Articoli nella categoria ‘Me stesso’

Il cielo

Scritto il 15 dicembre 2018 nella categoria Me stesso

 

Nessun limite eccetto il cielo.

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Matteo

Scritto il 10 ottobre 2018 nella categoria Me stesso

Io e Matteo

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Felix

Scritto il 25 settembre 2018 nella categoria Me stesso

 

Non aspettare di essere felice per sorridere. Ma sorridi per essere felice

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Ma non potrei semplicemente sparire?

Scritto il 10 settembre 2018 nella categoria Me stesso

Ma non potrei semplicemente sparire? Puf, così di botto, di colpo. Ma con una bacchetta magica. Cioè facendo in modo che io non sia mai esistito. Passi in via Cavour e vedi, che ne so, un'officina. A casa mia ci abitano magari da vent'anni una coppia di anziani. Guardi le foto dei miei compagni delle medie e io non ci sono. Sparito. Mai esistito. Ma io nel frattempo sono la, sugli scogli di Las Palmas de Gran Canaria. Scogli appuntiti che mi pungono il culo. Ad osservare il mare ventoso e impetuoso che vorrebbe dirmi "buttati, che ti cullo", ma ne ho un po' timore perché non so nuotare così bene. Mentre penso che dopo qualche settimana me ne andrò a parlare portoghese alle isole Azzorre, per vedere come sono. E poi a San Pietroburgo, per una breve visita alla maestosità dei suoi palazzi, per attraversare i mille laghi della Scandinavia fino a spingermi su, a vedere l'aurora boreale. E poi attraversare tutta la Siberia in treno. Fermarmi a Krasnojarsk e raggiungere con qualche mezzo di fortuna qualche villaggio dei dintorni dove non c'è nulla, solo neve. E starci un bel po', magari un mese. E poi raggiungere Vladivostok, per cambiare vita ed andare in Giappone, nella frenetica e colorata Tokio. E nel caos più totale fermarmi a pensare che qui parleranno ancora di Gentiloni, di Di Maio che vuol governare, di Berlusconi che non vuole arrendersi e Renzi che non sa che fare. Ma Fabio non esiste. Pensa che bello che sarebbe, sparire, sparire. Il telefono che squilla, ma nessuno risponde. Finalmente. E Fabio, dicono, è in Giappone. O forse è morto, boh? Ma nel frattempo io sono già passato in Cina e, dopo aver visto la Muraglia, l'Esercito di Terracotta e tutte quelle amenità lì, sarò già a Sertar, città a 4100 metri, dove quarantamila studenti studiano (appunto) la filosofia buddista. Mi cercate…Agenzia delle Entrate? Non mi troverete mai. Qui non ho telefono, internet, facebook, televisione. Nulla. Non me ne frega niente di questi tizi: li ascolto, certo, ma la mia pace interiore la trovo da me, grazie.  Faccio delle passeggiate, parlo con tutti e da tutti imparo qualcosa. Quante cose ho già imparato nel mio viaggio parlando con la gente. Da ognuno almeno una briciola, un granello di polvere, un'illuminazione. Dopo un po', chi lo sa, una settimana, un mese, un anno, o magari molto molto di più, andrò a vedermi Hong Kong e i suoi palazzi e Macao e i suoi casinò, dove la gente brucia i soldi e la vita. Stavolta prendo un aereo, faccio tappa a Singapore e a Kuala Lumpur, per respirare ancora fremiti di grandiosità e di frenesia, per atterrare dopo un bel po' di ore a Auckland, in New Zealand, e da li spostarmi in autobus fino al centro, fin sulle montagne, fino a Whakapapa. Una bella baita, un paio di sci e passiamo l'inverno (giugno/luglio/agosto) in questo modo. Senza affezionarmi, senza legami, senza niente. Perché io sono morto, lo volete capire? Non cercatemi, non esisto. E là staranno ancora discutendo se è un bene pagare alla mafia 35 euro al giorno per stazionare dei finti migranti negli hotel? Ahahahah io rido e me ne faccio beffe, se mi volete dovete venire dall'altra parte del mondo, ma so che non lo farete mai. Da qui ogni tanto mi sposto, attraverso il Pacifico e me ne vado, che ne so, alle Galapagos, oppure a Malibu ad aspettare il Grande Mercoledì sopra una tavola da surf, o fare come Bodhi e buttarmi nelle Grande Onda. Tanto chissenefrega, non vi dovete preoccupare, IO NON ESISTO. Provate a chiamare: 3383139573. Numero inesistente. Nessuno si ricorda di me: non è che non esisto, il fatto è che non sono mai esistito. Quindi nessuno, neppur in minima parte, ne soffre. Amici che non mi hanno mai conosciuto, parenti senza cugini, genitori senza un figlio. Pagine che pensavo di aver scritto sono invece fogli bianchi, intonsi. Muri che avevo affrescato sono pieni di muffa, oggetti che ho costruito semplicemente…non sono. Mi rimangono solo negli occhi le cose che visto, i passi che ho percorso, le cose che ho udito e gli insegnamenti che ho ricevuto. Solco ancora il Pacifico, stavolta vado in Patagonia. Un freddo della madonna, ma almeno mi sento vivo, dei vostri fottuti discorsi del cazzo non me ne frega niente. Dei vostri problemi inesistenti neppure. Vomito. Su questa landa di ghiaccio. Vomito sangue. Eppure non sono mai stato così vivo. IO SONO QUI ! Sono un minuscolo potentissimo puntino nel mondo. E la trovo una sensazione fantastica. SONO QUI PERDIO…. e non voglio che lo sappia nessuno. Vi siete già dimenticati di me? Bene. Le pagine del mio diario si sono cancellate? Ottimo. Le scarpe che ho consumato sono in realtà ancora nuove? Fantastico. Le foto in compagnia presentano tutte uno strano vuoto in corrispondenza della mia faccia? Fantastico. Io non è che non esisto, ripeto, non sono mai esistito. Ma esisto, qui, ora. Dove sono adesso? Non lo so, a tratti nel buio, dove le stelle sono più visibili. Quanto accidenti saranno distanti? E ci pensate che non sono assolutamente come le vediamo noi? Cioè se guardo una costellazione stasera, la vedo in due dimensioni, come se fossero lucciole appoggiate su di un nero lenzuolo. Invece probabilmente sono distanti tra loro, una distanza tale che per comprenderla viene il mal di testa. E ci pensate che stiamo vedendo il passato? Se osserviamo la luce di una stella lontana un milione di anni luce… vuol dire che stiamo vedendo la stella com'era un milione di anni fa. Pazzesco. Pazzesco. Pazzesco davvero. Quante cose non può comprendere il nostro ridotto cervello? Quanti misteri, quante spiegazioni. Non voglio più spiegazioni. Voglio solo godermi le stelle, con la testa in su e gli occhi al cielo, qui, a Whakapapa, abbracciato al mio amore. Mio dio, mio dio, il cielo è pieno di stelle. E se abbasso gli occhi, ho tutto. Quindi esisto?

