Griglieria dei Pirati

Scritto il 29 agosto 2016 nella categoria musica

Nell’attesa della nuova riapertura a Tortona della Griglieria dei Pirati ci rivediamo il video dello spot realizzato da Bob Loser

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Gironzolando per la faggeta

Scritto il 28 agosto 2016 nella categoria Brallo,Citazioni

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Intervista su “Il Periodico News”

Scritto il 27 agosto 2016 nella categoria Me stesso

Tratto da "Il Periodico News" di Agosto 2016. Link all’articolo originale: clicca qui.
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"LA POLITICA? QUI A VOGHERA CI SI PRENDE UN PO’ TROPPO SUL SERIO"

"LA POLITICA? QUI A VOGHERA CI SI PRENDE UN PO' TROPPO SUL SERIO"

Commerciante, comico, rapper del web. Fabio Tordi è un vogherese certamente poliedrico e  portatore sano di una buona dose di follia."Basta con ‘sto teatro sociale, costruiremo un parcheggio a più piani"."Voghexit: Voghera uscirà dall’Oltrepò…per entrare in Monferrato". O ancora, "Asfaltare piazza Duomo? Si può fare: mai più quei fastidiosi ciotoli!".

Se vi fosse capitato di imbattervi su facebook nei proclami della lista "Asfalto Che Ride" sarà difficile che riusciate a trattenere una risata. Il faccione sui manifesti fake, con dietro l’autoporto di Voghera che campeggia stile Colosseo, è proprio quello del 42enne commerciante vogherese con l’hobby della satira politica.

Allo stesso tempo, se su youtube vi fosse capitato di seguire le imprese canore del rapper "Bob Loser", sappiate che si tratta di un’altra maschera dello stesso Tordi. "Asfalto Che Ride" paga un tributo al personaggio di Carcarlo Pravettoni, l’imprenditore-politico inventato del comico toscano Paolo Hendel che spopolava a Mai Dire Gol anni fa. "Asfalto Che Ride era il nome della finta lista creata da Pravettoni quando decise di candidarsi alle elezioni" racconta Tordi. "Un personaggio che ho amato alla follia". Ed è sempre con un bel pugno di (sana) follia che il commerciante vogherese, titolare di un negozio d’abbigliamento in via Cavour, ha deciso di crearsi il "suo" di personaggio, il rapper "sfigato" Bob Loser. Ma andiamo per ordine.

Tordi, come le è venuta l’idea di "Asfalto Che Ride"?

"L’idea vera e propria è venuta per caso, durante le scorse elezione comunali quando il numero dei candidati era così alto che era impossibile non conoscerne qualcuno personalmente. Qui si candidano tutti, mi sono detto, per cui devo candidarmi anch’io. E l’ho fatto, solo che per finta. All’inizio mi era venuta l’idea di realizzare qualche vignetta per prenderli un po’ in giro e a quel punto ho pensato a Hendel e al suo Pravettoni, che aveva deciso di candidarsi proprio con la lista Asfalto Che Ride. Diciamo che ho allargato il suo partito!

Insieme all’amico Michele Orione abbiamo deciso di iniziare questa finta campagna elettorale parallela e di bacchettare un po’ la politica locale con una vignetta al giorno fino alle elezioni".

Poi?

"Poi abbiamo notato che la cosa stava avendo successo sul web, e gli amici chiedevano di più, per cui abbiamo proseguito. Dalle vignette siamo passati ai video con Asfalto tv, sketch alla Mai Dire Gol, con finte interviste e altre stupidate per cui abbiamo una naturale propensione".

La vostra comicità prende direttamente spunto dall’attualità vogherese ed è piuttosto diretta. Come la definireste?

"Una comicità da bar direi. Nel senso che la formula che abbiamo scelto dall’inizio è basata sulla mia foto con la fascia tricolore, l’autoporto come sfondo e slogan con proposte assurde.

Cose che magari potresti dire da semi serio al bar, tipo: ma basta con sto teatro sociale, fateci un parcheggio, oppure, asfaltate piazza duomo. Cose assurde, ma non troppo".

Nel senso che qualche proposta del genere potrebbe anche essere presa sul serio?

"Sono battute, ma io come commerciante devo ammettere di essere favorevole all’asfalto e ai parcheggi! Il vogherese è super pigro, va nei negozi se può posteggiare praticamente all’ingresso altrimenti preferisce il centro commerciale!".

