{"id":2135,"date":"2017-01-24T11:51:12","date_gmt":"2017-01-24T10:51:12","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=2135"},"modified":"2017-01-24T12:14:55","modified_gmt":"2017-01-24T11:14:55","slug":"brallo-quando-avevo-10-anni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=2135","title":{"rendered":"Brallo quando avevo 10 anni"},"content":{"rendered":"<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/img\/20170124-fabio.jpg\" class=\"imgdx\" alt=\"\" \/>Io sono nato a <strong>Brallo<\/strong>&#8230;beh tecnicamente sono nato all&#8217;<strong>ospedale di Voghera<\/strong> (sono un &quot;<strong>M109<\/strong>&quot;). Per&ograve; sono cresciuto al <strong>Passo del Brallo<\/strong>, capoluogo del comune di Brallo di Pregola (ebbene si, <strong>vi ho tolto una certezza<\/strong>, un paese che si chiama &quot;Brallo di Pregola&quot; <strong>non esiste, &egrave; solo il nome del comune<\/strong>).<\/p>\n<p>I primi anni della mia vita li ricordo ovviamente poco, anche perch&eacute; i miei erano in piena attivit&agrave; ed io ero spesso <strong>sballottato <\/strong>di qua e di la da <strong>parenti <\/strong>e <strong>amici<\/strong>. Ero un bambino molto <strong>rompicoglioni<\/strong>, gli strizzacervelli probabilmente direbbero che, appunto, volevo <strong>attirare attenzione<\/strong> su di me da parte dei miei genitori, impegnatissimi col negozio e con tutte le loro attivit&agrave;. E quindi ero proprio <strong>terribilino <\/strong>(non come adesso che sono un amore).&nbsp;Non so se questa disamina sia giusta: anche adesso cerco di attirare l&#8217;attenzione, ma invece dei capricci mi invento <strong>tante altre belle cazzate<\/strong>. Beh si in fondo sono sempre <strong>rompicoglioni<\/strong>, ma in modo <strong>forse pi&ugrave; gradevole<\/strong>. Ma torniamo a bomba all&#8217;argomento del post: come vivevo a Brallo <strong>quando ero bambino<\/strong>?<\/p>\n<p>Dunque: per prima cosa mi svegliavo, colazione con <strong>latte e pane secco<\/strong> (abitudine datami da mia madre che mi piaceva molto pi&ugrave; del latte coi biscotti. Quelli li lasciavo per il t&egrave;). Poi <strong>preparavo la cartella<\/strong> e andavo a scuola. Si, avete letto bene: per prima cosa non esistevano proprio gli <strong>zaini<\/strong>, e seconda cosa la cartella la preparavo al mattino e mai, <strong>ma dico mai<\/strong>, la sera prima, e cos&igrave; ho fatto per la mia (ahim&egrave; lunga) carriera scolastica. Il tragitto era breve, <strong>la scuola era a fianco a casa<\/strong>. Era stata appena costruita, da piccino ricordo vagamente la vecchia scuola, che &egrave; stata abbattuta per far posto a questa grande costruzione con due piani di aule (piano terra elementari e primo piano medie) e sotto addirittura la <strong>palestra <\/strong>e il <strong>cinema<\/strong>. Se non ricordo male siamo stati la seconda classe ad entrare in prima in quella scuola. In prima elementare avevo come maestra <strong>l&#8217;Andreina <\/strong>(detta &quot;signora Andrea&quot;) e poi la signora Tordi (detta &quot;<strong>mia mamma<\/strong>&quot;). Sul fatto che <strong>non studiassi un cazzo<\/strong> penso che ve l&#8217;ho gi&agrave; spiegato tante volte. (Si, dai, <strong>&quot;cazzo&quot;<\/strong> ormai &egrave; una