fabiotordi

(raccolta molto sparsa di pensieri)

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La favola del Lupo e dell’Orso

Cercando dei documenti, trovo in un cassetto una lettera, inviata nei primi giorni del 1998 a mia mamma Rita da suo fratello, Dario, con allegato una favola. Si, proprio una storiella per bambini, che Dario aveva inventato per un suo nipotino. Ricordo che molte volte mia mamma mi aveva citato questo racconto, ne era stata molto favorevolmente colpita. E mi aveva raccontato anche di questo bambino "americano". Di mio zio ne avevo già citato l’articolo (clicca qui) e il libro (clicca qui) e a breve ci sarà ancora un post a lui dedicato.

La lettera è molto tenera e spontanea, poetica, a tratti formale (di quella formalità dal sapore antico) a tratti gioviale. "[…] dopo i tuoi suggerimenti e aggiustamenti e limando, limando, sembra sia venuta abbastanza bene, tanto che il mensile ESPERIENZA le la ha pubblicata."

Ecco la favola del "Lupo Malos":

Mi arriva da Boston un nipotino di quattro anni, Gabriele: padre italiano, medico ad Harvard, madre già architetto a Caracas e oggi casalinga. Bene. Appena arrivato dorme per quasi due giorni consecutivi (a seguito del fuso orario). Poi basta. Non c’è più verso di farlo addormentare, finché chiedo ai suoi genitori di farmi provare. Accordato. Prendo Gabriele in braccio dicendogli che gli avrei raccontato la favola del lupo cattivo (che lui chiamerà malos, dalla lingua venezuelana) e dell’orso buono. Mi avvio alla finestra e comincio. Non ci si crederà ma, dopo pochissimi minuti, si addormenta, e così tutte le sere seguenti per un mese intero. Alla fine bastano poche filastrocche ed è già nei sogni di Morfeo. Quando poi è venuta l’ora di ripartire voleva che andassi con lui per continuare a raccontargli la favola. Così siamo arrivati ad un accordo: gli avrei scritto la favola del lupo "malos" e sua madre gliel’avrebbe letta. La favola? Eccola. Giuseppe Rebolini, Genova. (Si, in realtà lo zio Dario si chiama Giuseppe, NotaDiFabio)

Una mattina Dario e Gabriele decidono di andare a caccia nel bosco. Gabriele arma il suo fucile turbo, nuovo fiammante, ad acqua bollente e Dario la sua doppietta modello 1939 con cartucce caricate a pallettoni di plastica (più per difendersi che per offendere). Poi, naturalmente, oltre all’armamento, preparano anche due robusti zaini da montagna con borracce piene di whisky-soda e Coca-cola, più una robusta scorta di Nutella e salame di Varzi. Dopo circa due ore di marcia eccoli arrivati nel terreno di caccia, cioè nel bosco. Un bosco fantastico, con querce e pini secolari che salgono con le cime verso il cielo, quasi imprendibili. Camminando così nel sottobosco, oltre ai  rumori che procurano i loro passi, sentono in lontananza un vocio di suoni non ben definiti. Stanno un poco a sentire, poi decidono di proseguire, sperando di riuscire a capirne di più. Ad un certo punto però Gabriele (dall’orecchio fino) dice a Dario (mezzo sordo): «Attento! Mi pare di sentire un lupo malos». Detto fatto: appena Dario si volta per guardare alle sue spalle, vede a dieci passi di distanza un grosso lupo malos che digrigna i denti in un modo da non lasciare alcuna speranza. Così Dario imbraccia il fucile e spara: tam-tam, due colpi dritti e precisi nel sedere del lupo molos, il quale – sentendosi bruciacchiare la pellaccia – si ritira per qualche metro. Ma poi, avendo capito che oramai il pericolo era passato e che il fucile era scarico, ritorna sui suoi passi costringendo i due a ripiegare velocemente, alquanto spaventati, verso un grosso pino. Gabriele, agile e veloce, vi si arrampica con molta facilità salendo sino alle cime più alte, tanto in alto da sembrare "la piccola vedetta lombarda", mentre Dario – più lento e appesantito – si accontenta (ansimante) di conquistare le prime posizioni di sicurezza. Intanto il lupo malos si piazza ai piedi della grossa pianta digrignando sempre più quei lunghi denti, consapevole che prima o poi sarebbero dovuti scendere. E allora avrebbero sicuramente fatto i conti con lui. Dopo qualche ora di scomoda attesa, Gabriele con il suo giovanile entusiasmo e coraggio dice a Dario di voler scendere ad affrontare il lupo malos con il suo potente fucile "turbo" caricato ad acqua bollente. Ma mentre Dario, non troppo convinto dell’esito positivo dell’azione. discute con Gabriele, eccoti arrivare un grosso Orso Bruno. Una figura fantastica, grosso come una montagna, stupendo nella sua maestosa figura, che avanza con passi sicuri e cadenzati quasi a far tremare la terra sotto le sue zampe. E loro, lì, fermi quasi senza respiro. 

