Articoli con tag ‘moda’

Gucci Ghost

Scritto il 19 ottobre 2017 nella categoria Altro

Avete mai sentito parlare di Gucci Ghost? E’ un po’ come la favola dei "falsi d’autore": copie di quadri disegnati talmente bene da gente talmente brava che acquisiscono importanza quasi pari all’originale.

Trevor ‘Trouble’ Andrew è un canadese appassionato di skateboard, e poi di snowboard. Talmente appassionato che diventa professionista e finisce alle olimpiadi come snowboarder. Non gli piace l’abbigliamento "classico" e allora se lo reinventa, indossando i jeans sopra alla tuta. Dopo un infortunio si dedica appieno alla moda, si trasferisce prima a Philadelphia e infine a New York. fa cose strane, tipo girare in skate con indosso un lenzuolo. Un fotografo lo nota e finisce su alcune copertine. Coi primi soldi si compra un orologio Gucci. Rimane impressionato dal marchio, tanto che anni dopo inizia a fare graffiti col simbolo della doppia G. La cosa piace talmente tanto che si mette a produrre oggetti, e capi di abbigliamento, col "suo" logo, la doppia G rovesciata, spesso stilizzata sopra ad un fantasmino. Da qui nasce "Gucci Ghost". La cosa non passa inosservata alla casa di moda Gucci e al suo direttore creativo, Alessandro Michele, che vuole conoscerlo e gli propone una collaborazione

E così Gucci esce con una linea, "Gucci Ghost" appunto, disegnata da Trouble Andrew. Il fake è diventato real. Il clone è diventato l’originale. Il tarocco che diventa vero. Pazzesco, ma non troppo. D’altronde nella cultura orientale la copia ha un significato di rispetto e di riverenza verso l’originale, e più che plagio, il lavoro di Travor è sempre stato quello di una citazione del suo marchio preferito. L’intelligenza di Gucci è stata quella di cavalcare l’onda, di far buon viso a cattivo gioco e di riuscire a sfruttare questa pubblicità, dimostrandosi allo stesso tempo "benevola", moderna, e con buon fiuto degli affari, nonchè sempre terribilmente avanti nella moda, benchè la griffe abbia quasi 100 anni.

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ll rapporto con il cliente

Scritto il 20 giugno 2013 nella categoria Marketing

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Trentanovesima puntata

“Non vendiamo un prodotto, ma un’idea” (M. Ascarelli De Giacomi, “Psicologia e Tecnica della Vendita”, Franco Angeli Editore,1969)

Vendere non significa soltanto prendere la merce dagli scaffali e mostrarla al cliente ripetendo un certo numero di frasi imparate a memoria, non è solo il rispondere alle domande di chi abbiamo davanti, cercare la taglia e il colore desiderato, preparare la confezione e accompagnarlo alle casse. Chi nella vendita vede soltanto questi aspetti materiali non è un vero venditore. La vendita è innanzitutto un lavoro intellettuale e solo in parte un lavoro manuale: vendere significa convincere il cliente. Si può convincerlo ad arrivare fino al punto vendita, grazie alla pubblicità ed alle promozioni; si può convincerlo ad entrare, grazie all’allestimento delle vetrine, all’insegna e ad un ingresso accogliente; si può infine convincerlo ad esprimere desideri inconsci, o a farne scaturire di nuovi, per poi soddisfali con gli articoli proposti. Nel settore moda questo è ancora più vero in quanto molto spesso non si compiono acquisti per stretta necessità, ma per soddisfare esigenze più o meno voluttuarie, quindi la componente umana risulta fondamentale.

Quest’ultima parte spetta in gran parte al venditore. È un compito difficile, specialmente in un negozio autonomo, dove il rapporto con il cliente è più diretto, personale e intimo. L’addetto alla vendita non lavora sul ferro, sulla pietra, sul legno, sulla stoffa, ma sulla personalità umana del cliente e il suo strumento principale è la parola, che deve essere sempre guidata da capacità, intuito ed intelligenza.

