Articoli con tag ‘scuola’

Pagella di prima elementare

Scritto il 3 febbraio 2012 nella categoria Me stesso

Valutazione trimestrale adeguatamente informativa sul livello globale di maturaizone raggiunto:

Primo quadrimestre.

Il buon rendimento scolastico di Fabio è dovuto alle capacità intellettive che posside.
In lui si riscontrano:
1) intelligenza di tipo indipendente
2) memorizzazione ottima
3) ampia disponibilità alla vita di gruppo
L’apprendimento e lo studio della lingua è per lui motivo di interesse costante e di continue conquiste, quello dell’aritmetica gli consente di evidenziare rapidità di calcolo, precisione, ordine e logica.
I suoi disegni, ben definiti nelle forme e nei colori, rivelano una personalità esuberante e armonica.
La sua ampia disponibilità al dialogo gli ha consentito di partecipare a tutte le attività scolastiche e di allargare i suoi interessi, sviluppando con sicurezza le esperienze fatte.

Secondo quadrimestre.

Al termine dell’anno scolastico l’alunno viene ammesso alla classe successiva con pieno merito, per gli ottimi risultati raggiunti.

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No al 6 politico

Scritto il 7 settembre 2011 nella categoria Politica,Riflessioni,Società

Una considerazione: ci sono studenti che studiano e altri che studiano un po’ meno, altri che studiacchiano e ci arrivano lo stesso, altri che studicchiano e proprio non ci arrivano, c’è chi studiuncola e altri ancora che vanno a scuola solo per scaldare il banco e pure altri ancora che fanno proprio casino. La scuola più democratica è l’università: c’è un docente che spiega. Se lo stai ad ascoltare, capisci. Se non hai voglia (o per qualsiasi altro motivo non puoi), ti toccherà impegnarti di più sui libri. Se te ne freghi, ovviamente non otterrai grandi risultati. Se riesci a barcamenarti e sfruttare un mix di attenzione, studio, capacità, fortuna, potrai comunque ottenere risultati apprezzabili. Se studi di brutto e ti impegni (con cervello) non puoi non riuscire. Insomma, l’università è abbastanza meritocratica. Poi, per la carità, come dappertutto influiscono altri fattori come il culo, il lecchinismo, le astuzie più o meno lecite, le solite italianate, ma in linea di massima chi si impegna di più andrà avanti in modo più spedito e con migliori risultati, mi sembra abbastanza indubbio.
E invece alle elementari-medie-superiori? Qui il discorso è diverso, si va avanti in gruppo. Se uno studente rimane indietro ci sono due strade, entrambe sbagliate: se ci si ferma ad aspettarlo, si penalizza tutto il resto della classe, che magari avrebbe la possibilità di fare qualcosa di più costruttivo; se non lo si aspetta, lo si penalizzerebbe facendogli fare cose che magari hanno bisogno della propedeuticità di quelle precedenti che non sono state comprese. Ma che frase messa giù male ho scritto? Vedi a non studiare? Intendevo dire che è anche sbagliato non aspettare chi rimane indietro, altrimenti si rischia di fare rimanere l’alunno ulteriormente in svantaggio. E allora cosa si fa? Solitamente un mix delle due cose: se è solo uno studente a non aver capito si va avanti, se sono in tanti ci si fermerà ad aspettarli. Resta il fatto che quelli che invece hanno capito e/o studiato sono penalizzati. E magari non è il massimo essere penalizzati per essere più intelligenti o più studiosi o meno casinisti o meno fancazzisti. Non è un bell’insegnamento. La storia del 6 politico dato a tutti è una buffonata: se uno merita 6 diamogli 6, se uno merita 10 diamogli dieci e se uno merita 3… diamogli 3, non vedo cosa ci sia di male. Se uno studente rimane indietro cerchiamo di aiutarlo, se hai dei problemi cerchiamo di risolverli, ma senza che questo pregiudichi il rendimenti di tutti gli altri, perché altrimenti rischiamo di buttare il bambino insieme all’acqua sporca. In Italia siamo dei campioni a pavoneggiarci col politically correct, una cosa che francamente odio.
 
Per la cronaca: io sono stato sempre uno studente che navigava a vista: non mi sono mai ammazzato di studio, ed ero ben consapevole che questo non mi avrebbe portato risultati eccelsi, mi limitavo al quanto basta, ne ero conscio e non mi aspettavo di più.

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Libri open source

Scritto il 6 ottobre 2010 nella categoria Libri

Lodevole iniziativa di alcuni professori italiani. Non ho riferimenti alle notizie, ma se fate una piccola ricerca li trovate. Mi riferisco a quei docenti che si sono messi li e hanno scritto dei libri di testo, per poi divulgarli liberamente. Gli studenti possono fotocopiarli, stamparli, scambiarli, anche usarli al gabinetto, volendo

L’idea è questa: le case ditrici, per fare business, ogni anno cambiano appositamente qualcosina nelle edizioni dei libri, rendendoli presto obsoleti. E quindi le scuole, (e talvolta i genitori) non vogliono adottare un libro "vecchio", preferendo spendere per quello "nuovo". Vi rendete conto che in alcune materie è fisicamente impossibile che ci sia qualcosa di cambiato da un anno all’altro, ma neanche in 10 anni. L’Italiano è l’esempio più classico. In matematica escono magari nuovi studi e nuove formule, ma credo che siano talmente complicate che neanche al master di matematica se ne accorgano, figuriamoci alla scuola dell’obbligo. Per la storia vale lo stesso discorso, una revisione del libro ogni decennio sarebbe sufficiente. Per la geografia magari qualche aggiustatina ogni tanto serve, ma anche qui arriva il bello: questi libri sono rilasciati con una licenza che permette ad altri autori, che abbiano le capacità di farlo, di integrare, perfezionare, migliorare e modificare i libri in questione.

