Questo libro di Clive Cussler, del 2007, riporta agli stati uniti occidentali dell’inizio del secolo scorso, oltre 100 anni fa. E’ un “west” che non è più il “vecchio west”, ma non è certo già la Silicon Valley. Un libro che mi ha tenuto incollato alle pagine perchè scritto come piace a me: capitoli brevi, storia incalzante, colpi di scena, intuizioni, che ti fanno sempre venire voglia di leggere la pagina successiva.
Ci sono delle rapine in banca, dove tutti i testimoni vengono sempre uccisi. Chi è il famigerato Macellaio? Toccherà a un detective pieno di risorse (anche economiche) scoprirlo.
Qualche tempo fa ci fu un convegno di falsari in un albergo di Positano. Per primo arrivò un falsario di Cuneo che parcheggiò la sua auto nuova fiammante targata (CU) ed entrò nell’albergo. Poi arrivò un falsario di Aulla con la sua auto malandata targata (AU) che parcheggiò accanto all’auto del tizio di Cuneo ed entrò anche lui nell’albergo. Quindi arrivò un falsario di Piazza Armerina che parcheggiò la sua auto che profumava di mandorle e pistacchi accanto alle due auto di prima. Che sigla di provincia aveva questa terza auto?
Alcune persone vogliono rendere il mondo un posto migliore. Io voglio solo rendere il mondo un posto più bello. Se non ti piace, puoi dipingerci sopra! (Bansky)
[Some people want to make the world a better place. I just wanna make the world a better-looking place. If you don’t like it, you can paint over it!]
quando udrai un fragor a mille decibel su dal ciel piomberà Gattinger veloce e distruttore come un lampo non da’ scampo odia la paura non conosce la pieta’ altolà falsità fermati malvagità su di voi avvoltoi c’è Gattinger !
Siro nella sua carriera non ha venduto solo sci, giacconi, camicie, maglioni, pellicce, ecc. Ha venduto anche… CASTAGNE! Come? In che modo? Scopritelo.
Vieni: camminiamo insieme, facciamo questa strada mano nella mano. Strano? Me l’han già detto. “Strano“, ma sono l’artigiano di questo brano perfetto. Lacrime di ghiaccio e tu mi trovi strano? Di dubbi me ne faccio, ma piano piano li risolviamo (insieme). Strani, strali lanciati, strati di vita, strage infinita, viva la vita! lo dico lo scrivo, lo vivo!
Buongiorno. Mi chiamo Cagliostro e da qualche mese condivido la mia casa con Pisaré. Io sto sul divano e lui sotto il divano. Abbiamo due umani: Fabio e Valentina. Sono un po’ difficili da gestire perché mangiano sul tavolo, dormono nel letto, ecc. Insomma sono due umani viziati, ma cosa ci vuoi fare, mi stanno simpatici, non posso mica abbandonarli al Gattogrill sull’autostrada. Io di lavoro faccio il controllore: controllo se le tende sono attaccate bene, se le noci sono dure, se i panni stirati sono antimacchia e antipelo, se i cuscini sono comodi, se le biro servono a qualcos’altro oltre che a scrivere, se è vero che l’acqua del bidet è la più buona. Ho provato anche a sfatare la leggenda che dice che se un televisore LCD cade dal mobile possa avere dei danni ai cristalli liquidi. Era vero. Questa è la mia prima uscita pubblica, sono un tipo timido e riservato, ma avrete presto mie notizie. Ciao. Cagliostro.
Circolano articoli, servizi e documentari che allertano sul disastro che si sta perpetrando ne mondo, sopratutto negli oceani, causato dalla plastica. Tonnellate e tonnellate di plastica che ogni anno finiscono nei mari, uccidendo interi ecosistemi, danneggiandone altri, estinguendo o mettendo in grave difficoltà specie animali. E questo porta come reazione la rottura di equilibri che provano altri gravi danni.
Che fare? Consumare meno plastica? Ma basta portarsi da casa la sportina per salvare il pianeta? No, credo di no.
Dobbiamo intervenire a monte, sugli imballaggi. Ma vi pare possibile che quando vado a fare la spesa, e porto a casa una quantità “normale” di prodotti (diciamo una borsa o due), riempio un sacchetto della spazzatura solo con la plastica degli imballaggi da buttare via? La confezione singola (nella plastica) contenuta nella confezione grande, di plastica. Ormai anche i prodotti freschi (frutta, carne) li troviamo nell’imballaggio di plastica.
Ci fanno pagare il sacchetto della frutta al supermercato. A cosa serve? Pagando, forse, inquiniamo meno? Oppure credono che sia un deterrente? Lo sarebbe se ci fosse un’alternativa, ma visto che di solito l’alternativa non esiste è solo un’ulteriore inutile tassa. Se volessero fare qualcosa per lasciare una Terra meno distrutta di quel che potrebbe essere, dovrebbero imporre i sacchetti di carta, non quelli di plastica a pagamento! Dovrebbero vietare ai produttori di imballare tutto nella plastica.E l’igiene, direte voi? Vorrà dire che i supermercati assumeranno qualcuno in più per servire i clienti, e dargli i prodotti nella carta.