Il cliente-tipo di un negozio tradizionale ha esigenze diverse da quello che si rivolge ad un centro commerciale, ad un negozio di una catena o ad un outlet. In un negozio il cliente cerca degli aspetti che nelle altre formule distributive mancano.

Essenzialmente cerca un rapporto umano con il venditore, da cui scaturiscono altri vantaggi. Quando si istaura questo tipo di rapporto la vendita diventa più piacevole, rapida e proficua. Analizziamo i motivi che spingono un potenziale cliente a rivolgere la propria attenzione ad un negozio tradizionale.

  • La fiducia. Il cliente si aspetta di trovare una controparte esperta della categoria merceologica dei prodotti che vende. In questo modo potrà farsi consigliare, assistere nelle scelte, supportare nella selezione delle proposte. L’opinione preponderante è quella che assegna un alto grado di competenza al dettagliante. Questo perché molto spesso il negozio è gestito direttamente dal titolare o dai familiari, e si suppone che abbiamo intrapreso questa attività per passione, e quindi siano abili intenditori della merce venduta. Queste caratteristiche molto spesso non sono presenti nelle altre tipologie di vendita, dove il personale viene assunto senza richieste di una preparazione specifica, specialmente nel settore abbigliamento e moda.
  • I servizi. Dal rapporto personale con il venditore possono scaturire dei servizi che altrove non vengono effettuati, se non in rari casi. Il venditore potrebbe accordare sconti particolari ai clienti abituali, tenere in sospeso la merce in attesa del pagamento futuro, concedere la merce a credito, accettare resi, ecc.
  • Calore umano. Un aspetto da non sottovalutare è quello che molte persone scelgono il negozio semplicemente per il rapporto umano che si istaura col negoziante. Chi lo fa per chiacchierare, magari solo del più e del meno, chi per avere un valore aggiunto agli acquisti che fa.

Questi elementi sono ovviamente legati tra di loro e partecipano assieme a formare la motivazione per la quale gli acquirenti italiani dirigono le proprie attenzioni alle consuete attività commerciali tradizionali.

Per questi motivi il rapporto col cliente deve essere oggetto di particolari attenzioni. Un abile venditore deve saper ascoltare, capire il cliente, le sue esigenze, proporre nuove soluzioni, invitare all’acquisto, e anche accettare di fare qualche chiacchiera, senza perder tempo ma senza neanche perdere la pazienza.

 “Non vendiamo un prodotto, vendiamo soluzioni” (William “Bill” Henry Gates III, all’epoca CEO di Microsoft, in una conferenza a Milano, 1994) (Io c’ero ! NotaDiFabio)

Il venditore deve essere un buon psicologo, deve conoscere il cliente e convincerlo, comprendendo il comportamento, gli atteggiamenti mentali, le motivazioni. La vendita è anche un incontro tra due menti, fra due intelligenze, fra due esseri sensibili e ragionanti, pertanto è un rapporto estremamente complesso. L’abilità del commerciante sta nell’utilizzo delle sensazioni che farà nascere, con tutti i mezzi possibili: le parole, i toni, le pause, le suggestioni, ma anche dando al cliente la possibilità di utilizzare altri sensi per valutare la merce, facendo in modo che possa toccala, maneggiarla, indossarla.

La psicologia ci insegna anche tanti altri aspetti della vendita, che qui non analizzeremo. Ad esempio occorre valutare anche i differenti tempi di reazione (dovuti ad età, stato di salute, esperienza, cultura, abitudine, ecc.) per adeguare i ritmi di presentazione degli articoli. L’elencazione di tutti gli aspetti psicologici della vendita e le opportune tecniche da utilizzare esulano gli scopi di questa tesi, ma rimarchiamo che spesso sono estremamente importanti.

