(raccolta molto sparsa di pensieri)

fabiotordi

Mese: Maggio 2009

Spalato – il lungomare

Ieri siamo andati in centro, abbiamo lasciato la macchina in un parcheggio e abbiamo proseguito a piedi.

Spalato è proprio bella. Ma proprio bella. Il lungomare è ampio, spazioso, illuminato, organizzato bene, pulito, costellato di locali coi tavolini fuori. Pieno di gente. Veramente ma veramente carino. In fondo c’era una piazza dove un cantante del luogo si stava esibendo. Gironzolando senza meta siamo finiti in una via dello shopping, sempre molto ben curata, dove c’erano i soliti negozi (ma si, i soliti, c’è bisogno che ve li dica? Zara, Benetton, Intimissimi, ecc.) Cmq proprio una bella città. Peccato che la lingua si così ostica (e anche agnostica). Non si capisce veramente una mazza di niente. Le parole non sono neanche lontanamente o vagamente simili alle nostre.

Spalato. Siamo arrivati.

Partenza stamattina alle 10 io e il gran maestro Orione. Prima maestranza: saluto-lampo alla maestra Elisa e prendiamo l’autostrada che ci porta lontano lontano fino a Trieste. Lì ci fermiamo x un panino, per il pass x le strade slovene (ma serve davvero?)e per cambiare qualche euro in valuta croata. Finora tutto bene. 

Riprendiamo il cammino e attraversiamo la frontiera con la Slovenia. Quella trentina di kilometri in terra slovena sono tutti in strada normale e in…montagna. Pare di essere a Brallo. Stessa vegetazione, stesse strade. Poi arriviamo alla frontiera con la Croazia, dove ci controllano (e ci timbrano) i passaporti.

La Croazia ce la spariamo tutta in autostrada. Deve essere relativamente recente perchè nel mio atlante stradale, che è del 1996, non è neanche abbozzata. Fatto sta che viaggiamo nel nulla, nel nulla più assoluto: tundra e taiga, muschi e licheni. Sembra una steppa desolata di cespugli e sassi, sassi e cespugli. Pochissimissime case, ogni tanto.

Ecco ci appare un autogrill. Beh si fa per dire, il chiosco dei paninari davanti al Golf di Salice è più grande. Un caffè e si riparte. Alle 7 di sera arriviamo a Split. Poco prima avevamo acquistato una cartina che però non c’è di grande aiuto, visto che non segna la nostra via. Ma grazie agli aiuti di qualche passante e a una botta di culo, troviamo il posto.

L’appartamento è molto bello. Zona cucina, banco all’americana con gli sgabelli, zona pranzo, zona notte con due lettoni matrimoniali, bagno, tv, veranda e mega balconata sul mare. Ottimo.

Ora ci ripigliamo un attimo e andiamo a cercare del cibo e a farci un giro…

"Giro di ricognizione del pueblo alla ricerca de los amigos! Hasta la vista! Ah… Ivana… Mi raccomando il panta nell’armadio… Il pantalone bello diritto eh… Hai capito? E un po’ di ordine in stanza. See you later…"

Commodore 64 Laptop

Era la metà degli anni ’80. Un bel giorno mia mamma mi dice: "Perché non ti prendi un computer?". In quegli anni c’era stato il boom dei computer. Prima di allora erano solo arnesi fantascientifici che si utilizzavano solo nei grandi uffici, ma con il boom dei Personal Computer si stavano diffondendo a macchia d’olio. Per le applicazioni serie e seriose c’erano i famosi IBM, per le famiglie la protagonista indiscussa era la Commodore. Alla domanda io risposi "Ok, ma dovete prendermelo voi, io ho 11 anni!". E così ricevetti in regalo un Commodore 64 usato. Il modello lo avevo scelto io: mia mamma mi chiedeva come mai fossi così convinto di prendere un "sessantaquattro", quando magari nel frattempo potevano esserci dei computer più potenti. Io ho semplicemente fatto questo ragionamento: i miei amici che avevano il computer avevano tutti il C=64, un motivo ci sarà stato, no? E inoltre avrei potuto farmi consigliare, aiutare e scambiare giochi e programmi con loro. Ovviamente erano tutti amici "estivi", figli di villeggianti che vedevo solo d’estate. Nessuno a Brallo aveva ancora un computer.

