{"id":1380,"date":"2012-09-26T08:38:19","date_gmt":"2012-09-26T07:38:19","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=1380"},"modified":"2012-09-21T19:41:04","modified_gmt":"2012-09-21T18:41:04","slug":"i-ragazzi-del-lesima-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=1380","title":{"rendered":"I Ragazzi Del Lesima &#8211; 3"},"content":{"rendered":"<p>Quando fu molto in alto, sopra <strong>Prodongo<\/strong>, c&rsquo;era un tratto del sentiero che era tutto all&rsquo;ombra ed era ancora <strong>pieno di neve<\/strong>. Ad un certo punto <strong>il mulo<\/strong>, testardo come vuole la tradizione popolare, si arrest&ograve; nel suo incedere e non volle <strong>in alcun modo proseguire<\/strong>. Il ragazzo ci si mise d&rsquo;impegno, prima con le parole, <strong>poi con le minacce urlate<\/strong>, poi ancora con le carezze e infine spingendolo malamente. Lo spronava e lo spintonava, mentre <strong>la neve gli entrava nelle scarpe<\/strong>. Anche se era giorno di festa non aveva potuto mettersi le <strong>scarpe nuove<\/strong>   che suo padre gli aveva comprato recentemente perch&eacute;, sapendo che tipo   di strada avrebbe dovuto percorrere, gli avevano proibito di  indossarle,  calzando viceversa <strong>quelle vecchie<\/strong>. Queste erano ormai rotte e sfilacciate, oltre al fatto che gli andavano strette, procurandogli notevoli <strong>spelature<\/strong> quando le indossava per lunghi viaggi. Suo padre gliele aveva comprate al mercato di <strong>Varzi<\/strong>, usando come sempre il metodo del &ldquo;<strong>bacchetto<\/strong>&rdquo;: una piccola <strong>asta di legno<\/strong>   che aveva pressappoco la lunghezza del piede. Potete ben immaginare  che  con quella pratica approssimativa le calzature acquistate erano  quasi  sempre di <strong>misura sbagliata<\/strong>. Nel caso fossero  state  troppo grandi bastava legarle un po&rsquo; pi&ugrave; strette, ma quando erano  troppo  piccole erano causa sicura di sofferenze.<\/p>\n<p>Dai e dai, spingi e spingi, alla fine il mulo <strong>si decise<\/strong> a ripartire.<br \/>\n&ldquo;Che faticaccia, ed io ho solo un mulo: chiss&agrave; come aveva fatto <strong>Annibale<\/strong> a passare da queste parti con <strong>un esercito di elefanti<\/strong>&rdquo; pens&ograve; il ragazzo, riferendosi al <strong>grande condottiero cartaginese<\/strong>. Egli transit&ograve; proprio da quelle parti, prima di combattere la <strong>battaglia della Trebbia<\/strong>, e si dice che il nome del monte <strong>Lesima<\/strong> derivi proprio dal latino &ldquo;<strong>Lesa manus<\/strong>&rdquo;, per indicare una ferita alla mano subita dallo stratega africano. Il giovane di <strong>Ponti<\/strong> non aveva mai visto un elefante, neppure disegnato, ma gli era stato detto che si trattava di animali <strong>mastodontici<\/strong>.<br \/>\n&ldquo;Sarebbe bello averne uno&rdquo; pens&ograve; scherzosamente &ldquo;oppure possedere un&rsquo;automobile, come <strong>i signori di citt&agrave;<\/strong>, e girare in lungo e in largo, adesso che ci sono le strade!&rdquo;<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/img\/20120926-lesima.jpg\" \/><\/p>\n<p>Il sole era gi&agrave; alto e il nostro commerciante voleva essere a <strong>Zerba<\/strong> molto prima dell&rsquo;<strong>ora di pranzo<\/strong>, in modo da avere a disposizione l&rsquo;intera giornata per<strong> piazzare la sua mercanzia<\/strong>.<br \/>\n&ldquo;Speriamo di vendere, in modo da non sentirmi anche stavolta <strong>i rimproveri<\/strong> quando torno a casa, e che perlomeno ci sia da divertirsi&rdquo;.