"Noi vendiamo sogni" (Santo Versace, presidente della Gianni Versace s.p.a., "Io, Gianni, Donatella e la politica", Panorama, 20 marzo 2008)

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Nati con la cravatta

Scritto il 10 maggio 2012 nella categoria Altro

Ci sono parecchi modi per fare il nodo alla cravatta. Molti pensano che sia una cosa complicata, e talvolta lo è, ma non scoraggiamoci: si sono dei nodi di facilissima realizzazione. Basta un poco di pratica davanti allo specchio e i risultati saranno soddisfacenti. Eccone alcuni (fonte: Nodi-di-cravatta.com)

Il nodo semplice è il grande classico dei nodi per cravatta. È ampiamente il più utilizzato, poiché si tratta del più semplice da realizzare e si accorda con la maggior parte delle cravatte e praticamente con tutti i colli di camicia. Lascia la cravatta molto lunga, quindi va bene per le persone alte, oppure per le cravatte corte.

Il nodo doppio è molto simile al nodo semplice, differenziandosene per il fatto che necessita una seconda rotazione; all’inizio, la gamba della cravatta deve essere passata per due volte attorno alla gambetta.
Di aspetto più spesso rispetto al nodo semplice, il nodo doppio è ideale con la maggior parte delle camicie. È perfetto anche con tutte le cravatte, eccetto quelle troppo spesse.

Il nodo Windsor è il nodo delle grandi occasioni. Molto inglese, il suo nome deriva dal Duca di Windsor, che lo ha reso popolare.
Visto il suo volume importante, deve essere realizzato preferibilmente su dei colli aperti, come i colli italiani.
Talvolta complesso da realizzare, deve, per essere perfetto, cadere esattamente al centro del collo e nascondere l’ultimo bottone della camicia.

Il mezzo Windsor assomiglia al nodo Windsor, essendo al contempo meno spesso e più facile da realizzare.
Si accorda idealmente con delle cravatte fini o poco spesse. Elegante e triangolare, si porta di preferenza con una camicia a collo classico o con una camicia a collo aperto.

Il nodo piccolo è, come lo dice il nome, piccolo.
Si accorda in modo particolare con le cravatte spesse o con le camicie a collo stretto. Deve essere evitato con le camicie a collo lungo o aperto.
Relativamente facile da realizzare, necessita tuttavia un “avvitamento” di 180°. Il nodo piccolo è il modo più semplice per annodare una cravatta.

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Nati con la camicia

Scritto il 27 febbraio 2012 nella categoria Altro

La camicia è composta da una serie di elementi che ne danno la forma. Questi, combinati fra loro, generano un numero infinito di camicie diverse. La camicia è caratterizzata dal colletto, i polsini, i bottoni, le tasche e altri dettagli che differenziano una camicia dall’altra.

Il colletto è l’anima della camicia; è l’elemento che ne determina la personalità e lo stile. I colli più comuni sono:

  • Collo italiano: è un collo con apertura larga, con le punte che tendono a fuggire via, è molto formale e perfetto con il doppio petto. Ospita nodi di cravatta importanti. E’ il più conosciuto e il più utilizzato.
  • Collo francese: è un collo con apertura molto larga. Adatto ad un abbigliamento formale e a nodi di cravatta voluminosi.. Esiste anche la variante detta "mezzo francese" che ha le ali leggermente più chiuse. Pare che i francesi lo chiamino "all’italiana" !
  • Button Down: colletto nelle cui punte sono tagliate due asole in cui si inseriscono due bottoncini cuciti sul davanti sottostante. E’ un collo comodo e sportivo, perfetto anche per l’informale. Ospota nodi di cravatta anche corposi. Può essere portato anche senza cravatta. Adesso ci sono anche quelli coi bottoni nascosti.
  • Coreana: colletto piegato che rimane aderente al collo e cucito o attaccato allo scollo, da cui è separato tramite una piega. Veniva utilizzato in passato per camicie lunghe o tuniche.
  • Cerimonia: detto anche diplomatico è un collo con le punte piegate verso l’esterno. E’ indicato per situazioni in cui è importante l’eleganza.