 

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La maestra globetrotter

Scritto il 7 settembre 2018 nella categoria Brallo,Me stesso

Il 2 gennaio 1987, nella sala del Cinema del Passo del Brallo, fu consegnato alla maestra Rita Rebolini una targa, a ricordo e riconoscenza dei tanti anni di insegnamento presso le scuole elementari delle valli circostanti. 

Rita in realtà all'anagrafe faceva Maria Teresa, ma forse nessuno lo sapeva o perlomeno nessuno ha mai utilizzato quel nome. Ricordo un aneddoto: avete presente quando nelgi anni'80 arrivavano quelle buste per posta da ditte tipo Euronova o Postalmarket con scritto "MARIO ROSSI xxx xxxxx xxxxxxx xxxx xxxxx HAI VINTO 50 MILIONI" (in quelle righe piccole, "xxxx xxxx", stava scritto "forse, magari, ipoteticamente "). Ebbene, la maestra Rita aveva ritagliato il proprio nome ("Maria Teresa Rebolini", appunto) e lo aveva incollato sulla porta dell'aula dove attualmente insegnava, a Brallo. In quel periodo c'erano due multiclassi, e quindi due maestre, più una giovane insegnante di sostegno -per una bambina con delle difficoltà- che, leggendo quel nome, aveva preso a chiamarla "Maria Teresa", ma è durato poco perchè lei l'ha subito ripresa: "chiamami Rita".

In realtà l'aneddoto è doppio perchè nel mondo della scuola forse è l'unica che le diede del tu e la chiamava "Rita", per tutti era la "signora Tordi", così come fuori dalla scuola era la "signora Rita".

Non aveva sempre insegnato al Passo del Brallo, dove abitava, tuttaltro: per anni era stata insegnante supplente e quindi ha cambiato numerosissime sedi. Tenete presente che a quei tempi quasi ogni paese aveva una scuola. Pensate ad esempio che c'era anche a Selva, piccola frazione del comune di Brallo di Pregola. A piedi, a cavallo, in corriera, in auto: ogni mezzo era stato utilizzato dalla maestra globetrotter per raggiungere le sue mete. Da lei erano "passati" generazioni di alunni. Non era infrequente che qualche impiegato, qualche avventore di un bar o qualche cliente del negozio di Siro le dicesse: "lei è stata la mia maestra, io sono Tizio del Talposto".

 

 

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Confondere i sogni con la vita

Scritto il 26 agosto 2018 nella categoria Cinema,Citazioni,Me stesso

"Avete mai confuso un sogno con la vita? O rubato qualcosa pur avendo i soldi in tasca? Siete mai stati giù di giri? O creduto che il vostro treno si muovesse mentre invece era fermo? Forse ero pazza e basta, forse erano gli anni '60 o magari ero solo una ragazza interrotta"

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Fabio del Castello

Scritto il 5 dicembre 2017 nella categoria Me stesso

 Da una copia de "La Trebbia" del 1999

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Riassunto

Scritto il 2 dicembre 2017 nella categoria Me stesso

Il riassunto della mia vita:
Gli amici: "ma tu non lavori mai?"
Le tipe: "ma tu lavori sempre? Ti lascio!"
I professori: "potevi fare di più"
I colleghi: "sei un pazzo"
I compagni di scuola: "sei un pazzo, ma a volte geniale"
Le tipe che non ci stanno: "sei dolce e intelligente, ma restiamo solo amici" (frase presa in prestito dal mio amico Bob Loser)
La mamma: "studia! E stai su bel dritto"
Gli stupiti: "ma davvero hai due lauree?"
I qualunquisti: "beato te che hai i soldi"
Quelli che la sanno lunga: "ma perché non fai il lavoro per il quale hai studiato? Almeno faresti i soldi, senza essere costretto a lavorare anche di domenica"
(come direbbe Guccini: "Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista, io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista! Io frocio, io perchè canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino, io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare!" 