Qual è il suo rapporto con la politica? Anche se solo per prenderla in giro, bisogna comunque conoscerla e seguirla…mai pensato di candidarsi sul serio?

"La politica mi ha sempre interessato e da giovane  avevo anche militato in Forza Italia. Però credo che sia una cosa seria e che vada fatta da persone serie, anche se prenderle un po’ in giro ci sta perché, soprattutto qui a Voghera, ci si prende un po’ troppo sul serio. Si litiga per qualsiasi cosa. Non mi candiderò davvero, anche se mi piacerebbe scoprire in quanti alla prossima tornata scriveranno Asfalto Che Ride sulla scheda".

Dai falsi amici d’infanzia dei politici al "commissario Plutonio", colpite in modo piuttosto bipartizan con i vostri personaggi. Qualcuno si è arrabbiato?

"Su oltre 160 vignette solo una volta qualcuno non l’ha presa tanto bene, per cui va molto bene".

Come nascono i vostri sketch?

"In modo molto estemporaneo e quasi del tutto improvvisato. Io e il mio socio Michele Orione ci sentiamo magari la mattina e ci incontriamo poi il pomeriggio per realizzarli".

Sviluppi futuri?

"Ci avevano proposto di fare una specie di Striscia la Notizia locale, con inchieste e tutto il resto, ma è troppo impegnativo e rischiamo di perdere la freschezza e l’estemporaneità della cosa. Ci limitiamo a seguire le notizie e colpire quando siamo ispirati". 

Del rapper Bob Loser invece cosa ci dice?

"Bob Loser è il mio alter ego rapper. Fin da ragazzo ho sempre amato quel tipo di musica, solo che ero troppo timido. Ora le cose sono cambiate, crescendo sono diventato l’opposto e non mi vergogno più di nulla. Anzi, diciamo che con Bob Loser ho realizzato un mio sogno".

Il nome, Bob Loser, in inglese "Bob il perdente", non è proprio da figo…

"Mi piace il personaggio del rapper emarginato all’americana, considerato ‘fuori’ o semplicemente ‘sfigato’, come il titolo dell’ultimo video che ho realizzato per la rete. Eppure il messaggio che voglio mandare è che, nonostante tutto, tanto sfigati Bob e io non lo siamo. Abbiamo semplicemente valori diversi da quelli dei cosiddetti ‘fighi’".

Quanto di Fabio c’è in Bob?

"Molto più di quanto non si possa pensare. Nei testi parlo di quello che vedo e vivo, in particolare il tema delle finte amicizie ritorna spesso. Ma anche in questo caso, come per Asfalto Che Ride, si tratta di un gioco. Mi piace usare facebook per quello che è, ovvero un grande inganno, un posto dove chiunque può fare, dire o essere ciò che vuole. Per me è una specie di esperimento sociale, mi piace fare cose e vedere la reazione della gente".

Con tutti i suoi personaggi rischia la schizofrenia. Chi è Fabio Tordi?

"Direi che si potrebbe definire un folle sano a piede libero! A scuola non avevo voglia di studiare, poi senza l’obbligo di studiare ho preso due lauree, ingegneria informatica ed economia. Per un certo periodo della vita ho avuto quattro lavori.

Gestivo un pub d’estate, ero consulente di una società di sviluppo siti a Voghera ed ero sviluppatore software a Milano e allo stesso tempo avevo il negozio a Voghera. Per un anno, nel 2006, avevo anche cercato fortuna a Londra, facendo il lavapiatti. Diciamo che sono cose che ti segnano, forse tutto è partito da lì, anche se sono passati molti anni".

 

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Amleto

Scritto il 13 agosto 2016 nella categoria Altro

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia. (W.Shakespeare)

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Il partigiano Dario

Scritto il 12 agosto 2016 nella categoria Altro

 

Mio zio, Dario Rebolini, racconta la sua avventura da partigiano.

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Perché Fantàsia muore?

Scritto il 4 agosto 2016 nella categoria Cinema,Citazioni

Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.