Così le famiglie si recano in copisteria e con relativamente pochi euro possono comprare tutti i libri di testo. La trovo un’idea fantastica. Le uniche barriera alla diffusione potrebbero essere solo due. Una che condivido: si dovrebbe avere le capacità di vagliare se sono comunque libri di testo adatti al corso che si intende svolgere. E una abbastanza triste: gli inciuci che le scuole potrebbero avere coi rappresentanti delle case editrici (da non sottovalutare). Ma la strada adesso è aperta!!!

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Aneddoti 13

Scritto il 18 marzo 2010 nella categoria Cronache

Ecco una carrellata di storpiature delle marche che ogni tanto mi capita di sentire in negozio.

La più citata è indubbiamente la "Hashish", che chiaramente deriva dalla italogiapponese "Asics". E dire che, come spiego qui, l’acronimo è addirittura in latino.

Pittoresca è stata la storpiatura della marca di abbigliamento da neve Vuarnet in "Guarneri". Beh, l’hanno nazionalizzata, come ai tempi dell’autarchia linguistica.

Al contrario una volta una signora mi chiede una giacca della "Dolomait", intendendo l’italianissima marca Dolomite. Ma tu dimmi…

Un altro errore di pronuncia molto diffuso è quello di dire "rebuk" per indicare la marca Reebok (che si legge "ribok"). Come i tantissimi che chiamano la famosa catena FootLocker "futlucher" anche se di "o" ne ha una sola.

Uno degli ultimi refusi l’ho sentito pochi giorni fa quando un signore mi ha chiesto se la suola era in "fibra", inendendo chiedere se fosse della marca Vibram.

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Dateci le date

Scritto il 4 novembre 2009 nella categoria Citazioni

Scusate se anche oggi "prendo a prestito" un editoriale di Alberoni, si vede che quello che scrive è in sontonia col mio pensiero:

Studiare le date a scuola fa capire l’identità del Paese

Negli ultimi quarant’anni i pedagogi­sti hanno quasi distrutto le basi del pensiero razionale e i fondamenti del­la nostra civiltà. L’hanno fatto con una sola decisione: eliminando le date, to­gliendo dalle scuole l’obbligo di mettere i fatti in ordine cronologico. Ormai è nor­male sentirsi dire che Manzoni è vissuto nel 1500. Ma non c’e da meravigliarsi, perché nella scuola non si insegna più a porre gli accadimenti nel loro ordine tem­porale dicendo, per esempio, che Ales­sandro Magno è vissuto prima Cesare, questo prima di Carlo Magno e solo do­po viene Dante e, in seguito, Cristoforo Colombo.

Questa pedagogia è stata copiata da­gli Stati Uniti, un Paese senza storia che cerca di annullare le radici storiche deisuoi abitanti per farne dei cittadini. Ma applicarla all’Italia, che è il prodotto di una stratificazione storica di 3000 anni e all’Europa che ha radici culturali gre­che, romane e giudaico-cristiane, vuol di­re distruggerne l’identità. Al contrario di noi la civiltà Islamica e quella Cinese studiano accanitamente la propria sto­ria per conoscersi e rafforzarsi.

Ma perdere la capacità di porre gli ac­cadimenti in ordine cronologico vuol di­re perdere anche la propria identità per­sonale. Quando domandiamo a qualcu­no «Chi sei?», ci racconta cosa ha fatto e sta facendo. Quando cerchiamo lavoro presentiamo il nostro curriculum. Quan­to ci innamoriamo raccontiamo al no­stro amato la nostra vita. Oggi c’e molta gente che non sa più mettere in ordine ciò che ha vissuto, e vede il proprio pas­sato come un insieme caotico di accadi­menti.

Il disordine del modo di pensare si ri­flette nella lingua. Nelle scuole non si in­segnano più la grammatica, l’analisi lo­gica e la «consecutio temporum». Diver­si ragazzi non distinguono il passato prossimo da quello remoto, non capisco­no la logica del congiuntivo e del condi­zionale e alcuni confondono addirittura il presente con il futuro. E’ il disfacimen­to mentale, la demenza.

Caro ministro Gelmini, la prego, mi ascolti, mandi via tutti i pedagogisti di questa nefasta corrente; poi faccia fare un corso di storia con le date e uno di grammatica italiana a tutti gli insegnan­ti. Infine imponga ai presidi di mettere in ogni aula un grande poster orizzonta­le in cui sono segnati in ordine cronologi­co tutti gli episodi significativi della sto­ria, in modo che i nostri ragazzi possano abituarsi alla loro successione tempora­le. Una stampella per il loro cervello.