La mia vita è varia, interessante e bella come una foto in bianco e nero d’autore. Per renderla a colori ci vorrebbe una come lei… "Lei che dorme e non sa che ci sei, lei che forse non la sentirà mai" (questa invece è di Vasco)

 

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20 anni di Piazza Affari

Scritto il 13 ottobre 2017 nella categoria Me stesso,voghera

Nell’ottobre 1997 stavo facendo l’università (la prima). Avevo appena finito lo stage a Milano, presso Banca Commerciale Italiana, per conto di una ditta di Pavia, la mitica Sysnet.
Avevo avuto anche una proposta di lavoro:

"Rimani con noi".
Lusingato, ma ho risposto:
"Non posso, tra pochi giorni apro un negozio"
"Ah si? Di informatica, ovviamente"
"No, di articoli sportivi".

Eh si perchè nel 97 c’erano ancora le tabelle merceologiche e io avevo la tabella XIV/22 che indicava "articoli sportivi". Quindi NON potevo vendere abbigliamento, se non quello dedicato a qualche sport.

Stavo scrivendo la tesi (era qualcosa come "Modifica di un web server per la caratterizzazione utente") e preparando gli ultimi esami che mi mancavano, ma ormai era tempo di aprire, avevo aspettato fin troppo.

Ricordo quel giorno, ho aperto al pomeriggio. Avevo 10 paia di sci, 10 scarponi, 10 attacchi (all’epoca gli attacchi non erano abbinati per forza allo sci), 10 tute da ginnastica. Il giorno prima, sempre con mio padre, avevo acquistato 100 felpe: 50 riferite a una regata sponsorizzata dalla Merit e quindi bianche e gialle e 50 riferite a una regata sponsorizzata dalla Marlboro e quindi rosse con al scritta in bianco (ne ho vendute un sacco ai ferraristi). Stop, nient’altro. Forse detto così sembra tanta roba, ma vi assicuro che è pochissima. I primi tempi tenevo le luci del retro della parte in fondo al negozio spente per non far notare troppo che fosse vuoto. negozio che era già piccolo di per sè, in pratica è l’attuale reparto scarpe di Piazza Affari.

Parliamo del nome: non sapevo come chiamarlo allora ho fatto un sondaggio tra i miei colleghi di università. Ricordo uno che mi disse:
"Chiamalo SIAMO PAZZI PER LO SPORT oppure SPORT DA PAZZI o una cosa simile, ma la parola pazzo ci deve essere perchè tu sei pazzo"
Io volevo un nome che collegasse lo sport alla mia passione, l’informatica, che ai quei tempi vedeva il boom di internet. Lo chiamai "Sportweb", anche se non ne ero convintissimo, perchè di difficile comprensione.
Nella mia piccola vetrina cercavo sempre di mettere oggetti originali, o scritte strane, per attirare l’attenzione dei passanti.
Una volta feci una vetrina tutta dedicata alla borsa: le scritte parlavano di azioni, obbligazioni, titoli, e in altro avevo scritto "Piazza Affari". Fu mia mamma che mi disse: "perchè non lo usi come nome del negozio? E’ bello".

Già, mia mamma Rita. Fu l’artefice di tante scelte della mia vita. Magari perchè semplicemente anche io ricadevo nello stereotipo italiano del mammone che faceva quello che gli imponeva la genitrice? Secondo me invece perchè mi dava buoni consigli: mi conosceva bene e sapeva cosa mi sarebbe piaciuto, e spesso mi anticipava.

Fu lei che mi disse, quando avevo 11 anni: "perchè non ti prendi un computer?" che mi portò al Commodore 64, all’Amiga per poi finire a fare lo sviluppatore software in C e in PHP presso Banca Intesa.
Fu lei che mi convinse ad aprire, senza la minima esperienza, un pub al Castello Malaspina di Pregola, dove ho vissuto momenti indimenticabili.
Ogni tanto le chiedevo consiglio, anzi no, quelli pochi, ogni tanto le chiedevo delle idee. Era il mio brain storming in miniatura personale. Poi il 90% delle volte litigavamo, perchè eravamo entrambi abbastanza diretti ed entrambi convinti che la nostra idea fosse la migliore in assoluto nell’intero universo. Come quando volevo aprire un bar a Voghera e iniziammo il restauro, quante litigate. Mi mancano le litigate con mia mamma, ne uscivano sempre un sacco di idee, belle discussioni e si finiva sempre davanti a una pizza. 