Fu mio fratello a comprarlo per 300.000 lire da AZ Elettronica in Via Rosselli a Voghera. Non avevo neanche il registratore a cassette e quindi nessuna "applicazione" (come sarebbe chiamata adesso, all’epoca si chiamavano esclusivamente "programmi"). Quindi io passavo i pomeriggi a programmare in BASIC, poi spegnevo e si perdeva tutto. Ma che magia.. con le mie mani davo vita a qualcosa. Immagino che i costruttori di burattini o quelli che hanno un qualche hobby manuale abbiano una soddisfazione simile. Io davo vita a una cosa inanimata. Meravigliosamente stupendo.
Ci ho lasciato parecchi decimi di vista su quella televisione in bianco e nero. Anni più tardi sono passato al Commodore Amiga e poi, ahimè, ai PC. Ma il mio cuore è sempre con il "Ci uguale sessantaquattro" (C=64).

Quante cose ho imparato con quell’aggeggio. La logica della programmazione. Mi mettevo lì e cercavo di risolvere un problema. Ma non, come il luogo comune ci vuol far credere, un problema matematico. Sapete cos’è un algoritmo? È un procedimento per arrivare ad una soluzione. Di qualsiasi tipo, per qualsiasi problema. E’ questo che mi ha insegnato il piccolino di casa Commodore. Io nella vita cerco sempre un algoritmo per arrivare dove vorrei arrivare. Magari è la strada più ovvia e facile, magari è più impervia, a volte è una strada cui nessuno aveva pensato. Ma l’importante è CHE FUNZIONI.

C’è sempre un’altra soluzione.

Michele mi ha mandato tempo fa il link di una notizia: un tale ha costruito un Commodore 64 portatile. Che grande!! Lo ammiro di bestia. Primo perché se ne intende di elettronica, materia a me pressoché sconosciuta (si lo ammetto, all’università in elettrotecnica ho preso 20 e in elettronica mi pare 21, quindi sono un somaro… ma mi fa abbastanza schifo, che ci posso fare??). Secondo perché ha creato un essere mitologico, ha riportato in vita il 64 dandogli una veste adatta ai tempi moderni. Chissà se li vende? Penso che lo acquisterei subito.

ecco il link http://benheck.com/

Same Govi

Chi ha più di trent’anni non può non ricordarsi della mitica ditta Same Govi (infatti io, che sono gggggggiòvane, non me la ricordo).

Pubblicizzava i suoi fetidi prodotti nella quarta di copertina di giornali come il Monello e l’Intrepido Sport. Cercavano sempre di propinarti cose assurde tipo gli occhiali a raggi X per vedere attraverso i vestiti delle ragazze o la penna spia, per ascoltare ciò che dice il tuo vicino… cose assurde simili insomma. Purtroppo non ho mai conosciuto qualcuno che avesse ordinato veramente tali prodotti per sapere che cavolo ti avrebbero spedito una volta ricevuto il pagamento: mattoni? segatura?

Cercando "same govi" su google ho trovato tanta gente che ne parla, e il mio pensiero è riassunto da un tizio che dice:

"qualche pirla li ha mai comprati? La tentazione di acquistare qualche cazzata era fortissima. Mi pare fossero annunci stampati sul retro dell’Intrepido"

 

Campari

Gaspare Campari nacque a Cassolnovo, in provincia di Pavia, nel 1828. A quattordici anni si trasferì a Torino e imparò l’arte del liquorista lavorando in due locali storici dell’epoca: la Pasticceria Bass e il Ristorante Cambio.Nel 1860 circa acquistò a Novara il "Caffè dell’Amicizia". Ed è proprio elaborando una serie straordinaria di elisir e di infusi che Gaspare sarà in grado di trovare la formula magica del suo primo e vero prodotto industriale: il "bitter all’uso d’Hollanda". E’ un liquore dal brillante colore rosso, un gusto amaro-dolce; gli ingredienti, frutta e radici di erbe aromatiche, insieme ad una media gradazione alcolica, lo trasformano immediatamente in un aperitivo dal gusto nuovo ed originale.

Nel 1862 Gaspare Campari si trasferì a Milano e qui aprì cinque anni dopo, nella Galleria Vittorio Emanuele, il “Caffè Campari”, un locale di grande classe dove artisti come Puccini e Boito si ritrovano per bere il suo aperitivo.

Ormai il modo di dire tra i bauscioni è "andiamo a farci un Campari". E così Davide, l’erede di Gaspare, prende la palla al balzo, rinomina "Campari" il rosso aperitivo, inventa il "Campari Soda" e apre il primo e storico stabilimento a Sesto San giovanni , che va avanti fino a qualche anno fa, quando viene tutto trasferito nel nuovo stabilimento di Novi Ligure (AL, posto famoso per il cioccolato, visto che è la sede della Novi e della Pernigotti)

Il prisma di Kapferer

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Quarta puntata – Il prisma di Kapferer

 

Il prisma di Kapferer
(fonte: J-N Kapferer, “The New Strategic Brand Management: Creating And Sustaining Brand Equity”, Kogan Page, 2004)
Kapferer sostiene che “la marca è un segno la cui funzione è rilevare le qualità nascoste del prodotto che sono difficili da trovare”.
Questo autore utilizza come modello per definire l’identità della marca un prisma esagonale.