Francesco Alberoni
Corriere della Sera, 2 novembre 2009

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Mario Baratta – Undicesima Puntata

Scritto il 21 ottobre 2008 nella categoria Me stesso

Invece, grazie anche alle mirabolanti imprese di Andrea, siamo riusciti ad andare a Parigi. Cavoli che bello. Della nostra classe, eravamo appunto molto pochi. Prima di partire Andrea ci raccontava meravigliose cose dei casinò, quindi decidiamo di andare a visitare quello di Parigi. Pertanto, mentre i nostri compagni caricavano sulla corriera solo zaini e borsoni, noi maschi (solo in 4) avevamo anche gli abiti e i cappotti. Idoli. Come prof accompagnatore non avevamo nessuno della nostra classe. Se non ricordo male avrebbe dovuto esserci la Papalia, insegnate di religione, ma aveva dei problemi e pertanto c’erano due professori dell’altra classe. Due tizi (uno dei due era Veneroni, l’altro non ricordo) fortissimi, se ne fregavano abbastanza di noi (in senso buono) anche perché eravamo quasi tutti maggiorenni.
Abbiamo visitato le cose abbastanza classiche e canoniche di Paris. La prima sera, come deciso, volevamo andare al Casinò. I nostri compagni di classe non erano dell’idea, quindi io e il mio socio Giancarlo siamo tornati in camera e ci siamo cambiati. Nel farlo, mi si è sciolto il nodo della cravatta. Invece i nostri altri due amici, Andrea e Stefano, ci hanno convinti lo stesso: si va in quattro. Bene, ma dovete farmi il nodo alla cravatta. Io non ero capace. Su quattro sbarbati diciottenni nessuno era in grado di fare il nodo, ma Andrea mi rassicura: non è obbligatoria. Andiamo nella hall dell’albergo (Ibis Alesia per la cronaca) e chiediamo al tizio dove si trova il Casinò. Non lo sa, ma guarda sulle pagine gialle e ci fornisce l’indirizzo. Raggiungiamo la zona in metropolitana. Non so se siete mai andati a Parigi, la metro fa abbastanza schifo, non come servizio intendo, ma come pulizia. Usciamo dalla stazione e notiamo di essere in una zona non proprio bellissima: porno shop, battone, cinema hard. Quando racconto questa cosa tutti mi dicono: eri a Pigalle. No, questa era proprio una zona di merda, datemi retta. Strano che il Casinò sia in un posto simile. Arriviamo al numero civico… nooooooooo, è una sala giochi di nome “Casinò”. Che fare? Un venditore di piadine ci dice che il Casinò è abbastanza in periferia di Parigi, bisogna andarci in taxi. Ma si, facciamo ‘sta cazzata. Arriviamo la, paghiamo e poi mi fermano perché non ho la cravatta. Ecco! Alla fine me ne vendono una loro. Una volta dentro mi accorgo che, soldi per la metro, per il taxi, per l’ingresso, per la cravatta,… mi avanzano giusto quelli x il ritorno. Mi posso permettere solo una fiche da 7 mila lire, il taglio più piccolo. Quanti soldi che giravano li dentro. Decidiamo di tornare all’una. Invece gli altri due sono in scimmia e non si schiodano. E va beh, li lasciamo li. Al mattino dopo, a colazione hanno due facce da funerale. Avete vinto? Si si come no. Ok, capito, avete perso tutto. La sera dopo vogliono andare ancora, invece i prof insistono per farci andare a fare un giro sul Bateaux Parisiens (il fratello povero del Bateaux Mouche). Noi si va, loro imperterriti vanno al Casino. Il giro sulla Senna non è male, si vede anche la statua della libertà. E poi i due prof sono proprio simpatici. Di notte, stiamo dormendo quando: TOC TOC TOC. Bussano alla camera. E’ Stefano che ci chiede i soldi per pagare il taxi. Andrea è giù in “ostaggio”. Grandi: hanno spianato tutti i soldi che si erano portati in gita. Benissimo, e ci sono ancora 5 giorni. E così al mattino scendevano con lo zaino per incamerare quanta più roba possibile: tortine, brioches, ecc.

Tra le altre cose mi ricordo un giretto al Centre Pompidou, una visita a Père Lachaise a vedere la tomba di Jim Morrison. E poi quando siamo stati sulla Torre. Al secondo piano non vediamo più gli altri e Giancarlo, solito agitato, inizia a dire che sono scesi. E’ talmente agitato che mi mette l’ansia e mi convince, quindi scendiamo. Raggiungiamo la corriere, dove non c’è nessuno. Noooooooo, sono andati al terzo piano. E io sono venuto fino a Parigi senza andare sulla Torre??? Noooo, sacrilegio!!!! Ho deciso, la prima volta che posso tornerò a Parigi e vado subito sulla Torre. (Infatti ho fatto così, anni dopo)
Un’altra sera siamo andati alla discoteca La Scala, in Rue de Rivoli. Mitica, mi pareva veramente grande. E poi proiettava i video delle canzoni che mandava. Erano i tempi degli U.S.U.R.A con “Open Your Mind”. Un’altra sera siamo stati in albergo a giocare a carte e fare i pirloni tutta notte. Insomma è stata proprio una bella gita.
E poi si avvicinava la matura. Da una parte felicissimi di finire, dall’altra la paura di non saper cosa fare dopo, la paura di dover crescere, la malinconia di non frequentare più quei posti e quelle persone.
Ragazzi, l’esame di maturità è forse quello in cui ho copiato di più nella mia vita. Non so come dire, ma era veramente una figata, si estraevano bigliettini da ogni dove. Io mi ero creato colle mie manine fatate una cartucciera (visto che mia madre si era rifiutata di farlo) per inserirvi tutti i bigliettini. Se non ricordo male solo Federica si è fatta sgamare.
Anche l’orale non è stato male. Ricordo che il tizio di inglese, vedendo che io la portavo come prima materia, pensava fossi un fenomeno della madonna, ma dopo due minuti di pseudo conversazione in inglese ha capito e si è messo a parlarmi in italiano hehehe. La prof ci aveva detto di studiare bene una lettura del libro apposito e di portarla a scelta. Invece il tipo ha aperto il libro a caso. Panico. La fortuna ha voluto che era una lettura sulla famiglia reale. Come non sapere le cose? Le vicende di Charles, Diana e la regina Lizzie? La fortuna aiuta gli audaci, è una cosa che nella mia carriera scolastica è SEMPRE stata confermata. Se non ci provi non ti capiterà mai la botta di culo.
Peccato non aver assistito agli orali di quel pistola di Andrea, mi hanno detto che ha fatto del gran teatro, non rispondendo quasi nulla e dicendo che aveva fretta di andare al mare. Infatti l’hanno segato. Idolo. Lo ammiro. Non si sentiva di uno bocciato alla matura dai tempi dei tempi. E lui ce l’ha fatta. Dopo aver superato 4 anni a calci in culo, essere ammesso all’esame per grazia divina… si è imbattuto in gente che non lo conosceva… e così è finito male. Peccato, non era per niente stupido (aveva sicuramente altri difetti, per esempio presuntuoso, permaloso, ecc)

