{"id":897,"date":"2010-03-13T12:28:37","date_gmt":"2010-03-13T11:28:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.fabiotordi.it\/?p=897"},"modified":"2010-03-13T12:28:37","modified_gmt":"2010-03-13T11:28:37","slug":"mater-morbi-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/?p=897","title":{"rendered":"Mater Morbi (1)"},"content":{"rendered":"<p>C&#8217;&egrave; stato un tempo in cui <strong>avevo un nome<\/strong>&#8230; c&#8217;&egrave; stato un tempo in cui <strong>avevo un lavoro<\/strong>&#8230; c&#8217;&egrave; stato un tempo in cui <strong>ero un uomo<\/strong>&#8230; qualsiasi cosa questo significhi. <strong>Poi le cose sono cambiate<\/strong>&#8230; <strong>La malattia mi ha cambiato<\/strong>.<br \/>\n<strong> Sono stato&nbsp; male<\/strong> e <strong>sono stato ricoverato<\/strong> in ospedale. Non sto bene, <strong>forse non star&ograve; bene mai pi&ugrave;<\/strong>. Risonanza magnetica&#8230; &egrave; cos&igrave; che la chiamano. I dottori mi hanno spiegato che questa macchina <strong>bombarda il corpo<\/strong> di onde radio e permette una scrupolosa <strong>indagine diagnostica<\/strong>. Come sono arrivato qui dentro? Quand&#8217;&egrave; che <strong>la mia vita ha cominciato a finire?<\/strong> Credo che il primo segnale sia stato <strong>una leggera influenza<\/strong>. Mi sono prescritto da solo <strong>un paio di aspirine<\/strong> e sono andato avanti con la mia vita. Poi &egrave; arrivato <strong>il tremore alle mani<\/strong> e la debolezza nelle gambe. Ho pensato di aver esagerato con i medicinali e li ho sospesi. A quel punto ho cominciato ad avere <strong>problemi alla vista<\/strong> e le vertigini. Mi sentivo malissimo e sarei dovuto andare subito da un dottore, ma <strong>le malattie mi spaventano a morte<\/strong> e, come ogni buon ipocondriaco che si rispetti, i dottori mi spaventano ancora di pi&ugrave;. Quando vado da un medico <strong>ho sempre paura che scopra che sono affetto da qualche male incurabile<\/strong> e mortale. E&#8217; per questo che non ci vado mai, <strong>preferisco non sapere<\/strong>.<\/p>\n<p>Sono al <strong>Royal Free Hospital<\/strong>, la mia nuova casa. Il professor Faber, <strong>un luminare<\/strong> nel campo della medicina diagnostica dice che <strong>hanno escluso tutte le patologie mortali conosciute<\/strong>. Dovrebbe essere una buona notizia, ma il fatto che <strong>la cosa che mi sta uccidendo<\/strong> non abbia nemmeno un nome <strong>non mi &egrave; di gran consolazione<\/strong>. Mi hanno messo il lista per <strong>un&rsquo;altra serie di esami<\/strong>, per andare maggiormente a fondo del problema,&nbsp; &ldquo;<strong>chirurgia endoscopica<\/strong>&rdquo;&hellip; insomma si trattava di infilarmi <strong>dei tubi dentro al corpo<\/strong>. Sembrano tutte cose dolorose, ma sarebbero state fatte in anestesia locale o generale, come se questo dovesse rassicurarmi: <strong>l&rsquo;unica cosa che mi terrorizza di pi&ugrave; di un intervento chirurgico &egrave; l&rsquo;anestesia<\/strong>, &egrave; come fare <strong>un salto nel vuoto<\/strong>, lontano dalla luce, fin dentro il buio. <\/p>\n<p>Mi risveglio <strong>in una stanza fredda<\/strong> e vuota, c&rsquo;&egrave; una vecchia infermiera strana, che mi dice, <strong>mentre fuma una sigaretta<\/strong>, di non conoscere nessun dottor Faber. Io mi alzo, sono debolissimo, mi alzo il camice e vedo una <strong>lunghissima ferita<\/strong> chiusa alla bell&rsquo;e meglio, come fossi un maialino ripieno. <strong>Svengo<\/strong>. <\/p>\n<p>Mi riprendo, ho la vista annebbiata e vedo un dottore. Non &egrave; Faber, dice di chiamarsi Vonnegut e mi chiama &ldquo;<strong>signor Carver<\/strong>&rdquo;. Io <strong>non mi chiamo Carver!