parola sdoganata dal turpiloquio, e poi gi&agrave; gli stilnovisti <strong>scrivevano ben peggio<\/strong>.) Comunque mi piaceva abbastanza andare a scuola, non fosse per altro che passavo le giornate spesso da solo e quindi almeno al mattino <strong>avevo compagnia<\/strong>. C&#8217;erano le &quot;<strong>multiclassi<\/strong>&quot;, cio&egrave; eravamo divisi in due gruppi, relativi alle due maestre. Per esempio quando ero in prima la classe era composta da quelli di <strong>prima<\/strong> e di <strong>seconda<\/strong>. Quando ero in seconda da quelli di <strong>prima<\/strong>, <strong>seconda<\/strong>, e forse <strong>quinta<\/strong>. Quindi i compagni di classe cambiavano spesso. E come &egrave; possibile gestire una cosa simile? Beh, mentre la maestra faceva il <strong>dettato <\/strong>a quelli di prima, quelli di seconda facevano i <strong>pensierini <\/strong>e quelli di quarta gli <strong>esercizi di matematica<\/strong>, e via a rotazione. Comunque mi sono preso un discreto numero di <strong>mazzate <\/strong>da mia mamma, che aveva facolt&agrave; di darmele in quanto <strong>maestra <\/strong>(adesso la arresterebbero) e in quanto <strong>mamma<\/strong>, quindi <strong>razione doppia<\/strong>. Dietro di me in quanto a mazzate prese c&#8217;era solo <strong>l&#8217;Enrica<\/strong>, che comunque aveva una piazza d&#8217;onore per <strong>schiaffoni <\/strong>e <strong>bacchettate <\/strong>prese.<\/p>\n<p>Finita la scuola arrivavo a casa e aspettavo che fosse pronto da <strong>mangiare<\/strong>. Abitavo, dove abito tuttora, <strong>sopra al negozio<\/strong>. La casa era relativamente recente, visto che &egrave; stata costruita <strong>quando sono nato io<\/strong>. L&igrave; c&#8217;era una <strong>villetta <\/strong>sulla <strong>collinetta<\/strong>. Prima mio pap&agrave; ha fatto sbancare davanti, sulla strada, per costruire quello che adesso &egrave; la <strong>parte davanti del negozio<\/strong>. Sopra, invece del tetto, c&#8217;era un grande <strong>terrazzo<\/strong>. Quando gli affari si sono messi ad andare bene, sul terrazzo &egrave; stata costruita l&#8217;<strong>attuale casa<\/strong>, e, una volta pronta, la villetta retrostante &egrave; stata <strong>abbattuta<\/strong>, la collina <strong>sbancata<\/strong>, per costruire l&#8217;attuale <strong>parte dietro del negozio<\/strong> e della casa. Quindi, in definitiva, da piccolo avevo imparato a distinguere la casa &quot;<strong>vecchia<\/strong>&quot; da quella &quot;<strong>nuova<\/strong>&quot;, la cantina &quot;<strong>vecchia<\/strong>&quot;, dove c&#8217;era la caldaia a nafta, da quella &quot;<strong>nuova<\/strong>&quot; dove si sciolinavano gli sci, il solaio &quot;<strong>vecchio<\/strong>&quot; pieno di cianfrusaglie&quot; da quello &quot;<strong>nuovo<\/strong>&quot; pieno di cianfrusaglie. In effetti non mi chiedevo come mai dal solaio vecchio a quello nuovo si dovesse passare <strong>da una finestra<\/strong> e non da una porta!