Qui finisce il racconto delle mie avventure al Baratta, alcuni aneddoti che ricordo. Ma quello che mi resta è il fatto che io ci sono entrato bambino e ci sono uscito… moooooooolto meno bambino. Sia quando si dice: alle superiori mi sono trovato male, soprattutto coi compagni? Ecco, il nostro è il caso opposto, ci siamo trovati benissimo e siamo ancora amici. Non tutti, ovviamente, di alcuni si sono perse le tracce praticamente immediatamente, ma con altri il feeling è rimasto. Grazie ragazzi, siete mitici. Ci vediamo in giro. Fabio.
 

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Mario Baratta – Decima puntata

Scritto il 20 ottobre 2008 nella categoria Me stesso

Evvai, finalmente eravamo in quinta. Figata, ancora un annetto e poi basta scuola. E poi vuoi mettere? Eravamo grandi. E questo voleva dire patente, macchina, uscire, ecc. Dall’inizio era subito chiara una cosa: il primo quadrimestre non contava quasi nulla, perchè tutto era concentrato sull’esame di maturità. Quindi ce ne sbattevamo abbastanza dei voti del primo quadrimestre.E infatti molti si sono ritrovati con delle insufficenze. Ma chi se ne frega, il bello era avere gli amici che ti portavano in stazione in macchina, oppure firmarsi le giustificazioni da soli. Le materie più rispettate erano Ragioneria, Tecnica Bancaria, Italiano. In quanto quasi con certezza assoluta erano parte dell’esame di maturità. Poi c’erano Diritto ed Economia. Mamma mia, ripensandoci adesso chissà che pirlate potevano esserci scritte sui libri di Diritto e Economia, ma d’altronde erano rivolti ad ingenuotti diciottenni. Di tecnica bancaria c’era il mitico (si fa per dire) Para, uno dei professori più detestati per il proprio modo di fare. Mi ricordo ancora adesso che le materie da portare all’esame sono uscite il giorno del mio compleanno: 2 aprile. Al telegiornale del mattino avevano detto: per ragioneria ci saranno ragioneria, italiano, economia, diritto. Ottimo, ho pensato, potrei portare economia e diritto. E invece, una volta arrivato al Baratta scopro che l’istituto era uno dei pochi in italia ad avere un indirizzo particolare (forse "mercantile") e quindi le materie non erano quelle standard ma, attenzione, merceologia (cioè chimica) e inglese. Inglese!!! Non usciva alla matura da vent’anni!!! Che fare? Per prima cosa abbiamo voluto che il nostro professore, cosiddetto "membro interno" della commissione fosse Bono, il nostro supermitico prof di lettere. Lui non voleva, diceva che sarebbe stato più appropriato un professore di ragioneria. Si, col cavolo, la Zucchella invece di aiutarci ci avrebbe messo due dita negli occhi!

A proposito di Zucchella, sentite questa: lei aveva un debole nel rompere i maroni a quelli che già andavano male, ma non per aiutarli, bensì per cazziarli ulteriormente. Quando c’era da correggere un compito alla lavagna chiamava sempre i soliti. Io me ne stavo bel bello in ultimissima fila, davanti alla cattedra. Praticamente invisibile. Verso maggio entra, fa quel suo classico sorrisetto agghiacciante e dice: "Oggi mi sento buona, chiamerò qualcuno che di certo il compito l’ha fatto giusto, per esempio Tordi". Mi sono detto: "Ok Fabio, sei in ballo, cerca di uscirne nel migliore dei modi". In quanto io non solo non avevo fatto il compito, ma in tutto l’anno non avevo neanche comprato il quaderno. Dovete sapere che per ragioneria ci voleva un quaderno apposito. Ma perchè spendere dei soldi inutilmente? Io usavo un bel blocco per tutte le materie…
"Arrivo subito prof, però c’è un problema, ho dimenticato il quaderno a casa". Faccia scura, brutto presagio. Invece quella mattina era veramente in luna buona e mi dice "E va beh, Tordi, anche se da te non me lo sarei mai aspettato, vorrà dire che invece di copiare dal quaderno lo rifai ex-novo". Con totale nonchalance ho svolto tutto il compito. Ogni volta che commettevo un errore mi dimostravo stupito, incredulo e contento di poter riparare al mio errore imparando la versione corretta. In realtà non me ne fregava niente. La ragioneria è una materia arida e inutile, ormai fanno tutto i computer, e ve lo dice un informatico!!!
Il giorno dopo mi presento col mio bel quaderno di ragio, con sopra l’esercizio contenente gli stessi errori che avevo fatto la mattina prima. Stefano mi vede e mi dice "Tordi sei un mito, esordisci col quaderno a Maggio? Non l’hai avuto per tutto l’anno!!!!". E si, in quinta non si faceva veramente nulla. Per la carità, quelli spaventati dalla Matura magari si impegnavano anche, ma non era il mio caso. D’altronde, nel corso degli anni al primo banco mi ero costruito una solida fama di bravo ragazzo mediamente studioso. E che cavolo dovevo fare, mi stavano con gli occhi addosso!! Ma quando ho scoperto l’ultima fila, ragazzi che pacchia, il nirvana del nullastudiante like me.