Ma sto divagando, parlavamo di Piazza Affari. La zona era diversa. In via Cavour si poteva parcheggiare, ricordate? Io avevo una Fiat Tipo grigia e se dovevo scaricare parcheggiavo proprio davanti al negozio, altrimenti in uno degli oltre 300 posti della piazza. Bei tempi, li ricordo con molto piacere. Quanti clienti che a poco a poco mi sono fatto e quanti clienti ho perso. Li vedo in giro, li saluto:
"Ciao, quanto tempo, non sei più passato…"
"Eh no sai, una volta parcheggiavo in Piazza Castello e ne approfittavo per fare un giro da te. Ma non ti preoccupare qualche volta passo"
Ovviamente non passano più. Quasi di fronte a me c’era l’edicola dei giornali e lungo la via tanti negozi che hanno cambiato gestione o che si sono rivoluzionati in questi 20 anni. 

Dopo l’abbigliamento e attrezzatura da sci, o iniziato a tenere felpe, maglioni, capi in pelle (quando andavano di moda nelle mezze stagioni se ne vendevano tantissimi), scarpe da ginnastica, piumini, magliette, e tante altre cose. Negli ultimi anni ho smesso con l’attrezzo da sci. Un po’ mi spiace, perchè sono passati quasi 30 anni da quando, armato di trapano e cacciaviti, ho messo il mio primo attacco di sicurezza, tutto da solo. Ho fatto un tirocinio di quasi un anno, prima osservando, poi aiutando i due "Ski man" del negozio dei miei genitori. Uno dei quali in realtà era una ski-woman, sempre mia mamma (ma lei si definiva ski-man). Un giorno mi annunciano: il prossimo cliente sarà tuo, farai tutto da solo. 
La malcapitata era Roberta, che però è viva e vegeta tutt’ora quindi non sono andato malissimo. 

In questi 20 anni di Piazza Affari ci sarebbero mille aneddoti da raccontare, mille personaggi che hanno ruotato intorno al negozio (amici, clienti, collaboratori, fornitori, pazzi, ladri, vicini di casa, fidanzate, parenti, and so on). E nel frattempo mi permettevo ancora di fare altri lavori (i sopracitati barista al Malaspina e sviluppatore a Banca Intesa) e di fare un’altra università. Lo dico sempre (come lo dicono tutti quelli che hanno un negozio):
"un giorno scriverò un libro".

Per ora mi limito a festeggiare questo anniversario e ad invitare tutti Sabato 14 ottobre dalle 18 per un brindisi, con un dubbio:
HO COMINCIATO PRESTO OPPURE SONO VECCHIO?
Probabilmente entrambi ahahahahaha.
 

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Estate diciassette

Scritto il 30 agosto 2017 nella categoria Brallo,Me stesso

Negli anni passati spesso facevo un riassunto dell’estate, come questo: Estate quattordici.

Come è stata l’estate diciassette? Beh come tutte le estati è stata intensa, strana, densa, divertente, bella.
E’ stata l’estate dei soliti 28 giorni di lavoro tuttiggiorni tirati, delle grigliate dopo tanto tempo, venute veramente bene. L’estate di Voghera’s Got Talent che ci ha fatto divertire.
L’estate dei dubbi, dei pensieri, di aver paura di fare del male a qualcuno. L’estate dell’incendio a Barostro. L’estate di Bogliasco e della sua spiaggia.
L’estate in cui neanche una volta a Varzi e neanche dal diodelcolletta (ho recuperato col diodelpenice). L’estate dell’immancabile polenta di Cortevezzo (nel parterre VIP stavolta).
L’estate dei lavori in casa, che a volte sembravano infiniti, specialmente quando quel "rompicoglioni" di Andrea mi piombava in casa alle 8 del mattino.
Nonostante avessi comprato il materasso nuovo non ho dormito nel mio letto fino all’altroieri. L’estate di Vasco e della notte passata dormendo in un bidone.
L’estate dei baffi (ahahahaha non so neanche io come ho fatto a resistere così tanto)
L’estate del vento che mi ha portato via la tenda del negozio, mi ha rotto il vetro e divelto le persiane. L’estate dei mille messaggi, messaggini e messaggetti, e magari dei messaggi non scritti o non inviati.
L’estate del caldo pazzesco che mi ha ricordato il 2003, quando ancora ero al Malaspina. L’estate con poco mare e poca montagna, ma d’altronde dopo la primavera passata a girare il mondo…
L’estate della 500 (l’anno scorso è stata chiusa in garage) e dei succhi di frutta di mio papà (che ci ha fatto anche spaventare). L’estate della festa dei bambini, che mi ha riempito di gioia, perchè i bambini si divertono sempre con poco e si divertono "bene", senza troppi pensieri. L’estate del Kursaal (no, non ha riaperto, è solo nei nostri ricordi) e della mancata gita in Croazia. L’estate degli amici, del Willy e delle prese in giro.
L’estate di fare tardi, enormemente più presto di una volta, ma comunque tutte le sante sere. Un’estate comunque diversa dalle altre, in alcuni aspetti molto diversa, in altri meno.
L’estate del tubo rotto in casa e l’acqua che ha allagato sia casa che un po’ il negozio. E la gente che vedendomi "aprire" alla sera pensava fosse un’iniziativa commerciale !
L’estate della carambola, i giri in macchina, il trabattello, le Vans e le Converse e di quella coccolona di Milli (se penso com’era una volta!) e poi delle suonerie personalizzate di Whatsapp.
L’estate dell’Inferno 125, del concorso di fotografia e della presentazione di libri "Montagne di Carta" (che posso dire abbia avuto un discreto riscontro)
L’estate del metal detector, delle giacche nere uguali, dei fuochi di Somegli e soprattutto della catena per divieto di sosta.
Ho anche visto le stelle cadenti, senza neanche volerlo, di sfuggita. Chissà cosa mi porteranno per l’inverno…

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I have a dream

Scritto il 17 agosto 2017 nella categoria Me stesso

Ho un sogno. Il mio sogno è quello di stare bene, e che tutti possano stare bene. Sogno di vivere felice. Non sempre allegro, ma felice.

