{"id":1126,"date":"2011-05-26T09:52:21","date_gmt":"2011-05-26T08:52:21","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fabiotordi.it\/?p=1126"},"modified":"2011-05-26T09:52:21","modified_gmt":"2011-05-26T08:52:21","slug":"avvocata-nostra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=1126","title":{"rendered":"Avvocata nostra"},"content":{"rendered":"<p>Per una donna si dice &quot;<strong>avvocato<\/strong>&quot; o &quot;<strong>avvocata<\/strong>&quot; ? Lo so che io <strong>mi disturbo il sonno<\/strong> con queste questioni di lana caprina, ma &egrave; un <em>pour parler<\/em>, poi ognuno fa come meglio crede&#8230;<\/p>\n<p>Ho trovato <strong>spunti interessanti<\/strong> nella pubblicazione &quot;<strong>Donne, politica e istituzioni. Percorsi, esperienze e idee<\/strong>&quot; a cura di <strong>Maria Antonella Cocchiara<\/strong>, edita da <strong>Aracne Editrice<\/strong>. Contiene un saggio di <strong>Lucrezia Zingale<\/strong> dal titolo &quot;<strong>Donne e linguaggio: la cultura della differenza<\/strong>&quot;. L&#8217;autrice, citando diverse fonti, compie un viaggio attraverso gli ultimi decenni di <strong>discussioni sul genere delle parole<\/strong>, rilevando il fatto che molte parole in uso nelle varie lingue, e in quella italiana nella fattispecie, hanno da sempre avuto <strong>solo la forma maschile<\/strong> (lo definisce &quot;<strong>linguaggio sessista<\/strong>&quot;). Il perch&egrave; e il <em>percome<\/em> e il <em>comemai<\/em> bisogna cambiare le cose <strong>lo lascio a voi<\/strong>. L&#8217;autrice riporta le origini di questa discussione, che nascono dal <strong>movimento femminista<\/strong>, quando per esempio consigli&ograve; l&#8217;abolizione dei termini &quot;<strong>Signora \/ Signorina<\/strong>&quot;, ritenuti <strong>asimmetrici <\/strong>rispetto al termine &quot;<strong>Signor<\/strong>&quot;, utilizzato per gli uomini, perch&egrave; identificano le donne non rispetto a se stesse, ma <strong>in relazione a qualcun altro<\/strong>. Il pensiero femminista ha aperto una riflessione sul fatto che l&#8217;uso della lingua riflette differenze legate al sesso \/ genere.<\/p>\n<p><em>In Europa gli studi sulla rappresentazione linguistica di uomini e donne e<br \/>\nsul carattere discriminatorio riscontrabile in certi usi della lingua cominciano<br \/>\na presentare una certa vitalit&agrave; intorno alla fine degli anni Novanta. Essi partono<br \/>\ndalla considerazione che il principio del maschile come genere dominante,<br \/>\nvariamente parametrizzato in ciascuna lingua, &egrave; causa alternativamente<br \/>\ndi invisibilit&agrave; e di eccessiva visibilit&agrave; delle donne: da un lato ne oscura la presenza,<br \/>\nnascondendole sotto una morfologia maschile, e dall&rsquo;altro, qualora<br \/>\nvenga usato il femminile anzich&eacute; il maschile, ne enfatizza la presenza, cos&igrave; da<br \/>\nfarla apparire deviante rispetto alla norma.<\/em><\/p>\n<p>Da qui nascono delle riflessioni sulla <strong>necessit&agrave; di un nuovo uso della lingua<\/strong>. Ma come? Prima una premessa:<\/p>\n<p><em>Il linguaggio &egrave; soggetto a modificazioni nel tempo, esso si contamina ed<br \/>\narricchisce di nuove forme e di nuovi vocaboli.<br \/>\nSe mettiamo a confronto i testi di oggi con quelli di un secolo fa ci accorgiamo<br \/>\nche il linguaggio utilizzato &egrave; profondamente diverso: termini in disuso,<br \/>\narcaici e termini di nuovo conio. Diversi i vocaboli, diverse le forme lessicali<br \/>\ne grammaticali.<\/em><\/p>\n<p>e ancora:<\/p>\n<p><em><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/img\/20110526-avvocata.jpg\" class=\"imgdx\" alt=\"\" \/>Il linguaggio si modifica e risente della storia, della cultura, delle tradizioni<br \/>\ne delle abitudini. [&#8230;] L&rsquo;italiano, per esempio, come molte altre lingue distingue sul piano formale<br \/>\ntra genere femminile e genere maschile. La scelta fra l&rsquo;uno e l&rsquo;altro genere<br \/>\ngrammaticale non &egrave; neutra ed ha risentito di una tradizione nella quale,<br \/>\ninevitabilmente, si sono stratificate le convenzioni sociali determinate, a loro<br \/>\nvolta, dalle caratteristiche storiche e culturali delle varie epoche.<br \/>\n<\/em>[&#8230;]<\/p>\n<p><em>Eppure se nuove parole entrano con naturalezza nel linguaggio corrente,<br \/>\ntra la giovent&ugrave; in particolare, per alcune di esse, per il linguaggio di genere ad<br \/>\nesempio, non si riesce a trovare uno spazio. L&rsquo;introduzione di termini nuovi,<br \/>\nprofessionalizzanti per le donne, come dottora, avvocata, ministra, questora,<br \/>\nmagistrata etc., viene osteggiata in ogni modo con diverse giustificazioni:<br \/>\n&laquo;suona male&raquo;, &laquo;non &egrave; corretto&raquo;, &laquo;&egrave; inutile, non serve&raquo;, &laquo;vi sono altri vocaboli<br \/>\nsostitutivi&raquo;, &laquo;esistono vocaboli neutri che si riferiscono a uomini e donne&raquo;,<br \/>\n&laquo;perch&eacute; forzare la lingua&raquo;, &laquo;che motivo c&rsquo;&egrave; di cambiare se uomini e donne<br \/>\nsono uguali&raquo; etc.