Quando arriva sotto l’albero, stacca di colpo un grosso ramo e a mo’ di clava lo usa contro il lupo malos, il quale, capito al volo il pericolo, se la dà a gambe levate senza nemmeno voltarsi indietro. A questo punto incomincia una lunga "trattativa" con l’Orso Bruno: prima non ci si capisce, non è ben chiaro il suo linguaggio. Gabriele con la sua precoce cultura e le sue tre lingue straniere, prova con l’inglese. E da qualche cenno non sembra che capisca. Prova con lo spagnolo e qui va un poco meglio. Allora passa decisamente all’italiano. Ed è a questo punto che l’Orso Bruno si avvicina all’albero e, abbracciandolo come se volesse sradicarlo, dice: "Venite giù che sono vostro amico". E così, ancora un poco titubanti, Dario e Gabriele scendono dall’albero cominciando a scambiare qualche piccola frase di convenienza, tanto per tastare il terreno. Ma l’Orso Bruno li mette subito a loro agio dicendo che lui è amico del contadino che si trova dall’altra parte del bosco, dove va ogni notte a fare il "guardia-campo" contro i branchi di cinghiali affamati e devastatori. Dal contadino riceve in cambio le provviste per sfamare la propria famiglia. Così piano piano. seguendolo passo passo, i due arrivano nel bel mezzo del bosco dove, dietro una grande roccia, l’Orso ha la sua caverna-casa e cominciano le presentazioni. Mamma Orsa, stupendo esemplare di madre di famiglia, con fare dolce ma deciso, invita i due a entrare e a sedere. mentre tutto intorno è un incredibile brulicare di abitanti del bosco. Due belle gallinelle offrono un piattino di uova fresche che Mamma Orsa si appresta a mettere in tegamino, avendo capito al volo che il cacciatore più giovane, Gabriele, ha una fame da "lupi". Poi arriva il coniglio bianco, chiamato Ciuffetto, che comincia ad annusare le scarpe di Gabriele prima di saltargli in braccio e arrampicarsi su fino alla spalla; c’è pure il gattone bianco a chiazze nere, Micione, che dopo aver fatto una strusciata intorno alla gambe di Gabriele, si mette in un angolo appartato a russare. Arriva anche la volpe, Marianna, che avrebbe dovuto dare una mano a Mamma Orsa nel disbrigo delle faccende di casa, ma essendo furba come (appunto) una "volpe", si guarda bene dal fare qualcosa. Per non ripulire per terra o non lavare i piatti le studia sempre tutte: si fascia le zampe facendo finta di essere ferita, si trucca gli occhi con del carbone nero fingendosi ammalata. Ma nessuno oramai ci crede più. C’è pure Birbetto, lo scoiattolo rosso mattone con la sue lunga coda, sempre pronto a fare dispetti: come, per esempio, quello di portare via le scarpe a tutti di notte per nasconderle nell’albero cavo dove si è costruito una specie di dependance e dove si diverte un sacco a portare tutto quello che trova. Ogni tanto si becca anche qualche sculaccione da Mamma Orsa. Ma la prende sempre a ridere. Dopo aver conosciuto la famigliola di Orso Bruno e dopo che Mamma Orsa ha cucinato, tutti si siedono a tavola impeccabilmente serviti da Marianna, trasformatasi per l’occasione in una sorta di "Pippi calzelunghe", con i ciuffetti sparati in aria e con al centro un cappellino da fare invidia a quelli della Regina Elisabetta d’Inghilterra. Vuoi per l’appetito, vuoi per il gusto della nuova cucina, fatto sta che viene spazzato via tutto, compreso un barattolo di Nutella che Gabriele si è sentito in dovere di fare assaggiare ai nuovi amici. Anche il salame di Varzi sparisce in un attimo, soprattutto ad opera dell’Orso Bruno che sostiene di non averne mai mangiato di così buono. A questo punto, dopo i complimenti d’obbligo alla cuoca, vengono invitati gli altri animali del bosco a prendere il caffè e fare due chiacchiere alla buona prima di coricarsi. Arriva per prima la famiglia del tasso, con la moglie e le due figlie. L’Orso Bruno non si lascia allora scappare l’occasione di fare un benevolo rimprovero al tasso, che spesso si lascia attirare dal bel raccolto di granturco del contadino (amico dell’Orso Bruno) e ne approfitta a quattro ganasce costringendolo a fare una guardia così serrata al campo tanto da non potersi appisolare nemmeno un poco durante tutta la notte. Secondo ad arrivare è la famiglia dell’Orso Nero, anche questa composta da Mamma Orsa e due orsacchiotti neri, così lucidi e brillanti che sembrano dipinti dalla mano di un pittore con colori "Max Mayer". I due frugoletti si arrampicano in braccio a Gabriele leccandolo su tutto il collo e la faccia per dimostrargli la loro incondizionata amicizia. La serata passa così, veloce e felice; e dopo la prima ne passano altre, per circa una settimana… davvero indimenticabile. Sulla via del ritorno, Dario e Gabriele vanno adagio voltandosi a ogni passo. Già pensano alla prossima battuta di caccia che forse faranno in autunno. Ma intanto sono contenti, perché hanno vissuto un sogno permesso a pochi.  