 

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La favola del Lupo e dell’Orso

Scritto il 3 agosto 2016 nella categoria Citazioni

Cercando dei documenti, trovo in un cassetto una lettera, inviata nei primi giorni del 1998 a mia mamma Rita da suo fratello, Dario, con allegato una favola. Si, proprio una storiella per bambini, che Dario aveva inventato per un suo nipotino. Ricordo che molte volte mia mamma mi aveva citato questo racconto, ne era stata molto favorevolmente colpita. E mi aveva raccontato anche di questo bambino "americano". Di mio zio ne avevo già citato l’articolo (clicca qui) e il libro (clicca qui) e a breve ci sarà ancora un post a lui dedicato.

La lettera è molto tenera e spontanea, poetica, a tratti formale (di quella formalità dal sapore antico) a tratti gioviale. "[…] dopo i tuoi suggerimenti e aggiustamenti e limando, limando, sembra sia venuta abbastanza bene, tanto che il mensile ESPERIENZA le la ha pubblicata."

Ecco la favola del "Lupo Malos":

Mi arriva da Boston un nipotino di quattro anni, Gabriele: padre italiano, medico ad Harvard, madre già architetto a Caracas e oggi casalinga. Bene. Appena arrivato dorme per quasi due giorni consecutivi (a seguito del fuso orario). Poi basta. Non c’è più verso di farlo addormentare, finché chiedo ai suoi genitori di farmi provare. Accordato. Prendo Gabriele in braccio dicendogli che gli avrei raccontato la favola del lupo cattivo (che lui chiamerà malos, dalla lingua venezuelana) e dell’orso buono. Mi avvio alla finestra e comincio. Non ci si crederà ma, dopo pochissimi minuti, si addormenta, e così tutte le sere seguenti per un mese intero. Alla fine bastano poche filastrocche ed è già nei sogni di Morfeo. Quando poi è venuta l’ora di ripartire voleva che andassi con lui per continuare a raccontargli la favola. Così siamo arrivati ad un accordo: gli avrei scritto la favola del lupo "malos" e sua madre gliel’avrebbe letta. La favola? Eccola. Giuseppe Rebolini, Genova. (Si, in realtà lo zio Dario si chiama Giuseppe, NotaDiFabio)

Una mattina Dario e Gabriele decidono di andare a caccia nel bosco. Gabriele arma il suo fucile turbo, nuovo fiammante, ad acqua bollente e Dario la sua doppietta modello 1939 con cartucce caricate a pallettoni di plastica (più per difendersi che per offendere). Poi, naturalmente, oltre all’armamento, preparano anche due robusti zaini da montagna con borracce piene di whisky-soda e Coca-cola, più una robusta scorta di Nutella e salame di Varzi. Dopo circa due ore di marcia eccoli arrivati nel terreno di caccia, cioè nel bosco. Un bosco fantastico, con querce e pini secolari che salgono con le cime verso il cielo, quasi imprendibili. Camminando così nel sottobosco, oltre ai  rumori che procurano i loro passi, sentono in lontananza un vocio di suoni non ben definiti. Stanno un poco a sentire, poi decidono di proseguire, sperando di riuscire a capirne di più. Ad un certo punto però Gabriele (dall’orecchio fino) dice a Dario (mezzo sordo): «Attento! Mi pare di sentire un lupo malos». Detto fatto: appena Dario si volta per guardare alle sue spalle, vede a dieci passi di distanza un grosso lupo malos che digrigna i denti in un modo da non lasciare alcuna speranza. Così Dario imbraccia il fucile e spara: tam-tam, due colpi dritti e precisi nel sedere del lupo molos, il quale – sentendosi bruciacchiare la pellaccia – si ritira per qualche metro. Ma poi, avendo capito che oramai il pericolo era passato e che il fucile era scarico, ritorna sui suoi passi costringendo i due a ripiegare velocemente, alquanto spaventati, verso un grosso pino. Gabriele, agile e veloce, vi si arrampica con molta facilità salendo sino alle cime più alte, tanto in alto da sembrare "la piccola vedetta lombarda", mentre Dario – più lento e appesantito – si accontenta (ansimante) di conquistare le prime posizioni di sicurezza. Intanto il lupo malos si piazza ai piedi della grossa pianta digrignando sempre più quei lunghi denti, consapevole che prima o poi sarebbero dovuti scendere. E allora avrebbero sicuramente fatto i conti con lui. Dopo qualche ora di scomoda attesa, Gabriele con il suo giovanile entusiasmo e coraggio dice a Dario di voler scendere ad affrontare il lupo malos con il suo potente fucile "turbo" caricato ad acqua bollente. Ma mentre Dario, non troppo convinto dell’esito positivo dell’azione. discute con Gabriele, eccoti arrivare un grosso Orso Bruno. Una figura fantastica, grosso come una montagna, stupendo nella sua maestosa figura, che avanza con passi sicuri e cadenzati quasi a far tremare la terra sotto le sue zampe. E loro, lì, fermi quasi senza respiro. 