Non è più possibile che la frutta sia nella plastica, l’acqua nella plastica (mi piange il cuore, siamo circondati da Alpi e Appennini e gli italiani sono i più grandi consumatori di acqua in plastica del mondo, manco fossimo nel deserto arabo), i salumi nella plastica, l’olio nella plastica, la pasta nella plastica. Come direbbe Sfera: ebbasta !!!
Nel mio lavoro succede la stessa cosa: le maglie, i pantaloni, le giacche imbustate ad una ad una nel sacchetto di plastica. Terribile, davvero.
Il futuro. È una cosa che a molti fa paura, il futuro. Già perché, per definizione, non sai cosa aspettarti per il futuro, e quindi i timori sono inevitabili.
Iniziamo coi “se” e coi “ma“: se succedesse questo o quello? Se facessi una scelta sbagliata? Se mi capitasse quella cosa? Se poi non ce la faccio? Ma non sarebbe meglio…
Invece no, il futuro è nostro. Non servono grandi cose, tutto viene in base alle aspettative. La mia è quella di vivere bene, cioè più possibilmente sereno e felice. E per questo “basta” (si fa per dire) coltivare la quotidianità, lo stare bene, il trovare il bello dappertutto, avere sempre stimoli nuovi, superare le difficoltà.
Io, l’ho già detto tante volte, mi ritengo davvero fortunato e tutto ciò che mi serve è a portata di mano, bisogna coltivarlo, farlo crescere, crederci, non mollare.
Entra un tizio in negozio: sui 40/45 anni, vestito in modo normale. Lo saluto e lui inizia la tiritera: “Vendo candele profumate“. Io gli faccio notare che anche io vendo e soprattutto che sono lì per vendere, non per comprare (frase standard per i rompicoglioni che passano quotidianamente in negozio: bollette elettriche, nomadi, questuanti vari, ecc). Lui allora capisce che con me non attacca e si getta in ginocchio davanti a mio papà, evidentemente sperando che con una persona anziana possa avere più possibilità, ma la cosa non fa che farmi innervosire, e parecchio. Si mette a piagnucolare qualcosa, ma io lo blocco subito dicendo “No, se fai queste sceneggiate peggiori solo la situazione” ripetendoglielo altre due volte perché faceva finta di non capire (benché italianissimo). A questo punto si alza, prende le sue candele che mi aveva appoggiato sul balcone e mi dice: “Che faccia“ Io rispondo “Perché, non ti piace?“ E lui, indicando il soffitto “Lassù Dio vede e provvede, tu finirai con la faccia per terra“, indicando il marciapiede antistante il negozio. Io: “Veramente? Ma dai, pensa. Che fai, minacci, lanci maledizioni o semplicemente straparli?“ Lui, uscendo e andandosene: “Finirai per terra con quella faccia da cazzo che ti ritrovi“
Che dire… una di quella frasi politicamente corrette? Io onestamente non direi nulla, solo una manganellata data bene.
Partecipare a un corso di teatro è sempre stata una di quelle cose che mi ispirava e, come direbbe tanta gente “mi mancava pure questa“. Qualche anno fa ci avevo fatto un pensierino, ma poi non se n’era fatto niente. A settembre dello scorso anno invece io e Valentina ci diciamo: perché no? E poi c’è sempre la prima lezione gratuita che ti invoglia. E così siamo rimasti, ogni lunedì appuntamento fisso per un paio d’ore. Imparare a conoscere sé stessi, le proprie emozioni, il proprio corpo, l’uso del proprio corpo, l’uso del proprio corpo guidato dalle proprie emozioni.
Così fino a febbraio. Poi abbiamo iniziato ad allestire lo spettacolo di fine corso.
Ho scoperto un bel gruppo. Partiamo dalla nostra coach, la nostra insegnante, che poi è stata anche regista, scenografa, sceneggiatrice, e quant’altro: Michela. Ci ha amalgamato, ci ha capito e ha cercato di tirare fuori il meglio di ciascuno di noi, senza troppe forzature, solo con pazienza ed insistenza. Poi i ragazzi che abbiamo trovato già lì e che a poco a poco, settimana dopo settimana, abbiamo iniziato a conoscere: Chiara che quando si muove pare danzare, Francesco che ne combina sempre una, Valerie che sembrava un agnello e invece era una tigre, Stefania che sembrava tutta d’un pezzo e invece aveva tante paure (che ha superato), Moreno che non impara mai le battute, Elisa che a me pare la più brava tra di noi. E poi i ragazzi che ci hanno raggiunto in corsa, ma che sono subito entrati “nel gruppo”: Paola che all’inizio sembrava timidina e Simone che non sembrava (e non è) per niente timido. E infine Jennifer, che anche se era nel corso permanente (quello avanzato) è in pratica una di noi.
Ci siamo conosciuti, ci siamo divertiti, abbiamo scoperto cose di noi che non sapevamo e abbiamo imparato qualcosa. E abbiamo riso tanto. Lo spettacolo finale si è chiamato “Agilulfo” perchè tratto da “Il Cavaliere Iniseistente” di Calvino che narra le gesta del cavalier Agilulfo. Alcune battute non le scorderò mai. Secondo me siamo stati bravi: uno che non aveva mai letto il libro probabilmente non capiva niente della storia, ma alcuni momenti sono stati veramente esilaranti. Grazie a tutti.