&nbsp;<\/p>\n<p>Al pomeriggio <strong>facevo i compiti e studiavo<\/strong>. Ah ah ah no, a parte le battute: <strong>uscivo a giocare<\/strong>. O con qualche amico (quei pochi, rari, bambini di Brallo) o da solo. Giravamo, esploravamo, andavamo in bici e d&#8217;inverno in bob. Oppure giocavamo alle gare coi <strong>tappi di bottiglia<\/strong> mia grandissima passione), oppure a giochi dove impersonavamo qualcuno, tipo &quot;il ristorante&quot;, &quot;<strong>la televisione<\/strong>&quot; (altra mia grande passione, avevo addirittura un quadernetto dove segnavo tutti i dati che riuscivo a recuperare delle emittenti: nome, sede, canale uhf, ecc). Tutti i ragazzetti di Brallo avevano la bici, andava di moda quella col sellino lungo, la mitica &quot;<strong>Saltafoss<\/strong>&quot;. Io dopo anni di richieste ho ricevuto&#8230;.una <strong>Graziella<\/strong>. L&igrave; per l&igrave; mi sono incazzato, poi avevo una gran vergogna e infine mi sono detto: &quot;<strong>ma chi se ne frega, intanto sono in bici !!!<\/strong>&quot;.<\/p>\n<p>A volte andavo con mia <strong>mamma<\/strong>, visto che mio <strong>pap&agrave; <\/strong>o era in <strong>negozio <\/strong>o era da qualche parte a cercare <strong>affari<\/strong>. E quindi in qualche <strong>appartamento <\/strong>da sistemare, su qualche <strong>tetto <\/strong>a sostituire <strong>tegole<\/strong>, a <strong>Pregola <\/strong>a zappare <strong>l&#8217;orticello <\/strong>vicino al <strong>pozzo<\/strong>, in qualche <strong>solaio <\/strong>o qualche cantina, avendo a che fare con<strong> assi di legno<\/strong>, scaldabagni, <strong>mobili da spostare<\/strong>, tubi da riparare, finestre da aprire o chiudere&#8230; <em>&quot;portami la marassa<\/em>&quot;, &quot;<em>vai di sopra a vedere se esce acqua<\/em>&quot;, &quot;<em>andiamo a prendere le fragole<\/em>&quot;, ecc. nei primi 14 anni della mia vita ho maneggiato <strong>pi&ugrave; attrezzi io di un ferramenta<\/strong>: roncole, falcetti, chiavi inglesi, brugole, tenaglie, seghe, cacciaviti di ogni sorta, martelli e chilometri di fil di ferro, <strong>l&#8217;arnese che serviva e risolveva qualsiasi situazione<\/strong>. Sempre in viaggio con l&#8217;insostituibile <strong>Fiat 500<\/strong> del 1970. Era la mia seconda casa. D&#8217;altronde la lasciavamo <strong>sempre aperta<\/strong> parcheggiata a fianco a casa, mentre casa mia era sempre rigorosamente <strong>chiusa a chiave<\/strong> (e io non ho avuto la chiave fino a circa 18 anni) e quindi, specie quando pioveva, mi riparavo nella 500, tra una <strong>corda di tapparella<\/strong>, una pinza, un cric, dello spago e attrezzi vari. Il mio preferito era la <strong>marassa<\/strong>, che in italiano &egrave; la <strong>roncola<\/strong>, perch&eacute; in un attrezzo di medie dimensioni racchiudeva <strong>una discreta potenza<\/strong> di taglio. Se succedessero oggigiorno queste cose, tipo girare in auto con questi attrezzi <strong>prima ti arrestano<\/strong> per detenzione illegale di armi, poi per sobillazione di minore e infine per terrorismo. Si, <strong>mia mamma era decisamente una pericolosa criminale<\/strong>.