Quando arriva sotto l’albero, stacca di colpo un grosso ramo e a mo’ di clava lo usa contro il lupo malos, il quale, capito al volo il pericolo, se la dà a gambe levate senza nemmeno voltarsi indietro. A questo punto incomincia una lunga "trattativa" con l’Orso Bruno: prima non ci si capisce, non è ben chiaro il suo linguaggio. Gabriele con la sua precoce cultura e le sue tre lingue straniere, prova con l’inglese. E da qualche cenno non sembra che capisca. Prova con lo spagnolo e qui va un poco meglio. Allora passa decisamente all’italiano. Ed è a questo punto che l’Orso Bruno si avvicina all’albero e, abbracciandolo come se volesse sradicarlo, dice: "Venite giù che sono vostro amico". E così, ancora un poco titubanti, Dario e Gabriele scendono dall’albero cominciando a scambiare qualche piccola frase di convenienza, tanto per tastare il terreno. Ma l’Orso Bruno li mette subito a loro agio dicendo che lui è amico del contadino che si trova dall’altra parte del bosco, dove va ogni notte a fare il "guardia-campo" contro i branchi di cinghiali affamati e devastatori. Dal contadino riceve in cambio le provviste per sfamare la propria famiglia. Così piano piano. seguendolo passo passo, i due arrivano nel bel mezzo del bosco dove, dietro una grande roccia, l’Orso ha la sua caverna-casa e cominciano le presentazioni. Mamma Orsa, stupendo esemplare di madre di famiglia, con fare dolce ma deciso, invita i due a entrare e a sedere. mentre tutto intorno è un incredibile brulicare di abitanti del bosco. Due belle gallinelle offrono un piattino di uova fresche che Mamma Orsa si appresta a mettere in tegamino, avendo capito al volo che il cacciatore più giovane, Gabriele, ha una fame da "lupi". Poi arriva il coniglio bianco, chiamato Ciuffetto, che comincia ad annusare le scarpe di Gabriele prima di saltargli in braccio e arrampicarsi su fino alla spalla; c’è pure il gattone bianco a chiazze nere, Micione, che dopo aver fatto una strusciata intorno alla gambe di Gabriele, si mette in un angolo appartato a russare. Arriva anche la volpe, Marianna, che avrebbe dovuto dare una mano a Mamma Orsa nel disbrigo delle faccende di casa, ma essendo furba come (appunto) una "volpe", si guarda bene dal fare qualcosa. Per non ripulire per terra o non lavare i piatti le studia sempre tutte: si fascia le zampe facendo finta di essere ferita, si trucca gli occhi con del carbone nero fingendosi ammalata. Ma nessuno oramai ci crede più. C’è pure Birbetto, lo scoiattolo rosso mattone con la sue lunga coda, sempre pronto a fare dispetti: come, per esempio, quello di portare via le scarpe a tutti di notte per nasconderle nell’albero cavo dove si è costruito una specie di dependance e dove si diverte un sacco a portare tutto quello che trova. Ogni tanto si becca anche qualche sculaccione da Mamma Orsa. Ma la prende sempre a ridere. Dopo aver conosciuto la famigliola di Orso Bruno e dopo che Mamma Orsa ha cucinato, tutti si siedono a tavola impeccabilmente serviti da Marianna, trasformatasi per l’occasione in una sorta di "Pippi calzelunghe", con i ciuffetti sparati in aria e con al centro un cappellino da fare invidia a quelli della Regina Elisabetta d’Inghilterra. Vuoi per l’appetito, vuoi per il gusto della nuova cucina, fatto sta che viene spazzato via tutto, compreso un barattolo di Nutella che Gabriele si è sentito in dovere di fare assaggiare ai nuovi amici. Anche il salame di Varzi sparisce in un attimo, soprattutto ad opera dell’Orso Bruno che sostiene di non averne mai mangiato di così buono. A questo punto, dopo i complimenti d’obbligo alla cuoca, vengono invitati gli altri animali del bosco a prendere il caffè e fare due chiacchiere alla buona prima di coricarsi. Arriva per prima la famiglia del tasso, con la moglie e le due figlie. L’Orso Bruno non si lascia allora scappare l’occasione di fare un benevolo rimprovero al tasso, che spesso si lascia attirare dal bel raccolto di granturco del contadino (amico dell’Orso Bruno) e ne approfitta a quattro ganasce costringendolo a fare una guardia così serrata al campo tanto da non potersi appisolare nemmeno un poco durante tutta la notte. Secondo ad arrivare è la famiglia dell’Orso Nero, anche questa composta da Mamma Orsa e due orsacchiotti neri, così lucidi e brillanti che sembrano dipinti dalla mano di un pittore con colori "Max Mayer". I due frugoletti si arrampicano in braccio a Gabriele leccandolo su tutto il collo e la faccia per dimostrargli la loro incondizionata amicizia. La serata passa così, veloce e felice; e dopo la prima ne passano altre, per circa una settimana… davvero indimenticabile. Sulla via del ritorno, Dario e Gabriele vanno adagio voltandosi a ogni passo. Già pensano alla prossima battuta di caccia che forse faranno in autunno. Ma intanto sono contenti, perché hanno vissuto un sogno permesso a pochi.  