A me piace essere malinconico, magari nostalgico. Non sogno ricchezze o cose da fare, ma sogno gente da incontrare, racconti da ascoltare, viaggi da vivere.

Il mio sogno è di girare per la strada e trovare gente che mi saluta, e magari trovare qualcuno che non pensi "questo è uno stronzo".

Il mio sogno è avere al mio fianco una donna, concreta, sognatrice, curiosa, carina, romantica, che abbia voglia di lottare in questo pazzo mondo, ma sempre col sorriso, e magari desiderosa di un abbraccio.

Il mio sogno è quello di essere curioso, di inventarmi cose nuove, di essere sempre contento, oppure triste, ma mai triste in fondo al cuore.

Il mio sogno è che i miei familiari e miei amici stiano sempre bene. Il mio sogno è sempre quello di pensare al passato e pensare: "potevo far di meglio, ma alla fine va bene così".

Sono stato uno studente mediocre, sono stato lavapiatti a Londra, sono stato "software developer", oppure barista che alle 4 del mattino saltava le sedie.

Sono stato anche uno studente modello che ha preso due "lauree", sono stato il negoziante di Via Cavour, e poi Bob Loser, e Asfalto Che Ride.

Sono stato a Ibla, alla ricerca di Nemecsek a Budapest o alla scoperta del Paddington Basin, e mille volte su mille righe di mille fogli alla ricerca di me stesso.

Il mio sogno è quello di vivere ancora cent’anni, ma magari un mese solo ancora, ma vissuto bene.

So di non essere speciale, non voglio esserlo perchè il segreto sta proprio qui: io sogno cose normali.

Sogno una casa, con le basi nel passato, proiettata nel futuro, così come la mia vita, così come tutte le cose che mi piacciono.

Ricordo le grotte di Toirano, la gita in Umbria, la discoteca La Scala in Rue de Rivoli, le biciclette di Berlino, la teleferica (o cremagliera?) di Como (ah no, era la funicolare), la corrida di Valencia. 

Il mio sogno è trovare ogni giorno persone che mi apprezzino, oppure persone a cui sto sul cazzo e mi dicano "mi stai sul cazzo" senza finti buonismi. 

L’ho scritto ormai tanto tanto tempo fa: alcuni mi reputano "fuori dagli schemi" e pensano che i miei desideri siano altrettanti strani, quando in realtà il mio sogno è quello di una vita normale.

Sono curioso, certo, non mi piace smettere di imparare, ma non le nozioni di scuola, le cose che mi vanno in quel momento.

Dalla trasformata di Fourier, al lancio col paracadute, alla discesa di Tomba, a stare su una panchina a chiacchierare.

E questo sogno lo dedico a tutti quelli che conosco, a quelli che frequento. Che siano i miei familiari, mio papà, gli amici.

Che poi per essere amici, lo sappiamo, non serve conoscersi dall’asilo (anche perchè io non ho fatto l’asilo), nè vedersi tutti i giorni. 

L’amicizia è come l’amore: serve feeling. Ho amici che non vedo praticamente mai, ma non per questo non sono amici con la tripla A maiuscola.

E l’amore è come l’amicizia: serve quella magia che non ha nome, la sintonia, lo stare bene, capirsi, trovarsi, essere sulla stessa frequenza. Però bisogna essere in due, chissà che prima o poi…

E poi camminare a piedi nudi sull’erba, sfidando ovviamente l’allergia. Perchè se non si sfidano le proprie paure (sempre usando la testa), non si superano mai. 

Ho un sogno. Di essere migliore, da domani, e ogni giorni di più.

Non so se ce la farò, sono incostante, però, appunto, è un sogno. E i sogni sono quelli che mi spingono ogni giorno ad alzarmi.

No, non è la sveglia, quella potrei spegnerla. Sono i miei sogni, credetemi, che mi fanno venire voglia di vivere un’altra giornata nel miglior modo possibile.