<\/p>\n<p>A volte mi mandavano a fare la spesa. A Brallo c&#8217;erano ben 4 negozietti che vendevano un po&#8217; di tutto (ora sono 3), ma in base a cosa dovevo prendere privilegiavamo <strong>un posto piuttosto che un altro<\/strong>, per abitudine e per andare cos&igrave; un po&#8217; da ciascuno. Se era per il pane, la focaccia, i biscotti, la pasta o cose per la scuola (quaderni, penne, ecc) si andava &quot;<strong>dalla Lina<\/strong>&quot; (cio&egrave; al <strong>Panificio MGT<\/strong>, attualmente pnificio &quot;Franco e Silvana&quot; ), storica <strong>amica di famiglia<\/strong>. Per altre cose (dal vino ai detersivi per il bucato a mano) si andava &quot;<strong>dalla Pierina<\/strong>&quot;, ovvero in tabaccheria, sotto i portici, dove adesso c&#8217;&egrave; Nado. Per la carne mi mandavano &quot;<strong>da Giulio<\/strong>&quot; (che poi era il marito della Pierina e quindi <strong>il negozio era lo stesso<\/strong>, ma il macellaio era lui) oppure &quot;<strong>da Enzo<\/strong>&quot;, della salumeria &quot;Normanno&quot; in piazza. Ricordo quando, in tempi decisamente pi&ugrave; recenti, avevano ingrandito il negozio con un minimarket dove mi stupivo di trovare <strong>anche i CD vergini !<\/strong> Per la frutta, verdura e le cose pi&ugrave; &quot;strane&quot; (e per le immancabili <strong>bombole<\/strong> di Butano per cucinare) si andava &quot;<strong>dai Nobili<\/strong>&quot;, che in realt&agrave; si chiamano Nobile di cognome, ma venivano pluralizzati, essendo <strong>tre fratelli<\/strong>. Quando hanno rilevato anche la tabaccheria (dopo Giulio e Pierina -i proprietari- e Alberto e Grazia), per distinguerli in casa mia si diceva &quot;<strong>dai Nobili su per la salita<\/strong>&quot; e &quot;<strong>dai Nobili sotto i portici<\/strong>&quot;. &nbsp;Ma torniamo al discorso, vale a dire quando io avevo circa 10 anni.<\/p>\n<p>Finito di giocare, andavo a casa a fare <strong>merenda<\/strong>: t&egrave; oppure pane e nutella o <strong>pane e salame<\/strong> (o coppa, o prosciutto cotto, con il classico &quot;formaggio coi buchi&quot; vale a dire l&#8217;Emmental.) e poi magari <strong>giocavo in casa<\/strong> (coi lego, o cono altre mille cose che mi inventavo io, bastava andare in solaio per tornare con qualcosa di insolito).&nbsp;<\/p>\n<p>Alla sera <strong>un poco di cena<\/strong>: di solito <strong>quello che si era avanzato dal pranzo<\/strong>: pasta, riso, polenta, quello che c&#8217;era. E magari un <strong>bistecchino<\/strong>, e un <strong>po&#8217; di mela<\/strong>. Poi se c&#8217;era qualche bel film guardavo la tele, sul divano, probabilmente con addosso la coperta fatta con le cinture di lana (si, ho scritto giusto, <strong>cinture di lana<\/strong>, ma &egrave; troppo complicato da spiegare) che ho tuttora. Oppure uscivo con mia mamma al&nbsp;<strong>bar<\/strong>&nbsp;(novanta su cento era&nbsp;<strong>l&#8217;Appennino Pavese<\/strong>) dove lei prendeva l&#8217;immancabile&nbsp;<strong>caff&egrave;<\/strong>. Ah e compiti? E lo studio? Beh,&nbsp;<strong>vi ho gi&agrave; parlato delle mazzate, no?<\/strong>&nbsp;No, in realt&agrave; a volte i compiti&nbsp;<strong>li facevo<\/strong>&nbsp;(studiare invece lo facevo pi&ugrave; raramente), ma avevo sempre l&#8217;<strong>arroganza<\/strong>&nbsp;di pensare di potermeli sbrigare in poco tempo. Poi quando era mattino e non li avevo fatti&#8230;.<strong>paura!