Ogni anno, come tradizione, le quinte classi andavano in gita all’estero. La prassi era così: prima e seconda gita sfigata di un giorno in Italia. In terza e quarta gita di più giorni in Italia e per finire in quinta gita di più giorno all’estero. Quando eravamo in prima dicevamo: in quinta andremo a New York. In seconda uguale, in terza idem, anche in quarta. Arrivati in quinta i miei comgpani hanno iniziato a dire: io sono in spese perchè compro la macchina, io perchè qui, io perchè la. Figuratevi che molti avevano speso per i coscritti (e si a Voghera c’è questa tradizione dei coscritti in grande stile, c’è gente che spende un puttanaio di soldi, del tipo mille o duemila euro per una cazzata del genere). E così quelli decisi ad andare in gita erano pochini. Siccome c’era una regola che diceva che ci vuole una certa percentuale per andare in gita… niente da fare, dovevamo stare a casa. Noooooo, che sfigati.
Tra l’altro non vi ho detto una cosa: da che mondo è mondo la classe 4A ha sempre preparato il giornalino della scuola "Il Barattolo". Noi siamo stati i primi a interrompere la tradizione. Da che mondo è mondo la 5A ha sempre organizzato la veglia (era in assoluto la migliore quella del Baratta, ma per forza, solo noi eravamo tantissimissimi, riempivamo il Maskara di brutto) e coi soldi guadagnati si andava in gita. Invece all’inizio dell’anno altre due quinte si sono coalizzate ed hanno ottenuto dalla preside l’organizzazione. Che sfigati che siamo stati. (segue… probabilmente domani!)

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Mario Baratta – Nona puntata

Scritto il 13 febbraio 2008 nella categoria Me stesso

Sto quasi per terminare la lunga serie delle puntate sulle mie avventure al Baratta. Credo che bastino ancora un paio di puntate oltre a questa. Vi racconto un altro aneddoto. Quando ero in prima, un professore mi dice: "Vai a prendermi i gessi per la lavagna, che sono finiti". Io esco, vado dal bidello e chiedo il gesso. Lui mi dice: "vai di là" e mi indica il bagno. Io entro, cerco nell’antibagno ma non trovo nulla, gli armadietti sembrano chiusi a chiave. Torno da lui e chiedo ancora, ma lui mi liquida "Ti ho detto che è di là". Io torno nel gabinetto, cerco dappertutto, ma di gessi, cancellini e quant’altro nessuna traccia. Ritorno ancora dal bidello e gli dico "Guarda che di gessi non ce ne sono" e lui "Aaaaaaaaaaahhhhh… io avevo capito che cercavi il cesso!!".

I primi tempi sono stato anche vittima di episodi di bullismo. Ovviamente non era neanche lontanamente paragonabile a quello che si sente oggi in TV. A me hanno semplicemente chiuso un paio di volte nello stanzino del WC, e altrettante volte mi hanno bloccato su una sedia, sedendomi sopra in tre o quattro. Tutto questo da parte di ragazzi che a me allora parevano "grandi", ma in realtà avevano solamente un anno di più, in quanto erano della seconda (la sezione non la ricordo, ma erano geometri, grrrr maledetti…. hehehe).

Nella mia classe sono passati tanti ragazzi e ragazze che poi abbiamo perso per strada: Patrizia, Alessandra (è stata anche rappresentante di classe), Ilaria,…
Ma sentite questa: i primissimi giorni di scuola, in prima, al primo banco c’era un ragazzo, tal Giangiuseppe, che è stato con noi per circa due settimane, per poi abbandonare. Il suo compagno di banco, che ben presto sarebbe diventato il mio compango di banco, sostenne che il tizio se n’era andato all’Alfieri (scuola privata, all’epoca famigerata per essere un posto dove si studiava poco o niente). Ogni tanto io e il mio socio ritornavamo sull’argomento, chiedendoci dove fosse finito quel personaggio. Facciamo un salto di quasi 20 anni: lo scorso dicembre ho seguito il corso di Macroeconomia Applicata all’università di Pavia. Durante la prima lezione ho notato un tizio che aveva all’incirca la mia età, quindi notevolmente più vecchio del resto della platea formata da sbarbatelli ventenni. Alla fine della lezione il professore ha detto una frase del tipo "Le ore di esercitazione saranno tenute dal dottor Xxxxxxx, che è qui presente in aula". Quando ho sentito quel cognome mi si è accesa la lampadina: era lui !! Carramba che sopresa! Era proprio quel Giangiuseppe di tanti anni fa. Non sa cosa si è perso al Baratta.