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Whiskey

Sarà colpa del whisky o sarà colpa del caffè, ma non mi ricordo più di te….ma dài scherzavo dài, ma cosa ti salta in mente: ricordo il tuo nome perfettamente.

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Paesi e gente di quassù

Questo è un libro del 1979, a cura del Centro Culturale "Nuova Presenza" di Varzi in collaborazione con la Comunità Montana dell'Oltrepo Pavese.
parla essenzialmente del territorio della Comunità, gli allora 19 comuni. La storia, la geografia, la demografia, l'agricoltura, ecc. Tutto quanto riguarda questo territorio. 

A pagina 130 troviamo, nella sezione dedicata ai castelli, la descrizione di quello di Pregola:

———————————

Il vecchio castello, di cui non esistono nemmeno più le tracce, è stato costruito certamente dai monaci di Bobbio, cui era stato donato il Paese di Pregola dal Re Agilulfo (re dei Longobardi, nota di Fabio) Per qualche secolo essi ne furono i feudatari fino a quando il 28 settembre 1164 Federico Barbarossa passò l'investitura di Pregola ai Malaspina. Il castello non è quello attuale, anzi non sorgeva nemmeno lì, ma sul cono roccioso che domina il paese. Queste vestigia che vengono chiamate castello sono invece i resti di una casa-forte costruita con i materiali ricavati dalle macerie del vecchio fortilizio dopo che andò completamente distrutto, insieme al paese, nel 1571 forse a causa di un incendio.

Dal vol.: Castelli, Rocche, Case-forti, Torri della Provincia di Pavia di Mario Merlo, riprendiamo la descrizione del castello passato da qualche anno in proprietà di Tordi Siro che è intenzionato a restaurarlo:

«Vi si accede da nord per portoncino con arco a tutto sesto e serramento borchiato a teste di chiodi, oppure da sud, all'altezza della chiesa parrocchiale. La facciata principale è a capanna e presenta cinque finestrelle intermediate longitudinalmente da una incrinatura della parete.

Esternamente si nota nell'angolo di nord-est un corpo aggettante rinforzato da un barbacane appena accennato. Sul fianco sinistro si notano, in corrispondenza ad un locale rustico, una finestra strombata a guisa di profonda feritoia e, più innanzi, un'apertura difesa da una robusta inferriata cinquecentesca. Il locale interno era adibito a prigione. Le pareti sono in pietra a vista, su orditura comune.

Entrando dal portoncino si è subito in un vasto atrio contrassegnato da tre archivolti, uno dei quali gravemente lesionato. Due diverse scale conducono al piano superiore, suddiviso in locali di diversa capienza, tutti in precario stato di manutenzione. Nella sala maggiore, con soffitto su travature lignee, si vede un ricco camino sormontato da un grande stemma dei Marchesi Malaspina di Pregola, inquartato di rosso e d'azzurro. Nel I e nel IV campo si vedono aquile bicipiti in rosso; nel II e III uno spino secco afferrato da un leone bianco rampante, coronato d'argento, entrambi in azzurro. Lo stemma gentilizio è sovrastato dalla corona marchionale a tre punte ed è avvolto da una ricca decorazione a stucco comprendente figure allegoriche ed ampie volute e caulicoli. L'opera è ascrivibile al sec. XVII. Il sottostante camino è in pietra color lavagna e presenta una leggera modanatura nell'architrave con radi dentelli, nonché due fascette laterali ed una specie di serraglia centrale.