 

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Il primo giorno di primavera

Scritto il 12 giugno 2017 nella categoria Citazioni,Me stesso

"Ho ancora dentro il cuore il ritmo delicato dei tuoi passi, e le parole che mi hai detto prima che ti addormentassi. Ormai le critiche non mi feriscono, ma devo a te questa fortuna, a te che abiti la Luna"

 

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Musica e Stile

Scritto il 9 giugno 2017 nella categoria Me stesso

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Cinquantaduesima puntata (le altre le trovate guardando qui)

La musica in negozio svolge un ruolo benefico. Un sottofondo musicale, infatti, rende piacevole la permanenza dei clienti all’interno dei locali. Anche qui si è cercato di seguire opportune regole. Il genere musicale deve essere consono al tipo di locale, quindi abbracciare tutti gli stili musicali oppure concentrarsi su un genere pop che viene accettato dalla stragrande maggioranza delle persone. Alcuni studi (C. Santoro, "L’importanza della musica nell’esperienza di acquisto e nella selezione dei prodotti", http://www.businessonline.it, 10 gennaio 2006) hanno dimostrato che il ritmo della musica ha un impatto sul tempo medio di permanenza all’interno del punto vendita: tendenzialmente, una selezione di brani molto ritmati provoca un flusso più veloce dei clienti; musica più lenta o rilassante ha invece l’effetto di accrescere il tempo di permanenza nel negozio. La psicologia ha infatti riconosciuto alla musica la capacità di distrarci dal nostro orologio interno. Sarebbe meglio quindi procurarsi musica adeguata, ma questa soluzione presenta il difetto che, quando la musica si interrompe, occorre sospendere le altre attività per sostituire il supporto, oppure far perdurare il silenzio finché non si avrà tempo di farlo. Meglio quindi sintonizzare l’apparecchio su una radiostazione che trasmetta buona musica interrotta il meno possibile da spot e intermezzi degli speakers. Una musica non gradita al cliente potrebbe creargli fastidio, così come un volume troppo alto, quindi anche questo strumento deve essere calibrato con sapienza. 

Le caratteristiche esplicate nei paragrafi precedenti concorrono alla creazione di qualcosa di unico che le amalgama tutte insieme: lo stile del negozio. Lo stile è un aspetto quasi indefinibile, è l’anima stessa del negozio, è il suo modo di presentarsi, è l’ambiente percepito dalla clientela, è un inscindibile insieme di infinite caratteristiche. Nasce da un progetto ma ha subito una propria evoluzione, si è adattato ai tempi, agli usi e costumi, all’esperienza, alle esigenze, alle variazioni nella moda, nel modo di lavorare, di fare acquisti. Si è modellato anche sulla personalità del titolare, rendendo l’esperienza di acquisto presso il negozio Piazza Affari molto personale. In conseguenza di ciò lo stile del negozio è casual, informale, imprevedibile, spiritoso, e anticonvenzionale. Tutte queste caratteristiche sono presenti, mescolate le une alle altre, creando un mix che ha riscontrato un giudizio positivo da parte della clientela. Il cliente-tipo di una Stock House è consapevole del fatto che non troverà un ambiente stereotipato e accetterà benevolmente e volentieri un ambiente vivace e originale.

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Pensione

Scritto il 7 maggio 2017 nella categoria Me stesso

Dunque, nel 2043 avrò (sempre se ci arrivo, il che non ha alte probabilità) 69 anni. Sono esattamente 20 anni che verso contributi, e me ne mancano ancora 26. Tra l’altro immagino che €1178 non saranno proprio tantissimi nel 2043.

Va beh, un altro motivo per prendere la vita positivamente, tanto non cambia nulla.
#bepositive

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Brallo quando avevo 10 anni

Scritto il 24 gennaio 2017 nella categoria Brallo,Me stesso

Io sono nato a Brallo…beh tecnicamente sono nato all’ospedale di Voghera (sono un "M109"). Però sono cresciuto al Passo del Brallo, capoluogo del comune di Brallo di Pregola (ebbene si, vi ho tolto una certezza, un paese che si chiama "Brallo di Pregola" non esiste, è solo il nome del comune).

I primi anni della mia vita li ricordo ovviamente poco, anche perché i miei erano in piena attività ed io ero spesso sballottato di qua e di la da parenti e amici. Ero un bambino molto rompicoglioni, gli strizzacervelli probabilmente direbbero che, appunto, volevo attirare attenzione su di me da parte dei miei genitori, impegnatissimi col negozio e con tutte le loro attività. E quindi ero proprio terribilino (non come adesso che sono un amore). Non so se questa disamina sia giusta: anche adesso cerco di attirare l’attenzione, ma invece dei capricci mi invento tante altre belle cazzate. Beh si in fondo sono sempre rompicoglioni, ma in modo forse più gradevole. Ma torniamo a bomba all’argomento del post: come vivevo a Brallo quando ero bambino?