<\/strong> Non sono confuso come dicono loro, <strong>voglio andarmene da qui<\/strong>, voglio parlare col mio dottore. Arrivano gli inservienti , mi costringono a letto, <strong>mi danno un sedativo<\/strong>, dicono che sono sotto shock. Tento di spiegargli chi sono, ma il sedativo fa effetto e <strong>perdo nuovamente i sensi<\/strong>.<\/p>\n<p>Ho un incubo tremendo: sono a casa, finalmente, ma l&rsquo;amico che &egrave; con me <strong>si trasforma in un mostro<\/strong> e mi dice che <strong>Lei mi vuole<\/strong>. Lei chi? &ldquo;<em><strong>Mater Morbi<\/strong><\/em>&rdquo;. Poi appare un ragazzino, <strong>Vincent<\/strong>, sono di nuovo in ospedale. Mi spiega che &egrave; normale il fatto che i dottori non mi riconoscano, <strong>l&rsquo;identit&agrave; &egrave; la prima cosa che Lei ti strappa via<\/strong>, poi ti toglie <strong>la dignit&agrave;<\/strong> e alla fine <strong>si prende la tua stessa vita<\/strong>. Mi guardo allo specchio, <strong>sembro un letto sfatto<\/strong>, ma questo &egrave; solamente l&rsquo;inizio: <strong>Lei mi consumer&agrave; poco a poco<\/strong>, fino a quando non si sar&agrave; stancata di me.<\/p>\n<p><strong>L&rsquo;ospedale &egrave; il luogo dove ci si sente pi&ugrave; soli al mondo.<\/strong> Non conta <strong>quanta gente<\/strong> possa venire a farti compagnia e a darti il suo sostegno: <strong>la distanza che passa tra sani e malati &egrave; uno spazio infinito che neanche l&rsquo;amore pu&ograve; colmare<\/strong>. La malattia mette chi ne viene colpito fuori del consorzio umano. E per quanto amici e parenti possano volerti bene, <strong>nella parte pi&ugrave; atavica del loro cervello<\/strong> ci sar&agrave; sempre un uomo delle caverne ansioso di <strong>allontanarsi<\/strong> dall&rsquo;animale infetto che sei diventato. Del resto, <strong>agli occhi di chi sta male<\/strong>, quelli in salute saranno sempre manchevoli, perch&eacute; <strong>incapaci di comprendere il loro bisogno<\/strong>, perch&eacute; ignari della loro sofferenza e perch&eacute; <strong>colpevoli di potersene andare sulle proprie gambe<\/strong>.<br \/>\nIl malato &egrave; <strong>un vampiro assetato di vita<\/strong> e poco importa <strong>quante lacrime<\/strong> vengono versate per lui&#8230; <strong>non saranno mai abbastanza da placare la sua sete<\/strong>. La malattia non celebra alcuna comunione. I letti di una stanza d&#8217;ospedale sono come le camere di scoppio di un revolver, con i pazienti a fare da proiettili e <strong>la guarigione come unico obiettivo<\/strong>&#8230;quello che conta &egrave; colpire il bersaglio personalmente, perch&eacute; <strong>non c&#8217;&egrave; alcuna ricompensa nel successo degli altri<\/strong>.<br \/>\n<strong> Nessuno &egrave; triste nell&#8217;abbandonare un ospedale<\/strong>, e quel <strong>lieve senso di rammarico <\/strong>per i compagni di sventura lasciati indietro <strong>si scioglier&agrave; come neve al sole<\/strong> appena tornati in libert&agrave;. Qualcuno ha detto che nessun uomo &egrave; un&#8217;isola, ma sono ragionevolmente certo che a dirlo &egrave; stata una persona in buona salute.<\/p>\n<p><em><span style=\"font-size: smaller;\">(continua domani&#8230;)<\/span><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.fabiotordi.it\/blog\/img\/20100313-matermorbi.jpg\" alt=\"\" \/><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C&#8217;&egrave; stato un tempo in cui avevo un nome&#8230; c&#8217;&egrave; stato un tempo in cui avevo un lavoro&#8230; c&#8217;&egrave; stato un tempo in cui ero un uomo&#8230; qualsiasi cosa questo significhi. Poi le cose sono cambiate&#8230; La malattia mi ha cambiato. Sono stato&nbsp; male e sono stato ricoverato in ospedale. 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