In un'ampia cucina a pianterreno, sita nel corpo ad ovest come il salone precedente, esiste un secondo camino rustico a cappa, che ha la particolarità di possedere due fornelli laterali, oltre al focolare propriamente detto ». 

 

 

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Eskimo

bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà: tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’ anni fa!

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Ho imparato a sognare

Da qualche tempo molti stanno parlando di un libro, un "romanzetto" come lo chiama lui, scritto dal mio amico, il maestro Michele Miky Orione, dal titolo "Ho imparato a sognare". Anche io mi unisco al coro e ne ho scritto addirittura due recensioni. Eccole.

Prima recensione:
Michele sono anni che è innamorato. Da quando lo conosco io (primi anni duemila) lo è sempre stato. Innamorato della libertà, innamorato delle cose pazze, innamorato dei sogni. Innamorato delle avventure, innamorato delle cose belle, innamorato della pallavolo. E di queste cose ne ha fatto un libro, anzi pardon, un romanzetto. Ma non fatevi ingannare da questo vezzeggiativo, che sta solo ad indicare il numero di battute, non certo la qualità. Quali cose, direte voi? Beh in primis la pallavolo e i sogni. E poi, leggendo bene, di tutto il resto: le cose belle, la libertà, le avventure, le cose pazze. C’è dentro molto di lui in questo. Non tutto, perché lui è anche istintivo, impulsivo, a volte anche cagacazzo, ma tutto dovuto a quest’indole da eterno sognatore che mai si arrende, e quindi quando c’è qualcosa che non va glielo si legge subito in faccia. Torniamo però al libro: scritto in maniera molto fruibile, diretta, di facile lettura. Avvincente, già dalle prime pagine vuoi sapere come andrà a finire. Romantico, nostalgico, ottimista. Devo dire che da un lato me lo sarei aspettato, conoscendo l’autore. Da un altro lato, come sempre, mi ha stupito. Quindi mio malgrado, visto che sono ormai alcuni lustri che ci prendiamo in giro vicendevolmente, devo fargli i miei complimenti. Ricordo quando, lui e l’amico Matteo, avevano creato il sito "Il Cassetto dei Sogni". Questo racconto è la naturale continuazione  di quell’avventura. Come dite? Non vi ho ancora accennato di cosa tratta il libro? Beh quello lo hanno già fatto in tanti, non vi resta che leggerlo.

Seconda recensione:
E’ una cagata pazzesca.

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Fuori c’era un grande sole

E guardando la televisione mi è venuta come l’impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu che tu mi rubi l’amore, ma poi ho camminato tanto e fuori c’era un grande sole che non ho più pensato a tutte queste cose…

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Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Quarantanovesima puntata (le altre le trovate guardando qui)

L’aspetto del negozio Piazza Affari è formato da vari elementi: il nome, il layout, le vetrine.

Il Nome
Il nome di un negozio in alcuni contesti può avere la stessa importanza di quello delle persone. Un punto vendita con un nome e un logo accattivanti attrae il pubblico, è facile da ricordare e agevola il passaparola. Il nome dell’esercizio commerciale dunque è il marchio con cui il cliente impara a riconoscere il punto vendita. Il consumatore trova più stimolante un nome che gli ricordi una caratteristica del negozio.

Piuttosto che i banali "Da Fabio" o "Fabio Sport" abbiamo voluto esprimere tramite il nome una peculiarità del negozio, ma che non riguardava la tipologia dei prodotti trattati (che in effetti lungo gli anni si è leggermente modificata), bensì il rapporto qualità / prezzo. Abbiamo scelto come insegna "Piazza Affari", per sottolineare la convenienza degli acquisti ed avere allo stesso tempo un nome facile da memorizzare e ricordare. 