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Whiskey

Scritto il 2 agosto 2016 nella categoria Citazioni,musica

Sarà colpa del whisky o sarà colpa del caffè, ma non mi ricordo più di te….ma dài scherzavo dài, ma cosa ti salta in mente: ricordo il tuo nome perfettamente.

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Paese e gente di quassù

Scritto il 30 luglio 2016 nella categoria Brallo,Libri

Questo è un libro del 1979, a cura del Centro Culturale "Nuova Presenza" di Varzi in collaborazione con la Comunità Montana dell’Oltrepo Pavese.
parla essenzialmente del territorio della Comunità, gli allora 19 comuni. La storia, la geografia, la demografia, l’agricoltura, ecc. Tutto quanto riguarda questo territorio. 

A pagina 130 troviamo, nella sezione dedicata ai castelli, la descrizione di quello di Pregola:

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Il vecchio castello, di cui non esistono nemmeno più le tracce, è stato costruito certamente dai monaci di Bobbio, cui era stato donato il Paese di Pregola dal Re Agilulfo (re dei Longobardi, nota di Fabio) Per qualche secolo essi ne furono i feudatari fino a quando il 28 settembre 1164 Federico Barbarossa passò l’investitura di Pregola ai Malaspina. Il castello non è quello attuale, anzi non sorgeva nemmeno lì, ma sul cono roccioso che domina il paese. Queste vestigia che vengono chiamate castello sono invece i resti di una casa-forte costruita con i materiali ricavati dalle macerie del vecchio fortilizio dopo che andò completamente distrutto, insieme al paese, nel 1571 forse a causa di un incendio.

Dal vol.: Castelli, Rocche, Case-forti, Torri della Provincia di Pavia di Mario Merlo, riprendiamo la descrizione del castello passato da qualche anno in proprietà di Tordi Siro che è intenzionato a restaurarlo:

«Vi si accede da nord per portoncino con arco a tutto sesto e serramento borchiato a teste di chiodi, oppure da sud, all’altezza della chiesa parrocchiale. La facciata principale è a capanna e presenta cinque finestrelle intermediate longitudinalmente da una incrinatura della parete.

Esternamente si nota nell’angolo di nord-est un corpo aggettante rinforzato da un barbacane appena accennato. Sul fianco sinistro si notano, in corrispondenza ad un locale rustico, una finestra strombata a guisa di profonda feritoia e, più innanzi, un’apertura difesa da una robusta inferriata cinquecentesca. Il locale interno era adibito a prigione. Le pareti sono in pietra a vista, su orditura comune.

Entrando dal portoncino si è subito in un vasto atrio contrassegnato da tre archivolti, uno dei quali gravemente lesionato. Due diverse scale conducono al piano superiore, suddiviso in locali di diversa capienza, tutti in precario stato di manutenzione. Nella sala maggiore, con soffitto su travature lignee, si vede un ricco camino sormontato da un grande stemma dei Marchesi Malaspina di Pregola, inquartato di rosso e d’azzurro. Nel I e nel IV campo si vedono aquile bicipiti in rosso; nel II e III uno spino secco afferrato da un leone bianco rampante, coronato d’argento, entrambi in azzurro. Lo stemma gentilizio è sovrastato dalla corona marchionale a tre punte ed è avvolto da una ricca decorazione a stucco comprendente figure allegoriche ed ampie volute e caulicoli. L’opera è ascrivibile al sec. XVII. Il sottostante camino è in pietra color lavagna e presenta una leggera modanatura nell’architrave con radi dentelli, nonché due fascette laterali ed una specie di serraglia centrale.