Il polsino di solito è alto circa 7 cm, deve spuntare di circa un centimetro sotto la manica della giacca. I polsini possono essere ad angolo pieno, angolo smussato e arrotondati. Molti presentano due bottoni per meglio regolare la larghezza.

Per quanto riguarda la vestibilità ci sono varie tipologie di camicie, anche caratterizzati  da accorgimenti di tagli particolari (per esempio a fondo quadrato oppure tondo, o fondo posteriore più lungo di quello anteriore).
Principalmente abbiamo due vestibilità: regolare (una vestibilità classica) e slim fit (per una linea più asciutta – esiste anche la variante super slim fit che  sta bene solo a quelli decisamente magri)

 

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Vogue Fashion Night Out

Scritto il 12 settembre 2011 nella categoria Cronache

Giovedì scorso, alla sera, siamo stati alla serata milanese organizzata dal noto giornale modaiolo. La serata iniziava sul presto con aperitivi e rinfreschi, noi siamo arrivati verso le dieci. La cosa funziona così: nella zona sciccosa di Montenapo / Manzoni / Spiga / Venezia / San Babila / Vittorio Emanuele tutti o quasi i negozi erano aperti e quelli più importanti offrivano una qualche attrattiva: un rinfresco, dei gadgets, un ospite famoso, della musica, ecc. 
C’era una quantità di gente incredibile. Inutile che cerchiate delle foto perchè non sono rappresentative del fiume di persone. Fin troppo. Io credevo cmq di riuscire a vedere qualcosa, in realtà abbiamo seguito il flusso e si passava davanti ai negozi senza speranza di entrarvi (se non a spintoni). Ma lo spettacolo era dato anche dai tipi particolari che si incontravano: ragazze con strani accessori nei capelli, bausciotti vestiti come neanche Lapo Elkann oserebbe, personaggi che sembravano usciti da una qualche sfilata di moda marziana, ecc.

 

La serata è stata interessante e piacevole, anche se molto stancante. La confusione è autoreferenziale, quindi alla fine quello che si poteva vedere era la confusione stessa. Un peccato, in quanto avrei preferito anche vedere ciò che offrivano i vari showroom. Insomma: roba ce n’era, ma troppa! Anche se passeggiare per il centro di Milano, checchè ne dicano quello che denigrano sempre questa città, è sempre bello.

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Differenziazione e segmentazione del mercato

Scritto il 20 maggio 2009 nella categoria Marketing

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Quinta puntata (questa settimana va "in onda" il mercoledì)

Nel gioco competitivo del settore un ruolo importante viene assunto sia dalla differenziazione sia dalla segmentazione del mercato, due strategie di prodotto strettamente collegate.
Con la politica di differenziazione del prodotto l’azienda si propone di rendere il proprio prodotto differente da quelli offerti dalle aziende concorrenti. In questo modo l’azienda cerca di sottrarsi alla competizione di prezzo sfruttando il fatto che, tramite la differenziazione, il suo prodotto possa risultare diverso e preferibilmente migliore degli altri.
La strategia di segmentazione parte dal presupposto che il mercato globale è eterogeneo, ma presenta comunque una serie di segmenti omogenei, ciascuno dei quali presenta desideri, motivazioni e caratteristiche peculiari (La segmentazione del mercato è il processo attraverso cui l’impresa suddivide il mercato in “gruppi”, costituiti da soggetti -individui o organizzazioni- con profili di domanda omogenei per taluni aspetti significativi, sufficientemente distinti tra loro. Essa consente di orientare l’impresa sia nella scelta della modalità competitiva, sia nell’implementazione della strategia competitiva, sia, infine, nell’allocazione tra i differenti mercati e i differenti prodotti. Cfr M. Raimondi, op. cit.). Mentre l’obiettivo della strategia della differenziazione è quello di penetrare in ampiezza in un vasto mercato, quello della segmentazione consiste nel penetrare in profondità in un mercato più limitato.