Layout
Per sopperire alla ridotta presenza del personale di vendita sono state utilizzate tecniche di visual merchandising. La vista è uno dei sensi più coinvolti nel processo di vendita. Nella scelta dell’arredamento e nella dislocazione delle merci bisogna puntare alla creazione di un mondo nel quale il cliente possa muoversi, osservare e scegliere. Inoltre l’interno di un punto vendita dovrebbe riflettere i gusti, gli interessi e le passioni del suo target di riferimento. Volevamo ridurre al massimo le richieste banali dei clienti, quelle riguardanti il prezzo dei prodotti o la loro dislocazione. Un’adeguata collocazione delle merci all’interno di un punto vendita avrebbe permesso alla clientela di capire fin dal momento dell’ingresso nel negozio se può o meno soddisfare il suo bisogno d’acquisto. Il cliente sarebbe stato libero di destreggiarsi nello spesso caotico mondo dei prodotti, trovando da solo ciò che cerca. Rendere autosufficiente il cliente tramite la facilità di lettura dello spazio visivo significa poter ridurre il personale di vendita, oltre a fare cosa gradita al cliente stesso, il quale spesso ama scegliere in autonomia. Una disposizione ottimale delle merci sul punto vendita è inoltre sinonimo di una gestione scrupolosa e ordinata ed evita il peregrinare inutile e stressante di chi non trova ciò che cerca. Per prima cosa è stata progettata una divisione in zone, in base agli articoli da esporre. Questa divisione è in continuo movimento, in quanto l’importanza di alcuni articoli (e quindi la vendita) varia moltissimo a seconda della stagione, pertanto gli spazi sono continuamente rivalutati e nuovamente impostati per meglio rispondere alle esigenze del cliente. Nel periodo invernale si individuano cinque aree:

  • Abbigliamento uomo. Comprende essenzialmente capi spalla maschili: giacconi, cappotti, giubboni, ecc.
  • Abbigliamento donna. È come il reparto uomo, ma ovviamente contiene capi di abbigliamento femminile.
  • Abbigliamento sportivo. Presenta prodotti prettamente sportivi, che molto spesso sono unisex, possono quindi essere indossati indifferentemente da uomini e donne. Comprende maglie, felpe, pantaloni sportivi, tute sportive.
  • Calzature. L’unico tipo di calzature in vendita è quello delle scarpe sportive, un tempo chiamate "scarpe da ginnastica", ma che oggigiorno vengono calzate anche e soprattutto per essere utilizzate tutti i giorni. Il termine più corretto è l’americano "sneaker" .
  • Zona neve. Il negozio è attrezzato per le gite in montagna sulla neve e quindi il reparto comprende giacche, pantaloni da neve, doposci, completi, tute, scarponcini da trekking, e l’attrezzatura per lo sci alpino: scarponi e sci.

Nel periodo estivo scompare la zona neve e si amplia la zona dell’abbigliamento sportivo, includendo t-shirts, shorts, costumi, polo, camicie, ecc.

Una zona particolare è quella vicina alla cassa, dove sono collocati i prodotti meno costosi, generalmente con dimensioni più ridotte: occhiali da sole, guanti, prodotti in offerta speciale. Questo ha un duplice scopo: tenere sotto controllo i capi più facilmente soggetti a taccheggio e favorire gli acquisti d’impulso. Questo genere di acquisti si effettuano sia per necessità (il cliente si accorge di aver bisogno di questi prodotti, a cui non aveva pensato al momento di entrare nel negozio), sia per motivi psicologici che associano gli acquisti ad una sensazione di appagamento (il cliente acquista un capo importante e vi associa un elemento accessorio complementare). 

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Vive le roi!

Nibali è primo e tutti tifosi di Nibali
Pannella muore e tutti amici di Pannella
Il Real vince la Champions e tutti ultras del Real
Piove e tutti scrivono che piove
Il Leicester è una favola,
Gli Stadio il miglior gruppo italiano di sempre,
Albertazzi un grandissimo attore,
La Pellegrini un’atleta da mito.
Le roi est mort, vive le roi!

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Come i Massimo Volume

 

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Tordy

Impiccheranno Tordy con una corda d’oro, è un privilegio raro: rubò sei cervi nel parco del re vendendoli per denaro 

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Voglio diventare come Bud Spencer

Bob Loser presenta: "Voglio diventare come Bud Spencer", video dedicato al grande Bud!

Ricordo la pagina Facebook di Bob Loser: www.facebook.com/therealbobloser
e il canale YouTube: bit.do/BobLoser

 

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Ho visto Nina volare

Ho visto Nina volare tra le corde dell’altalena. Un giorno la prenderò come il vento alla schiena.

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Prenditela comoda

Un altro libro sui gatti, che mi è stato regalato. Ma questo è un libro PER gatti. In pratica è un manuale per i felini domestici, pieno di consigli su come affrontare la vita insieme agli umani

Consigli del tipo "Restare sempre ad almeno 10 metri di distanza dalla persona amata", "Adottate orari diversi da quelli di tutti gli altri", "Siate estremamente indipendenti finché non avete bisogno di qualcosa".