In classe noi maschi siamo sempre stati in minoranza, circa una decina, mentre le ragazze erano quasi il doppio. C’era Giancarlo, col quale facevamo interminabili gare di battaglia navale. Abitava in alta valle staffora, come me, e quindi spesso ci facevamo parte del viaggio assieme. Inarrivabili le sue dispute con Marco, sugli argomenti più stupidi, giusto per farlo arrabbiare. Marco infatti si scaldava facilmente, ma era tutta una burla, fondamentalmente è una persona posata e gentile, ma gli innumervoli battibecchi con chicchessia sono passati alla storia. Poi c’era Laura, che adesso lavora alla Rai e che incontro anche sulle piste da sci di "La Thuile". C’era Marco (un altro) che era un oggetto imperscrutabile. Un monolite. Non si capiva molto della sua personalità. Parlava poco (e quel poco a sproposito hehe). Non ho mai capito se gli stavamo tutti antipatici o cosa… E poi Fabio (un altro ancora!!!), che ha sopportato per anni le punzecchiature dei miei fumetti: grazie per la sportività Fabio,  e grazie ancora per avermi votato alle ultime elezioni comunali. Poi c’erano le due gemelle, molto unite ma molto diverse, come spesso succede tra gemelli. Elisa era più concreta, pià attenta alle mode, sembrava più sicura di sè. Barbara, beh, che dire, se dico che nella mia vita mi sarò innamorato di lei almeno una cinquantina di volte ho detto molto anzi ho detto già fin troppo. Poi c’era Federica, strano personaggio. Persona un po’ mascolina che si voleva atteggiare a "persona molto femminile". Inadeguata. E poi Barbara (un altra!! una classe piena di doppioni….) che una volta è venuta a trovarmi anche al mio pub al Brallo col moroso (ma vi sposate? ma quando??). E poi Cinzia che si incazzava perchè studiava tanto e non riusciva quasi mai a prendere bei voti. E poi le due Stefania, e poi… e poi…. e va beh sto oltemodo annoiando voi lettori del blog.

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Scuola clandestina

Scritto il 15 gennaio 2008 nella categoria Politica,Società

E’ di questi giorni la polemica Moratti (ex ministro dell’istruzione) – Fioroni (ministro dell’istruzione). Il sindaco di Milano non vuole i clandestini (o meglio i loro figli) negli asili della città. Il ministro insorge. Io do ragione al ministro (quello attuale), il quale si appella ai diritti umani includendovi il diritto all’istruzione. Io che non viaggio ad un livello così aulico mi limito ad osservare che, seppure io sia contrario ovviamente a qualunque forma di "sdoganamento" dei clandestini (che, in quanto tali, contravvengono alle leggi), uno dei metodi migliori per l’integrazione degli stranieri (clandestini e non) parte proprio dai figli.

Un bambino straniero che va a scuola (o asilo) è un bambino più "integrato" (non riesco a trovare un sinonimo per questa brutta parola). Oltretutto è un bambino più istruito e questo non guasta di certo. Una famiglia con figli che vanno a scuola è più "integrata". Se è clandestina questo non sopperisce alle proprie mancanze, ma cmq migliora la convivenza, anche in vista di una possibile uscita dalla clandestinità. perchè se una famiglia mi dimostra che cmq manda i figli a scuola tutto mi lascia pensare che voglia "integrarsi". E questo uno stato moderno lo deve non solo accettare, ma promuovere. Chi viene in Italia per vivere onestamente, lavorare, studiare, pagare le tasse, rimanere qui (e NON mandare TUTTI i soli all’estero) non solo deve essere accolto, ma accolto bene.

Sono ben altri i servizi che non si devono dare gratuitamente. Un esempio: i mezzi pubblici. Se salgo io sul treno senza biglietto mi multano e se non pago mi denunciano alla Polfer. Se lo fa un gruppo di XXXXXX (inserire una nazionalità a piacere) non gli fa niente nessuno. Questi sono i razzismi che non sopporto, quando per fare i bravi passiamo per essere dei coglioni.

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Mario Baratta – Ottava puntata

Scritto il 10 gennaio 2008 nella categoria Me stesso

Dicevo della gita. I primi giorni che l’Aprea sostituiva la Maione, io pensavo fosse una supplente di passaggio, pertanto mi sono trincerato dietro i due massicci amici e non mi sono neanche fatto vedere. Mi ha visto per la prima volta solo dopo qualche lezione (giuro !!!) e non credeva assolutamente che fossi di quella classe, non si capacitava del fatto che non mi aveva proprio mai visto dopo una settimana di lezioni !!! Quando si è convinta ha cominciato a tartassarmi, mi faceva sempre leggere, uscire alla lavagna… Ma ben presto ha cambiato obiettivo, focalizzandosi su quello studente che non c’era mai in classe, e quando c’era faceva casino: Andrea.