Dunque: per prima cosa mi svegliavo, colazione con latte e pane secco (abitudine datami da mia madre che mi piaceva molto più del latte coi biscotti. Quelli li lasciavo per il tè). Poi preparavo la cartella e andavo a scuola. Si, avete letto bene: per prima cosa non esistevano proprio gli zaini, e seconda cosa la cartella la preparavo al mattino e mai, ma dico mai, la sera prima, e così ho fatto per la mia (ahimè lunga) carriera scolastica. Il tragitto era breve, la scuola era a fianco a casa. Era stata appena costruita, da piccino ricordo vagamente la vecchia scuola, che è stata abbattuta per far posto a questa grande costruzione con due piani di aule (piano terra elementari e primo piano medie) e sotto addirittura la palestra e il cinema. Se non ricordo male siamo stati la seconda classe ad entrare in prima in quella scuola. In prima elementare avevo come maestra l’Andreina (detta "signora Andrea") e poi la signora Tordi (detta "mia mamma"). Sul fatto che non studiassi un cazzo penso che ve l’ho già spiegato tante volte. (Si, dai, "cazzo" ormai è una parola sdoganata dal turpiloquio, e poi già gli stilnovisti scrivevano ben peggio.) Comunque mi piaceva abbastanza andare a scuola, non fosse per altro che passavo le giornate spesso da solo e quindi almeno al mattino avevo compagnia. C’erano le "multiclassi", cioè eravamo divisi in due gruppi, relativi alle due maestre. Per esempio quando ero in prima la classe era composta da quelli di prima e di seconda. Quando ero in seconda da quelli di prima, seconda, e forse quinta. Quindi i compagni di classe cambiavano spesso. E come è possibile gestire una cosa simile? Beh, mentre la maestra faceva il dettato a quelli di prima, quelli di seconda facevano i pensierini e quelli di quarta gli esercizi di matematica, e via a rotazione. Comunque mi sono preso un discreto numero di mazzate da mia mamma, che aveva facoltà di darmele in quanto maestra (adesso la arresterebbero) e in quanto mamma, quindi razione doppia. Dietro di me in quanto a mazzate prese c’era solo l’Enrica, che comunque aveva una piazza d’onore per schiaffoni e bacchettate prese.

Finita la scuola arrivavo a casa e aspettavo che fosse pronto da mangiare. Abitavo, dove abito tuttora, sopra al negozio. La casa era relativamente recente, visto che è stata costruita quando sono nato io. Lì c’era una villetta sulla collinetta. Prima mio papà ha fatto sbancare davanti, sulla strada, per costruire quello che adesso è la parte davanti del negozio. Sopra, invece del tetto, c’era un grande terrazzo. Quando gli affari si sono messi ad andare bene, sul terrazzo è stata costruita l’attuale casa, e, una volta pronta, la villetta retrostante è stata abbattuta, la collina sbancata, per costruire l’attuale parte dietro del negozio e della casa. Quindi, in definitiva, da piccolo avevo imparato a distinguere la casa "vecchia" da quella "nuova", la cantina "vecchia", dove c’era la caldaia a nafta, da quella "nuova" dove si sciolinavano gli sci, il solaio "vecchio" pieno di cianfrusaglie" da quello "nuovo" pieno di cianfrusaglie. In effetti non mi chiedevo come mai dal solaio vecchio a quello nuovo si dovesse passare da una finestra e non da una porta! 

Al pomeriggio facevo i compiti e studiavo. Ah ah ah no, a parte le battute: uscivo a giocare. O con qualche amico (quei pochi, rari, bambini di Brallo) o da solo. Giravamo, esploravamo, andavamo in bici e d’inverno in bob. Oppure giocavamo alle gare coi tappi di bottiglia mia grandissima passione), oppure a giochi dove impersonavamo qualcuno, tipo "il ristorante", "la televisione" (altra mia grande passione, avevo addirittura un quadernetto dove segnavo tutti i dati che riuscivo a recuperare delle emittenti: nome, sede, canale uhf, ecc). Tutti i ragazzetti di Brallo avevano la bici, andava di moda quella col sellino lungo, la mitica "Saltafoss". Io dopo anni di richieste ho ricevuto….una Graziella. Lì per lì mi sono incazzato, poi avevo una gran vergogna e infine mi sono detto: "ma chi se ne frega, intanto sono in bici !!!".

A volte andavo con mia mamma, visto che mio papà o era in negozio o era da qualche parte a cercare affari. E quindi in qualche appartamento da sistemare, su qualche tetto a sostituire tegole, a Pregola a zappare l’orticello vicino al pozzo, in qualche solaio o qualche cantina, avendo a che fare con assi di legno, scaldabagni, mobili da spostare, tubi da riparare, finestre da aprire o chiudere… "portami la marassa", "vai di sopra a vedere se esce acqua", "andiamo a prendere le fragole", ecc. nei primi 14 anni della mia vita ho maneggiato più attrezzi io di un ferramenta: roncole, falcetti, chiavi inglesi, brugole, tenaglie, seghe, cacciaviti di ogni sorta, martelli e chilometri di fil di ferro, l’arnese che serviva e risolveva qualsiasi situazione. Sempre in viaggio con l’insostituibile Fiat 500 del 1970. Era la mia seconda casa. D’altronde la lasciavamo sempre aperta parcheggiata a fianco a casa, mentre casa mia era sempre rigorosamente chiusa a chiave (e io non ho avuto la chiave fino a circa 18 anni) e quindi, specie quando pioveva, mi riparavo nella 500, tra una corda di tapparella, una pinza, un cric, dello spago e attrezzi vari. Il mio preferito era la marassa, che in italiano è la roncola, perché in un attrezzo di medie dimensioni racchiudeva una discreta potenza di taglio. Se succedessero oggigiorno queste cose, tipo girare in auto con questi attrezzi prima ti arrestano per detenzione illegale di armi, poi per sobillazione di minore e infine per terrorismo. Si, mia mamma era decisamente una pericolosa criminale.