<br \/>\nI suoi genitori, come spesso accadeva in quegli anni, erano <strong>molto severi<\/strong>, e suo padre non transigeva dal lavorare sodo e pensare il meno possibile ai <strong>divertimenti<\/strong>, ma lui aveva quasi <strong>vent&rsquo;anni<\/strong>: pur dando il giusto peso al suo lavoro &#8211; che in ogni modo gli piaceva pi&ugrave; di ogni altra cosa &#8211; era pur sempre <strong>un ragazzo<\/strong> e come tale aveva piacere nella compagnia e nel divertimento. L&rsquo;estate precedente aveva escogitato <strong>un piccolo trucco<\/strong>: in un paio di occasioni era partito il sabato, con la scusa di vendere anche <strong>la sera prima della festa<\/strong>,   quando sulla piazza dei paesi si cantava, si ballava, e si ascoltavano   le storie dei vecchi che, anche se erano sempre le stesse, erano   comunque interessanti, perch&eacute; ogni volta uscivano dei particolari   inediti.&nbsp; Si era recato a <strong>Barostro<\/strong> e a <strong>Bralello<\/strong> col suo fagotto e il suo fido <strong>quadrupede infecondo<\/strong>, per poi darsi invece al buon vino e ai canti in compagnia.<\/p>\n<p>Finalmente, disceso dall&rsquo;altro versante del Lesima, arriv&ograve; in vista di   Zerba. Il paese era grande, se si teneva conto dei tre gruppi di case da   cui era composto: <strong>Soprana<\/strong>, <strong>Lisamara<\/strong> e <strong>Stana<\/strong>; ma cionondimeno <strong>non era certo un paese ricco<\/strong>. Al ragazzo piacevano pi&ugrave; i paesi della <strong>valle Staffora<\/strong> e della <strong>val Trebbia<\/strong>: erano pi&ugrave; facilmente raggiungibili e c&rsquo;era pi&ugrave; movimento, il commercio &ldquo;girava&rdquo; meglio. I paesini della <strong>val Boreca<\/strong>, come quello che era la sua meta, non avevano molto passaggio, e gli abitanti erano perlopi&ugrave; <strong>gente modesta<\/strong>.   In ogni caso lui non disdegnava certo di fare affari con chicchessia,   specialmente in giornate di festa come queste. Arriv&ograve; alla chiesa che <strong>la messa era gi&agrave; incominciata <\/strong>da   un bel pezzo, si sentiva riecheggiare il latino del sacerdote. Leg&ograve; il   mulo e si infil&ograve; dentro il portone, pi&ugrave; per vedere se c&rsquo;era tanta  gente e  come erano ben vestiti che per un <strong>sincero pio sentimento<\/strong>.   Una volta terminata la funzione religiosa inizi&ograve;, come abitudine, a   salutare un po&rsquo; tutti, presentando la sua merce, chiedendo i bisogni   della gente. Ormai era <strong>esperto<\/strong>, e sapeva che su queste   cose comandavano quasi sempre le donne, quindi era a loro che prestava   maggiormente la sua attenzione. Continuando a proporre i suoi prodotti,   segu&igrave; il flusso della folla che si dirigeva verso la piazza, dove di  l&igrave; a  poco sarebbero iniziati canti, balli e pappatorie. Per la carit&agrave;,  non  immaginatevi <strong>pranzi luculliani<\/strong> e <strong>viziose libagioni<\/strong>:   in confronto ad oggi erano situazioni modeste, ma permeate da uno   spirito di appartenenza, di gioiosit&agrave; e di allegria indescrivibili, che   facevano per un giorno dimenticare <strong>quanto dura potesse essere la vita<\/strong>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando fu molto in alto, sopra Prodongo, c&rsquo;era un tratto del sentiero che era tutto all&rsquo;ombra ed era ancora pieno di neve. Ad un certo punto il mulo, testardo come vuole la tradizione popolare, si arrest&ograve; nel suo incedere e non volle in alcun modo proseguire. 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