Il primo giorno della gita andiamo a visitare Firenze. Dopo una veloce colazione e un teatrino di Marco che faceva il vigile in mezzo alla strada, siamo saliti sulla cupola del Brunelleschi. Altro aneddoto. Salendo  sulla scaletta che porta in cima avevamo davanti un gruppo di scandinavi. Il primo della nostra comitiva a era Giancarlo, che, biondo, pallido e occhio azzurro, pareva nordico anch’egli. Ad un certo punto incrociamo dei ragazzini che scendono, facendo commenti ad alta voce ai vichinghi. Quando arrivano a Giancarlo uno dice: "Guardate questo che faccia". Il Condor (così era soprannominato), puntandgli il dito in una sua tipica mossa poco snodata (insomma rigida) gli dice "Sarà bella la tua". Anche qui c’è poco da ridere, ma mi sto rivolgendo a chi conosce i personaggi citati e riesce ad immaginarsi la scena….
Alla sera amara sopresa: la prof  non ci fa uscire dall’albergo. Noooooooo. "Dai prof, ci faccia uscire". "No, non se ne parla neanche !". Allora che succede? In qualche stanza si tirano fuori delle bottiglie di vodka e qualcuno (Fabrizio) inizia a versarmene qualche bicchiere: risultato, dopo poco ero già sbronzo. Nel frattempo andiamo di sotto e troviamo la prof preoccupatissima, perchè Andrea aveva lasciato l’albergo senza dire nulla. "Tranquilla prof, lo cerchiamo noi" "Grazie, grazie" …e così ce ne siamo usciti anche noi. Troviamo Andrea dietro l’albergo che stava contrattando con dei ragazzi del posto: voi ci date le riduzioni per una discoteca per il giorno dopo, così veniamo tutti e potete provarci con le nostre compagne… hehehe che stronzi che eravamo. Ovviamente poi la cosa si è saputa e le ragazze si sono incazzate parecchio, ma tanto la prof non ci faceva andare comunque.
Tornati in hotel ho ripreso a bere, col risultato di essere proprio ubriaco. Il mio compango di camera, Giancarlo, mi ha opportunamente chiuso in camera e quasi costretto a dormire, per evitare ulteriori disastri.
Il secondo giorno, dopo una visita ad un giardino appena fuori, sulle colline, siamo tornati in Piazza della Signoria. Io e qualche altro stolto furbacchione dove andiamo a mangiare? In un ristorante sotto palazzo vecchio: ottimo! Spendiamo un sacco di soldi, anche perchè ci abbuffiamo di fiorentine. Anche la seconda sera la prof non ci fa uscire, ma stiamo tranquilli. La terza sera siamo a Poggibonsi, è sabato sera. Convinciamo la prof, anche perchè è un piccolo paese e non può succederci niente di male. Troviamo una discoteca, ma è chiusa. Ci spiegano che, vista la vicinanza con Siena, i ragazzi al sabato vanno tutti lì, ma visto che siamo in tanti ce la aprono solo per noi!!

Queste sono le firme dietro alla foto

Aneddoto: quando il DJ va in cosolle dice: "Ragazzi di dove siete?" "Provincia di Pavia" "A si? Cashba o Hyppodrome ?" (nota: sono anzi erano due discoteche, una a San Martino Siccomario, che dopo si chiamerà Vertigo e dove attualmente c’è un Cash & Carry all’ingrosso, l’altra era sulla strada dal Bivio Colussi a Rivanazzano e dopo si chiamerà Maskara, Pacha, Velasquez + Cafè Latino e attualmente è sede della Conbipel). A questo punto Marco si avvicina e scopre che era un tizio che aveva fatto il DJ a Voghera!! Quanto è piccolo il mondo! Fatto sta che quella sera due della nostra classe dovranno essere riportati in stanza quasi di peso, per aver abusato di un cocktail a base di blue Curaçao. Il giorno dopo, a Pisa, erano ancora ingranati e hanno comprato due lecca-lecca giganti per poi frantumarseli in faccia. Ma Pisa è successa un’altra cosa.
La prof ci provava con Andrea. Giuro! Ci siamo buttati tutti per terra, sul prato, all’ombra della Torre, quando la prof ha iniziato a fare la cretinetta con Andrea. Strappava l’erba e gliela lanciava, oppure giocava con le stringhe delle scarpe… mah… senza parole.

Alla fine della quarta, se non ricordo male, non abbiamo perso nessuno per strada. E poi c’è stata la mitica (per me) estate del 1992. Ma questa è un altra storia, l’estate ’92 per me è talmente significativa che non basterebbero 10 post a raccontare il perchè. Alla prossima !

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Mario Baratta – Settima puntata

Scritto il 9 gennaio 2008 nella categoria Me stesso

Ragazzi nel 1992 eravamo in quarta. La quarta A ragionieri. Eravamo quasi "grandi". Molti di noi avevano la patente in quanto avevano un anno in più. Quante volte mi hanno dato dei passaggi fino in stazione: Marco, Fabrizio, ecc. Intendiamoci, io qui uso i nomi di battesimo che non usavo praticamente quasi mai, ma lo faccio più che altro per un certo rispetto per la privacy dei miei compagni. Dovrei dire ex-compagni, ma per me saranno compagni per sempre. Se penso alla scuola io penso al Baratta.