<br \/>\nIn realt&agrave; le resistenze si registrano anche tra le stesse donne che spesso<br \/>\npreferiscono definirsi al maschile, forse perch&eacute; si sentono pi&ugrave; titolate e riconosciute<br \/>\nnel mondo degli uomini. <\/em><\/p>\n<p>[&#8230;]<\/p>\n<p><em>&Egrave; necessario oggi, alla luce dei cambiamenti avvenuti nella societ&agrave; e al fine<br \/>\ndi costruire la coscienza di tali innovazioni, rinnovare la lingua, introdurre<br \/>\ne utilizzare parole nuove di genere femminile, mutare il significante, cio&egrave; la<br \/>\nforma di una parola (sia essa un sostantivo o una forma verbale) usata fino ad<br \/>\noggi solo al maschile, affinch&eacute; essa denoti un referente femminile.<br \/>\nNon possono essere invocate ragioni di grammatica, sintassi, morfologia<br \/>\nper giustificare il conservatorismo.<br \/>\nPrima non esisteva la donna magistrata, ministra, avvocata (qualcuna).<br \/>\nErano ruoli maschili e come tali erano definiti. Non era necessario ripensare a<br \/>\nqueste professioni al femminile perch&eacute; nessuna donna ricopriva la carica o il<br \/>\nruolo.<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>Infine, citando <strong>SABATINI A<\/strong>. (1987), <strong>Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana<\/strong>, in EAD., Il sessismo nella lingua italiana con la collaborazione di Marcella Mariani e la partecipazione alla ricerca di Edda Billi, Alda Santangelo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma:<\/p>\n<p><em>Nella sezione dedicata a &ldquo;titoli, cariche, professioni, mestieri&rdquo; la Sabatini<br \/>\nraccomanda di<br \/>\n1. <strong>Evitare di usare il maschile<\/strong> di nomi di mestieri, professioni, cariche, per segnalare<br \/>\nposizioni di prestigio quando il femminile esiste ed &egrave; regolarmente usato<br \/>\nsolo per lavori gerarchicamente inferiori e tradizionalmente collegato al<br \/>\n&ldquo;ruolo&rdquo; femminile (amministratrice unica, segretaria generale) [&hellip;]<br \/>\n2. Evitare di usare al maschile <strong>nomi di cariche <\/strong>che hanno la regolare forma femminile<br \/>\n(senatrice, notaia) [&hellip;]<br \/>\n3. Evitare di usare al maschile, con articoli e concordanze<br \/>\nmaschili, nomi <strong>epiceni<\/strong> (la stessa forma ha doppia valenza maschile e<br \/>\nfemminile) o di formare un femminile con l&rsquo;aggiunta del suffisso &ndash;essa, o anteponendo<br \/>\no posponendo il modificatore donne (la parlamentare, la preside, la<br \/>\ncomandante, la presidente) [&hellip;]<\/em><br \/>\n<em>4. Evitare di usare al maschile o di femminilizzare<br \/>\ncon il suffisso &ndash;essa nomi di professione che hanno un regolare femminile<br \/>\nin &ndash;a (deputata, <strong>avvocata<\/strong> &egrave; un participio passato dal latino advocatus, advocata);<br \/>\nvedi la preghiera &ldquo;<strong>Salve Regina<\/strong>&rdquo;; Eia ergo, advocata nostra [&hellip;]<br \/>\n(Satta, 1971) [&hellip;]<br \/>\n5. Evitare di usare al maschile o di femminilizzare con il<br \/>\nsuffisso &ndash;essa sostantivi riferiti a professioni e cariche il cui femminile pu&ograve;<br \/>\nesser formato senza recar disturbo alla lingua (la ministra, la sindaca) [&hellip;]<br \/>\n6. Evitare di usare al maschile o con il modificatore &ldquo;donna&rdquo; i seguenti nomi<br \/>\nterminanti in &ndash;tore (pretora)<\/em><\/p>\n<p>In realt&agrave; quello che &egrave; successo, e quello che io penso, &egrave; che <strong>la lingua si forma e si trasforma da sola<\/strong>. Nessuna imposizione &quot;dall alto&quot; hai mai fatto presa, perch&egrave; alla fine &egrave; la lingua comune, qualla usata, quella parlata, che <strong>vince<\/strong>. E se &egrave; uso comune dire &quot;la preside&quot;, &egrave; altrettanto comune rivolgersi ad una legale come all&#8217;<strong>avvocato Taldeitali<\/strong> e non come avvocatessa n&egrave; tantomeno <strong>avvocata<\/strong> (quest&#8217;ultimo, lasciamolo riferito alla Madonna, che va benissimo&#8230;)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per una donna si dice &quot;avvocato&quot; o &quot;avvocata&quot; ? Lo so che io mi disturbo il sonno con queste questioni di lana caprina, ma &egrave; un pour parler, poi ognuno fa come meglio crede&#8230; Ho trovato spunti interessanti nella pubblicazione &quot;Donne, politica e istituzioni. 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