L’offerta, sulla base della tipologia di prodotto, può essere distinta nel settore moda in quattro filoni principali:

  •  Alta moda: fa riferimento ai prodotti di alta sartoria di famosi stilisti; i prezzi sono decisamente alti e i clienti sono ridotti e selezionati, normalmente si tratta di vestiti per grandi occasioni.
  • Prontomoda (detto anche prêt-à-porter): portano sempre importanti nomi di stilisti, di case di moda o d’industrie; i prodotti pur essendo d’alta qualità sono maggiormente accessibili dal punto di vista del prezzo e per questo indirizzati ad un vasto pubblico, sono capi che possono essere indossati anche quotidianamente.
  • Abbigliamento di massa: è l’area nella quale abbiamo la maggior parte dei consumatori; anche se si è in presenza di prodotti a prezzi medio-bassi, rientrano pur sempre nel contesto della moda visto che ne seguono l’evoluzione.
  • Abbigliamento sportivo: si comprendono tutte le tipologie d’abbigliamento sportivo per qualsiasi consumatore.

A lunedì prox!

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Paris Hilton

Scritto il 24 settembre 2008 nella categoria Società

Oggi vorrei spezzare una lancia a favore di una delle più odiate, Paris Hilton. I denigratori, specie le donne, dicono: "non è per niente bella, piace solo perchè fa l’oca e ha i soldi". Noooo guarda fa schifo, maddai! Invece secondo me è una gnacca. Non sarà ultrafighissima, ma non è certo da buttare via… Ma poi, de gustibus… E poi non è per niente stupida: con la sua presunta aria da svampita ha fatto un’operazione di marketing mica da ridere.  Da anni fa parlare di lei anche se non fa in pratica nulla. Scusate se è poco. Lei presenzia, lancia linee di moda, ha fatto un disco… tutto quello che serve per far parlare di sè. In un mondo basato sull’immagine ha fatto una scelta ottimale, e soprattutto l’ha realizzata al meglio.

E non dite che non è così: l’apparenza ormai ci invade. La scorsa settimana ero al bar, entra una mamma dal look griffatissimo con uno di quei passeggini ultrafashion che trasportava una paffuta bimbetta. Il barista, per fare il simpa, le dice: "OOOH, ma come è vestita bene questa bambina". Capite? Non è che ha detto "Che bambina carina", ma "Che bambina stilosa". Allucinante. E soprattutto son rimasto basito dalla risposta della mamma, che con finto antisnobismo ha quasi sbuffato: "Eh si, le hanno regalato il corredo completo di Burberry". Cosa??? Ad una bambina che neanche cammina? Ma la gente è malata nella testa. Ma veramente pensano che il bavagliolo della Lacoste assorbe la bava del poppante meglio di quello anonimo? E allora facciamolo cagare nel pannolino Gucci, così profuma di fashion. Ma dai, non scherziamo per favore. Io i bimbetti firmati li trovo davvero di cattivo gusto. E’ una sfacciata ostenzazione… si ma della testa bacata dei genitori. Mi ricorda un po’ le quarantenni fintobionde ultralampadate color merda con la pelle bruciata: probabilmente sono convinte di stare bene. E quelli che comprano le Hogan numero 19 pensano che i loro figli siano dei fighi della madonna, io penso che saranno degli adulti complessati. Ma se il mondo è questo, Paris sta giocando le giuste carte, ecco perchè mi sta simpatica. Melio cambiare no?