In un’ampia cucina a pianterreno, sita nel corpo ad ovest come il salone precedente, esiste un secondo camino rustico a cappa, che ha la particolarità di possedere due fornelli laterali, oltre al focolare propriamente detto ». 

 

 

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Eskimo

Scritto il 29 luglio 2016 nella categoria Altro

bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà: tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’ anni fa!

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Ho imparato a sognare

Scritto il 27 luglio 2016 nella categoria Libri

Da qualche tempo molti stanno parlando di un libro, un "romanzetto" come lo chiama lui, scritto dal mio amico, il maestro Michele Miky Orione, dal titolo "Ho imparato a sognare". Anche io mi unisco al coro e ne ho scritto addirittura due recensioni. Eccole.

Prima recensione:
Michele sono anni che è innamorato. Da quando lo conosco io (primi anni duemila) lo è sempre stato. Innamorato della libertà, innamorato delle cose pazze, innamorato dei sogni. Innamorato delle avventure, innamorato delle cose belle, innamorato della pallavolo. E di queste cose ne ha fatto un libro, anzi pardon, un romanzetto. Ma non fatevi ingannare da questo vezzeggiativo, che sta solo ad indicare il numero di battute, non certo la qualità. Quali cose, direte voi? Beh in primis la pallavolo e i sogni. E poi, leggendo bene, di tutto il resto: le cose belle, la libertà, le avventure, le cose pazze. C’è dentro molto di lui in questo. Non tutto, perché lui è anche istintivo, impulsivo, a volte anche cagacazzo, ma tutto dovuto a quest’indole da eterno sognatore che mai si arrende, e quindi quando c’è qualcosa che non va glielo si legge subito in faccia. Torniamo però al libro: scritto in maniera molto fruibile, diretta, di facile lettura. Avvincente, già dalle prime pagine vuoi sapere come andrà a finire. Romantico, nostalgico, ottimista. Devo dire che da un lato me lo sarei aspettato, conoscendo l’autore. Da un altro lato, come sempre, mi ha stupito. Quindi mio malgrado, visto che sono ormai alcuni lustri che ci prendiamo in giro vicendevolmente, devo fargli i miei complimenti. Ricordo quando, lui e l’amico Matteo, avevano creato il sito "Il Cassetto dei Sogni". Questo racconto è la naturale continuazione  di quell’avventura. Come dite? Non vi ho ancora accennato di cosa tratta il libro? Beh quello lo hanno già fatto in tanti, non vi resta che leggerlo.

Seconda recensione:
E’ una cagata pazzesca.

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Fuori c’era un grande sole

Scritto il 26 luglio 2016 nella categoria Citazioni,musica

E guardando la televisione mi è venuta come l’impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu che tu mi rubi l’amore, ma poi ho camminato tanto e fuori c’era un grande sole che non ho più pensato a tutte queste cose…

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Immagine

Scritto il 23 luglio 2016 nella categoria Altro

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Quarantanovesima puntata (le altre le trovate guardando qui)

L’aspetto del negozio Piazza Affari è formato da vari elementi: il nome, il layout, le vetrine.

Il Nome
Il nome di un negozio in alcuni contesti può avere la stessa importanza di quello delle persone. Un punto vendita con un nome e un logo accattivanti attrae il pubblico, è facile da ricordare e agevola il passaparola. Il nome dell’esercizio commerciale dunque è il marchio con cui il cliente impara a riconoscere il punto vendita. Il consumatore trova più stimolante un nome che gli ricordi una caratteristica del negozio.

Piuttosto che i banali "Da Fabio" o "Fabio Sport" abbiamo voluto esprimere tramite il nome una peculiarità del negozio, ma che non riguardava la tipologia dei prodotti trattati (che in effetti lungo gli anni si è leggermente modificata), bensì il rapporto qualità / prezzo. Abbiamo scelto come insegna "Piazza Affari", per sottolineare la convenienza degli acquisti ed avere allo stesso tempo un nome facile da memorizzare e ricordare. 