A volte mi mandavano a fare la spesa. A Brallo c’erano ben 4 negozietti che vendevano un po’ di tutto (ora sono 3), ma in base a cosa dovevo prendere privilegiavamo un posto piuttosto che un altro, per abitudine e per andare così un po’ da ciascuno. Se era per il pane, la focaccia, i biscotti, la pasta o cose per la scuola (quaderni, penne, ecc) si andava "dalla Lina" (cioè al Panificio MGT, attualmente pnificio "Franco e Silvana" ), storica amica di famiglia. Per altre cose (dal vino ai detersivi per il bucato a mano) si andava "dalla Pierina", ovvero in tabaccheria, sotto i portici, dove adesso c’è Nado. Per la carne mi mandavano "da Giulio" (che poi era il marito della Pierina e quindi il negozio era lo stesso, ma il macellaio era lui) oppure "da Enzo", della salumeria "Normanno" in piazza. Ricordo quando, in tempi decisamente più recenti, avevano ingrandito il negozio con un minimarket dove mi stupivo di trovare anche i CD vergini ! Per la frutta, verdura e le cose più "strane" (e per le immancabili bombole di Butano per cucinare) si andava "dai Nobili", che in realtà si chiamano Nobile di cognome, ma venivano pluralizzati, essendo tre fratelli. Quando hanno rilevato anche la tabaccheria (dopo Giulio e Pierina -i proprietari- e Alberto e Grazia), per distinguerli in casa mia si diceva "dai Nobili su per la salita" e "dai Nobili sotto i portici".  Ma torniamo al discorso, vale a dire quando io avevo circa 10 anni.

Finito di giocare, andavo a casa a fare merenda: tè oppure pane e nutella o pane e salame (o coppa, o prosciutto cotto, con il classico "formaggio coi buchi" vale a dire l’Emmental.) e poi magari giocavo in casa (coi lego, o cono altre mille cose che mi inventavo io, bastava andare in solaio per tornare con qualcosa di insolito). 

Alla sera un poco di cena: di solito quello che si era avanzato dal pranzo: pasta, riso, polenta, quello che c’era. E magari un bistecchino, e un po’ di mela. Poi se c’era qualche bel film guardavo la tele, sul divano, probabilmente con addosso la coperta fatta con le cinture di lana (si, ho scritto giusto, cinture di lana, ma è troppo complicato da spiegare) che ho tuttora. Oppure uscivo con mia mamma al bar (novanta su cento era l’Appennino Pavese) dove lei prendeva l’immancabile caffè. Ah e compiti? E lo studio? Beh, vi ho già parlato delle mazzate, no? No, in realtà a volte i compiti li facevo (studiare invece lo facevo più raramente), ma avevo sempre l’arroganza di pensare di potermeli sbrigare in poco tempo. Poi quando era mattino e non li avevo fatti….paura!

A me piaceva molto abitare lì e mi chiedevo quanto fossero sfortunati quei bambini che vivevano sempre chiusi in casa, oppure nel cortile, oppure in qualche modo sempre controllati dai genitori e costretti a stare in un perimetro ben definito. Non potevano girare nei prati, nei boschi, trovare scorciatoie, arrampicarsi sugli alberi, ecc. Infatti quando veniva a Brallo in villeggiatura, facevano tutte queste cose e si sentivano felici. Io, che potevo farle tutto l’anno, mi rendevo conto di essere proprio fortunato. Anche se spesso ero costretto a giocare da solo. Ma quello non mi è mai pesato troppo. Forse è per questo che ci ho fatto il callo (ma non l’abitudine). Ricordo che nei primissimi anni della mia vita ho abitato per certi periodi a Milano dagli zii. Era una vita tranquilla e serena, anche se molto routinaria. Ricordo che, appunto, o stavo in casa, o andavo per negozi con lo zio e la zia, o solitamente nel cortile, io e qualche altro bambino….da soli ! Roba che adesso sarebbe da fare accapponare la pelle. Quando la zia Iolanda mi doveva chiamare, lo faceva dalla finestra e io diligentemente andavo su in casa. E non solo: quando lo zio Renzo tornava dal lavoro (faceva il taxista), pranzava e poi passava il tardo pomeriggio giocando a carte nel bar sottocasa. Quando era pronta la cena talvolta la zia mi mandava a chiamare lo zio. Era l’unica occasione in cui mi era permesso uscire dal cortile…per entrare nel bar subito a fianco. Andavo nella sala dietro, piena zeppa di tavoli, uomini e fumo. Lo zio fumava la pipa. In mezzo a quella nebbia lo cercavo con gli occhi quasi strizzati, mi sentivo tronfio del mio importante compito di dover fare una commissione "da grandi", impettito nella mia salopette di velluto a coste grandi. "Zio, la zia ha detto che è pronto". Talvolta lo aspettavo, talvolta lo precedevo perchè doveva terminare la partita, e tornavo su da solo. A tre e dico 3 anni. A Milano. Chiaro, all’epoca di baluba non si era neanche mai sentito parlare. Ricordo quella volta che lo zio mi ha portato in piazza duomo, a carnevale, e mi ha comprato addirittura i coriandoli! La piazza piena di gente allegra, che dava il granoturco ai piccioni per fare le foto. Che bella Milano, dove la gente parlava di "barlafùs" e te diseva "Te sè prpri un pirla, capiss nagott". Visto? sono partito a parlare di Brallo per poi finire a parlare di Milano. D’altronde, il mio cuore è al paese natio, ma ci sono dei luoghi che sento ugualmente miei, come Pregola, Milano, Londra, Camogli…

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