<\/strong><\/p>\n<p>A me <strong>piaceva molto abitare l&igrave;<\/strong> e mi chiedevo quanto fossero <strong>sfortunati<\/strong> quei bambini che vivevano <strong>sempre chiusi in casa<\/strong>, oppure <strong>nel cortile<\/strong>, oppure in qualche modo sempre controllati dai genitori e costretti a stare in un perimetro ben definito. Non potevano <strong>girare nei prati<\/strong>, nei boschi, trovare scorciatoie, arrampicarsi sugli alberi, ecc. Infatti quando veniva a Brallo in villeggiatura, facevano tutte queste cose e <strong>si sentivano felici<\/strong>. Io, che potevo farle tutto l&#8217;anno, mi rendevo conto di essere proprio <strong>fortunato<\/strong>. Anche se spesso ero costretto a giocare da solo. Ma quello <strong>non mi &egrave; mai pesato troppo<\/strong>. Forse &egrave; per questo che ci ho fatto il callo (ma non l&#8217;abitudine). Ricordo che nei primissimi anni della mia vita ho abitato per certi periodi a <strong>Milano<\/strong> dagli zii. Era una vita tranquilla e serena, anche se molto <strong>routinaria<\/strong>. Ricordo che, appunto, o stavo in casa, o andavo <strong>per negozi<\/strong> con lo zio e la zia, o solitamente nel <strong>cortile,<\/strong>&nbsp;io e qualche altro bambino&#8230;.da soli ! Roba che adesso sarebbe da fare accapponare la pelle. Quando la<strong> zia Iolanda<\/strong> mi doveva chiamare, lo faceva dalla finestra e io diligentemente andavo su in casa. E non solo: quando lo <strong>zio Renzo<\/strong> tornava dal lavoro (faceva il <strong>taxista<\/strong>), pranzava e poi passava il tardo pomeriggio giocando a carte nel bar <strong>sottocasa<\/strong>. Quando era pronta la cena talvolta la zia mi mandava a chiamare lo zio. Era l&#8217;unica occasione in cui <strong>mi era permesso uscire dal cortile<\/strong>&#8230;per entrare nel bar subito a fianco. Andavo nella sala dietro, piena zeppa di <strong>tavoli, uomini e fumo<\/strong>. Lo zio<strong> fumava la pipa<\/strong>. In mezzo a quella nebbia lo cercavo con gli occhi quasi <strong>strizzati<\/strong>, mi sentivo tronfio del mio importante compito di dover fare una commissione &quot;<strong>da grandi<\/strong>&quot;, impettito nella mia <strong>salopette di velluto<\/strong> a coste grandi. &quot;<strong>Zio, la zia ha detto che &egrave; pronto<\/strong>&quot;. Talvolta lo aspettavo, talvolta lo precedevo perch&egrave; doveva terminare la partita, e tornavo su da solo. <strong>A tre e dico 3 anni<\/strong>. A Milano. Chiaro, all&#8217;epoca di <strong>baluba <\/strong>non si era neanche mai sentito parlare. Ricordo quella volta che lo zio mi ha portato in piazza duomo, a carnevale, e mi ha comprato addirittura i <strong>coriandoli<\/strong>! La piazza piena di gente allegra, che dava il granoturco ai piccioni per fare le foto. <strong>Che bella Milano<\/strong>, dove la gente parlava di &quot;barlaf&ugrave;s&quot; e te diseva &quot;Te s&egrave; prpri un pirla, capiss nagott&quot;. Visto? sono partito a parlare di Brallo per poi finire a parlare di Milano. D&#8217;altronde, il mio cuore &egrave; al paese natio, ma ci sono dei luoghi che sento ugualmente miei, come Pregola, Milano, Londra, Camogli&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Io sono nato a Brallo&#8230;beh tecnicamente sono nato all&#8217;ospedale di Voghera (sono un &quot;M109&quot;). Per&ograve; sono cresciuto al Passo del Brallo, capoluogo del comune di Brallo di Pregola (ebbene si, vi ho tolto una certezza, un paese che si chiama &quot;Brallo di Pregola&quot; non esiste, &egrave; solo il nome del comune). 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