Layout
Per sopperire alla ridotta presenza del personale di vendita sono state utilizzate tecniche di visual merchandising. La vista è uno dei sensi più coinvolti nel processo di vendita. Nella scelta dell’arredamento e nella dislocazione delle merci bisogna puntare alla creazione di un mondo nel quale il cliente possa muoversi, osservare e scegliere. Inoltre l’interno di un punto vendita dovrebbe riflettere i gusti, gli interessi e le passioni del suo target di riferimento. Volevamo ridurre al massimo le richieste banali dei clienti, quelle riguardanti il prezzo dei prodotti o la loro dislocazione. Un’adeguata collocazione delle merci all’interno di un punto vendita avrebbe permesso alla clientela di capire fin dal momento dell’ingresso nel negozio se può o meno soddisfare il suo bisogno d’acquisto. Il cliente sarebbe stato libero di destreggiarsi nello spesso caotico mondo dei prodotti, trovando da solo ciò che cerca. Rendere autosufficiente il cliente tramite la facilità di lettura dello spazio visivo significa poter ridurre il personale di vendita, oltre a fare cosa gradita al cliente stesso, il quale spesso ama scegliere in autonomia. Una disposizione ottimale delle merci sul punto vendita è inoltre sinonimo di una gestione scrupolosa e ordinata ed evita il peregrinare inutile e stressante di chi non trova ciò che cerca. Per prima cosa è stata progettata una divisione in zone, in base agli articoli da esporre. Questa divisione è in continuo movimento, in quanto l’importanza di alcuni articoli (e quindi la vendita) varia moltissimo a seconda della stagione, pertanto gli spazi sono continuamente rivalutati e nuovamente impostati per meglio rispondere alle esigenze del cliente. Nel periodo invernale si individuano cinque aree:

  • Abbigliamento uomo. Comprende essenzialmente capi spalla maschili: giacconi, cappotti, giubboni, ecc.
  • Abbigliamento donna. È come il reparto uomo, ma ovviamente contiene capi di abbigliamento femminile.
  • Abbigliamento sportivo. Presenta prodotti prettamente sportivi, che molto spesso sono unisex, possono quindi essere indossati indifferentemente da uomini e donne. Comprende maglie, felpe, pantaloni sportivi, tute sportive.
  • Calzature. L’unico tipo di calzature in vendita è quello delle scarpe sportive, un tempo chiamate "scarpe da ginnastica", ma che oggigiorno vengono calzate anche e soprattutto per essere utilizzate tutti i giorni. Il termine più corretto è l’americano "sneaker" .
  • Zona neve. Il negozio è attrezzato per le gite in montagna sulla neve e quindi il reparto comprende giacche, pantaloni da neve, doposci, completi, tute, scarponcini da trekking, e l’attrezzatura per lo sci alpino: scarponi e sci.

Nel periodo estivo scompare la zona neve e si amplia la zona dell’abbigliamento sportivo, includendo t-shirts, shorts, costumi, polo, camicie, ecc.

Una zona particolare è quella vicina alla cassa, dove sono collocati i prodotti meno costosi, generalmente con dimensioni più ridotte: occhiali da sole, guanti, prodotti in offerta speciale. Questo ha un duplice scopo: tenere sotto controllo i capi più facilmente soggetti a taccheggio e favorire gli acquisti d’impulso. Questo genere di acquisti si effettuano sia per necessità (il cliente si accorge di aver bisogno di questi prodotti, a cui non aveva pensato al momento di entrare nel negozio), sia per motivi psicologici che associano gli acquisti ad una sensazione di appagamento (il cliente acquista un capo importante e vi associa un elemento accessorio complementare). 

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Vive le roi!

Scritto il 22 luglio 2016 nella categoria Altro

Nibali è primo e tutti tifosi di Nibali
Pannella muore e tutti amici di Pannella
Il Real vince la Champions e tutti ultras del Real
Piove e tutti scrivono che piove
Il Leicester è una favola,
Gli Stadio il miglior gruppo italiano di sempre,
Albertazzi un grandissimo attore,
La Pellegrini un’atleta da mito.
Le roi est mort, vive le roi!

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Come i Massimo Volume

Scritto il 10 luglio 2016 nella categoria Altro

 

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