomodo cercare di dormire in treno, riscopro che sull’autobus è proprio impossibile. Per fortuna non fa soste (e chi dovrebbe salire o scendere a quest’ora?) e arriviamo in anticipo di un quarto d’ora. Riesco così ad assistere alla messa delle sei e mezza

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