Devo dire che i gatti che ho conosciuto nella mia vita devono averlo letto, o forse in parte anche scritto, perché contiene un sacco di verità. Per esempio il consiglio di cambiare continuamente gusti in fatto ci coccole, perché "è essenziale continuare a sorprendere chi vi vive accanto con nuovi e improvvisi cambiamenti", o quello di condividere gli interessi dell’umano (se usa il computer, il gatto deve condividere saltellando sulla tastiera o accovacciandosi sopra), di socializzare con chi ha competenze complementari (come aprire le scatolette) e così via. 

Per esempi a pagina 88 dice:

"Dormite, dormite, dormite! Lavorate e giocate di brutto, quindi vi spettano più ore di sonno. E se non fate né l’una né l’altra cosa, perché non riempire quel tempo inutilizzato dormendo ancora un po’? Non solo il sonno vi permette di liberarvi  dallo stress dei problemi della vita – o di evitarli del tutto -, ma quando dormite la gente rispetta maggiormente il vostro spazio quotidiano. Fa del suo meglio per non disturbarvi, indipendentemente dal luogo che avete eletto a vostro giaciglio, anche se ciò significa rinunciare all’uso del divano, laptop, telefono, telecomando, tavolo, colazione, pranzo, cena, lavandino, water, doccia, abiti, unico asciugamano pulito, cane, testa, petto, gambe o gola. Tornate a dormire, quindi, e avrete il mondo ai vostri piedi.

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Sto bene qui

Sto bene qui, che cosa c’è là fuori che non ho qui con me. Sto bene qui, a me non serve niente che non ho qui con me


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Brexit e chiamata alle urne

3 mie personalissime considerazioni sulla chiamata alle urne:

1) Lo strumento referendario è sancito dalla costituzione, è una forma di democrazia diretta fantastica, ma non bisognerebbe abusarne. Mi spiego: noi eleggiamo dei rappresentanti affinché discutano, scrivano e approvino delle leggi. Li paghiamo apposta, dovrebbero fare quello al posto nostro, che magari non ne abbiamo il tempo, la voglia, la capacità. Quindi le leggi dovrebbero farle loro, sono i nostri rappresentanti. Poi succede che magari questi pochi (pochi rispetto agli italiani, in realtà sono tanti) uomini e donne non ci arrivino a risolvere una situazione molto sentita dall’opinione pubblica e allora si utilizza lo strumento del referendum. Ma se mi fai un referendum sulla concessione delle trivellazioni… poi non lamentarti che la gente se ne sbatte le palle di andare a votare. Dai!

2) Parlando di Brexit: ma quelli che si riempiono la bocca di democrazia, di primarie, di trasparenza, di potere al popolo, perchè adesso si lamentano? Il Regno Unito ha chiamato i proprio elettori alle urne chiedendogli una cosa. Questi cittadini sono andati in massa a votare… e ha vinto l’uscita dalla UE. Fine. Non c’è niente da aggiungere. La democrazia va bene solo quando vince chi volete voi? Io personalmente non "credo" al progetto di uscita dall’Unione Europa, cioè non è che mi entusiasmi questa Europa, ma ritengo che uscire sarebbe peggio, e quindi reputo che sarebbe più interessante cercare di migliorarla, che uscire. Soprattutto per uno stato come l’Italia che sta perdendo punti su tanti aspetti, credo che se rimanesse "da solo" subirebbe un crollo. Ma la mia è ovviamente un’opinione. La MAGGIORANZA di chi ha votato in UK ha deciso il contrario e chi sono io per giudicare il legittimo voto di un popolo? Se uno non ci vuol stare, che vada. Autoderminazione dei popoli, mi sembra un punto base base base della democrazia.

3) Avete visto come fanno nei paesi più avanti? Si vota nei giorni feriali, altro che la domenica. E altro che anche il lunedì come voleva reintrodurre Alfano. E’ morto qualcuno? Non mi pare. C’è stata un’affluenza bassa? Non mi pare. Mi sembra solo una grande lezione di civiltà che ci è stata data. Se la chiamata alle urne è interessante, uno il tempo lo trova. E’ come per un amico, per una morosa, per un lavoro che devi fare: SE CI TIENI IL TEMPO LO TROVI. Tutto il resto sono solo chiacchiere. Punto.

 

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