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Serravalle

Scritto il 6 settembre 2008 nella categoria Riflessioni,Società

Fino a pochi anni fa quando dicevi "Serravalle" intendevi l’autostrada, l’A7, comnemente detta, appunto, la "Serravalle". Ora parli dell’Outlet. Infatti in quella zona del Piemonte, tra Serravalle e Novi Ligure, patria del cioccolato, ha aperto i battenti il primo Outlet Center della moda in Italia. Nei giorni scorsi sono andato a farci un giro, ecco il resoconto:

 

di Fabio Tordi (esperto di costume)   di Fabio Tordi (esperto di marketing)

Non sono un frequentatore dell’Outlet, come invece molti nella mia zona. Sono venuto un paio di volte appena aveva aperto e un paio di volte successivamente. Esco dal casello di Serravalle e imbocco la strada in salita. Ricordo benissimo, una decina di anni fa quando con amici siamo stati alla discoteca Palace, covo di truzzi e musica techno, che talvolta trascendeva in hard core. Qualche anno dopo ha chiuso e l’hanno trasformata in una sala Bingo. Che tristezza. Ora c’è l’Iper, e dietro hanno sbancato un’intera collina x costruire un altro centro commerciale dove piazzare i grandi nomi della GDO specializzata tipo Pittarello, Euronics, ecc. E non solo, stanno ancora costruendo un posto altrettanto grande. Bella o brutta che sia questa è la realtà. Negli anni ’70 un neologismo chiamava l’improvviso boom edilizio spregiudicato "rapallizzazione", ora potremmo coniare il verbo "serravallizzare".

Son passato davanti al nuovo centro, ma non mi andava di entrare: d’altronde perchè venire fino a qui x andare in negozi che si trovano ovunque? Allora ho parcheggiato dietro al Designer Outlet. Ogni passo che compivo non faceva che aumentare la mia amarezza: che posto squallido e triste. Una sequenza di negozi dove la gente è convinta di fare affari. Ti fanno gli sconti. Si come no? Nel negozio Reebok ho visto un paio di scarpe a 49 euro che io ho fatto fatica a vendere quest’estate a 15 euro. Ormai il mondo dell’abbigliamento sta dividendosi come una forbice: i prodotti non di marca costano spr meno e quelli di marca spr di più. Siamo onesti: il prezzo corretto e sincero per un paio di jeans sarebbe di circa 40 euro. Invece al mercato li trovi a 10 euro e quelli di marca costano oltre i 100 euro. Certo, i prodotti griffati dovrebbero essere di qualità migliore, e quasi sempre lo sono, ma la differenza qualitativa non giustifica in nessun modo l’enorme differenza di prezzo. Io personalmente non sopporterei di indossare un maglione come fosse una reliquia solo perchè l’ho pagato magari 150 cucuzze. Preferisco un bel maglione, di qualità, pagato 30 euro. Così magari durante l’inverno me ne compro anche 4, non sono costretto a girare sempre con lo stesso. Ma io sono strano. E poi un maglione a 150 cucuzze mi sembra uno schiaffo alla povertà.

Il mio stile è inside, non permetterei minimamente di essere  giudicato per ciò che indosso. Così come non mi permetterei di giudicare una persona per quello che porta.

Sono arrivato al "centro", dove c’è la fontana. Anche quella aveva un sapore di finto che mi seccava la gola, seppur fosse piena d’acqua. Ma come si fa, dico io, a passar giornate in quel paese dei balocchi? Pinocchio apri gli occhi per favore. Eppure è così. Questi furbi signori hanno creato città-stato, dove possono fare gli orari che vogliono, 7 giorni su 7. E la gente, invece di farsi le belle passeggiate di una volta, passa le domeniche pomeriggio a mangiarsi un fintogelato seduti su una fintapanchina in una fintavia del fintovillaggio. Sembra di stare a Legoland, è l’aberrazione del consumismo.

Proprio mentre venivo qui alla radio parlavano di outlet e un radioascoltatore diceva che al suo paese, da quando hanno aperto uno di questi centri, i giovani più trendy si tengono lontani dalle marche ivi proposte perchè altrimenti si dice che "sei vestito all’outlet". Non vorrei sembrare antico se dico "ma dove siamo arrivati?". Ormai la marca ha raggiunto una dimensione tale che non lascia più spazio alla qualità reale del prodotto. Che solitamente viene fatto in Cina. O dai cinesi di Prato…

Beh ragazzi, coi Lego mi piace giocarci, ma preferisco vivere nel mondo reale, i miei centocinquanta euro per un paio di braghe non li avranno mai (con la presunzione poi di farmi anche lo sconto!!!!). Preferisco spenderli per andare fino a Vernazza a mangiare il gelato.