Quell’anno mi mancava il mio abituale compagno di banco, Fabio, pertanto non sapevo con chi sistemarmi. Siccome tutti erano già accoppiati, mi sono ritrovato Andrea. Penso che a conti fatti era la peggior soluzione possibile. Non aveva mai niente: niente libri, niente quaderni, penne, astucci, fogli… nulla di nulla. Usavamo in due quello che portavo solo io.
Fortunatamente non era quasi mai in classe, perso com’era a gironzolare per la scuola. Andrea era un personaggio strano. Egoista, egocentrico, pieno di sè, divertente, spigliato, spiritoso e belloccio. Era l’idolo delle primine. Piaceva anche a quelle un po’ più grandicelle, ma molte non lo avrebbero mai ammesso. Per 5 anni ha tirato a campare. Non era per niente stupido, ma non studiava una mazza, e alla fine faceva i salti mortali per non essere bocciato. E ci riusciva regolarmente. Questo lo ha probabilmente portato a deliri di onnipotenza (non ci voleva molto) e si è comportato nello stesso modo durante l’esame di maturità, uno show che gli è costato la bocciatura. Ci ho litigato mille volte in quei 5 anni. Però in fondo avevo una certa ammirazione per lui, per il suo essere così disinvolto come io non ero affatto. Era fondamentalmente un pirla, con tutte le accezioni che ha questo termine, ma magari col tempo è migliorato, non lo vedo da qualche anno. Di solito a trent’anni si matura un po’. Grazie a lui siamo riusciti ad andare in gita in quinta, non finirò mai di ringraziarlo per questo.

In quarta invece andammo in Toscana. Probabilmente non ci voleva accompagnare nessuno, non mi ricordo di preciso, fatto sta che alla fine ci portò la Aprea. Era una prof molto giovane, originaria di Napoli, che da noi faceva la supplente della Maione (economia e diritto – solo in una scuola pazza come quella italiana possono mettere lo stesso docente a insegnare due materie diverse come economia e diritto…). Ma prima vi racconto un’altra cosa: io e Andrea eravamo all’ultimo banco in fila centrale, il più bello della classe, in quanto i prof  ti vedono pochissimo. Inoltre davanti a me avevo due energumeni abbastanza ben piazzati che mi oscuravano completamente alla visuale dei professori. Stefano e Marco. Il primo era un ragazzone allegro e simpatico, più alto della media. Ci ritrovavamo spesso al mattino alla fermata del bus alla stazione dei treni. Io abito li vicino e ne approfittavo per raggiungere il Baratta coi mezzi, visto che per i primi 4 anni non si era mai visto un controllore ! Nell’attesa si rideva e si scherzava con Stefano e i suoi amici. Adesso lo vedo ogni tanto, visto che lavora a Voghera e abita nella zona. Quando lo incontro in giro e sono con qualcuno dico "quello lì era un mio compagno di classe" e quasi nessuno ci crede: "Sembra molto più vecchio di te". Non prendertela Stefano, mi capita spesso, e non solo con te. I casi sono due: o sembro effettivamente più giovane (grazie, grazie… mi autoincenso), oppure ho compagnie molto bugiarde…
Marco era considerato un altro belloccio della classe, anzi anche della scuola. Lui negava e magari nega tuttora, ma in fondo era così. Era fenomenale per il suo modo di fare: come gesticolava, come si muoveva e soprattutto per le mitiche frasi che usava. Niente di particolarmente originale, era il modo in cui le diceva che ti faceva piegare. Sentite questa: un suo classico modo di dire era "Signoriiiiiiiiiii" e una volta la professoressa Coda, di Inglese, gli voleva far tradurre una lettera commerciale che iniziava con "Dear Sirs". Lui attacca e fa: "Signorii"…. e giù tutti a ridere. Si lo so, detta così non fa per niente ridere, ma se i miei compagni se la ricordano sono sicuro che in questo momento stanno sorridendo. Anche Marco lo vedo ogni tanto, anzi mi ha anche rifilato venduto un telefono…


[…continua domani]

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Il peso della cultura

Scritto il 3 novembre 2007 nella categoria Riflessioni,Società

Si vedono sempre in giro dei bambinetti con degli zaini più grossi di loro.
E’ veramente una cosa di cui indignarsi. Io non mi indigno molto spesso, come sa bene Carlo, il mio slogan è "Basta che non mi rompano le scatole" (in realtà è meno edulcorato), ma in questo caso la cosa mi fa infuriare.
Ai miei tempi c’era solo il sussidiario alle elementari. Certo, sono passati quasi 30 anni, ma non può non essereci una soluzione, gli spacchiamo la schiena a questi poveri bambini !!!!
Tutto per quell’inciucio ministero-insegnanti-caseeditrici che obbliga gli studenti (=i genitori) a comprare tonnellate di libri, sempre nuovissimi perchè l’edizione cambia quasi ogni settimana.
Ma dico io: ma cosa cavolo è cambiato di matematica da quando andavo io alle elementari ? Nulla ! Le tabelline sono le stesse. Le frazioni anche. Alle elementari non si fanno mica le trasformate di Fourier (e anche se fosse, Fourier la sviluppò nel 1822… e ai miei tempi c’era già lo stesso !!!!)
Io proporrei, per legge, di vietare che in una scuola si cambino libri di testo per almeno 5 anni. La cosa che cambia di più è la geografia, ma fa lo stesso, penso che in 5 anni non succedano fatti fondamentali… Per le altre materie si potrebbe anche aumentare tranquillamente i tempi.

Ho letto che da qualche parte, non ricordo dove, lo stato paga i libri (uno per alunno) da tenere a scuola. Gli studenti tengono a casa quello che si sono comprati, per studiarlo. In questo modo salvano le loro piccole schiene.

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