 

Ho sempre avuto la passione dei centri commerciali, mi affascinano. In un solo posto puoi trovare tante cose. Inoltre per me che sono cresciuto in un paesino, il centro commerciale ha un appeal ancora maggiore. Quando ne vedo uno fatico a non entrarci, giusto solo per fare un giro. Tempo fa son passato a Serravalle e ho notato che dopo l’Outlet e l’Iper, ha aperto un altro centro e nuove costruzioni stanno nascendo. Certo che dovrebbero pagare una fee di ingresso x la geniale idea di Mc Arthur Glen di costruire li, a ridosso delle autostrade, in un luogo facilmente raggiungibile dalla Liguria, dal Piemonte, da Milano e dall’Emilia. In Italia non si era mai vista una tale concentrazione di quelli che una volta si chiamavano spacci aziendali. In questo modo il cliente ha la possibilità di trovare realmente ciò che vuole.

Il centro è organizzato molto bene. ha tanti bei parcheggi che lo circondano, in modo da essere facilmente raggiungibile da tutte le direzioni. Ogni passo che compivo non faceva che aumentare la mia soddisfazione: che posto strabiliante e unico. E’ stato realizzato come un villaggio, con vie lastricate, fontanelle, panchine, edifici simili ma non identici, per ricreare un ambiente familiare e dare al visitatore un’idea di benessere. Chi ci va si sente essenzialmente prima un ospite che un cliente. Non si ha la sensazione di essere in un santuario del consumismo, ma in un paese delle favole, dove ciò che desideri è lì a portata di mano… e di portafoglio. Ogni ditta presenta le proprie collezioni precedenti fortemente scontate.
I negozi vanno da quelli di moda chiccosa, a quelli di sportswear, fino alle marche più giovani, sportive, eleganti, ecc. Insomma c’è di che soddisfare i gusti di tutti, anche dei più esigenti. Perchè lo stile di ciascuno è importante e l’abbigliamento è un biglietto da visita.

Comunque ancora complimenti agli ideatori, finalmente non si è più costretti a perdere giornate alla ricerca del capo che si aveva in mente, gironzolando nei caotici centri delle città. Qui, a pochi minuti di autostrada, senza problemi di parcheggio, hai tanta di quella scelta che è quasi impossibile non accontentare i tuoi gusti. Prova ne è il grande successo che ha avuto.

Immagino che i prezzi degli affitti siano altini, ma il fatto di essere aperti 7 giorni su 7 e soprattutto quello di attirare una così vasta clientela, ripaghi ampiamente delle spese sostenute. Noto che c’è sempre il negozio della Slam, marca genovese di abbigliamento "da barca". Prima dell’apertura del Designer Outlet capitava spesso di fare degli stock per il mio negozio. Ora invece gesticono le rimanenze tramite il negozio di Serravalle. E guardando i prezzi capisco il perchè. Una polo "in offerta" a 40 / 50 euro?? Grandiosi. Potenza del marketing. Ecco la leva capace di sollevare il mondo degli anni 2000. L’idea, lo stile, il brand. Siamo tutti un po’ fashion victims come diceva il rimpianto Franco Moschino, che prima ancora di esser stato uno stilistia era a mio avviso un guru del marketing.  Ricordo ancora quando aveva lanciato una linea con scritto "MOSCHIFO" (leggetevi questo). Che stile. Adoro queste cose, è come il sogno amerciano, dimostrano che chiunque, grazie ad una brillante idea, possa raggiungere il successo.

Devo tornarci più spessi in questi posti, mi danno un sacco di vibrazioni positive e un’infornata di ispirazioni.

 

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