Secondo questo schema l’identità e costituita da 6 elementi:

  • Fisici: sono gli elementi di base della marca, quelli che evocano un aspetto fisico o prestazionale (Nike: scarpe sportive; Colmar: abbigliamento da neve con elevate prestazioni). Sono necessari ma non certo sufficienti per formare una marca.
  • Personalità: una marca acquista un carattere, viene identificata come fosse una persona, con – appunto – la sua personalità (Sweet Years è giovane e casual, Lacoste è tranquillizzante).
  • Cultura: i prodotti derivano da un ben definito tipo di cultura (di Paese, di territorio, di azienda) di cui essi sono l’espressione: la marca incapsula questa cultura e può renderla durevole nel tempo, al di là delle persone che l’hanno generata. Una marca può dunque evocare un paese d’origine (Le Coq Sportif), oppure il know how e la tecnologia (Gore-tex).
  • Relazione: la marca spesso fornisce l’opportunità di uno scambio intangibile fra persone, stabilendo fra esse un legame più o meno esplicito.
  • Immagine riflessa. La marca riflette una certa immagine del suo segmento-target: non si tratta perciò del target ma del modo nel quale esso viene identificato dagli altri. L’immagine riflessa di Lacoste sono persone che giocano a tennis, quella di Monella Vagabonda sono ragazze e giovani donne. Ma in ambedue i casi il target di mercato e più ampio. L’immagine riflessa esprime il fatto che chi acquista una marca desidera essere visto non come è ma come vorrebbe essere percepito in quanto utilizzatore di quella marca.
  • Auto-immagine: è l’immagine che il target ha di se stesso e che deve trovare conferma nella marca che viene scelta. In tal caso non si ha a che fare con l’immagine che si aspira ad avere presso gli altri, bensì con le proprie autopercezioni rispetto alle quali l’individuo vuole trovarsi in equilibrio.

Figura 2 – Prisma dell’identità della marca Lacoste

Ecco un esempio: Lacoste, la famosa marca del coccodrillo. L’elemento fisico è dato dalla polo, il coccodrillo, il tessuto di qualità extra fine a nido d’ape, l’associazione con il mondo del tennis e del golf. La personalità è discreta, senza eccessi. La cultura è data da un universo individualista, classico, aristocratico. Le relazioni si hanno con distinzione ed elevazione sociale. L’immagine riflessa è trasgenerazionale, unisex, di classe medio-alta e l’auto-immagine è data da desiderio di distinguersi e di appartenere a un club.

…a lunedì prossimo !!!

Sergio Paoletti

Vi chiederete: chi è questo tizio? Ma come: non conoscete Sergio Paoletti? Beh posso capirvi, non siete lettori di Topolino, come me, da anni e anni e anni. E’ stato per tantissimo tempo curatore e oggi collaboratore della rubrica di brzellette del sopracitato giornalino. In realtà come ho già detto, io questo tipo di freddure amo definirle "piangellette" in quanto a volte sono veramente "tristissime", cioè quando le ascolti ti viene da dire "che cazzata!".

Io e mia sorella sospettavamo che fosse lo pseudonimo di nostra mamma, in quanto il genere di battute è lo stesso…
Negli anni ha sfornato decine, centinaia, migliaia (!) di queste freddure. E ha creato dei mostri. Si perchè oramai sono gli stessi lettori che inviano le proprie barzellette. Perle di questo genere:

Il colmo di un barista: ritirarsi in convento e fare il cappuccino.
Una chitarra dice al marito: ti sei scordato di nuovo!
Come si chiamano gli abitanti di Lucca? Lucchetti.
Che ore sono? Le zero. Come le zero? Eh si sono le 10 meno 10.
Il colmo per un elettricista: essere a corto di energia!
Un roditore va in profumeria: vorrei comprare un topobarba!

Sottigliezze della lingua

Un cortigiano: un uomo che vive a corte.
Una cortigiana: una …

Un massaggiatore: un Kinesiterapista.
Una massaggiatrice: una …

Un professionista: un uomo che conosce bene la sua professione.
Una professionista: una …

Un uomo di strada: un uomo duro.
Una donna di strada: una …

Un uomo senza morale: un politico.
Una donna senza morale: una …

Un uomo pubblico: un uomo famoso, in vista.
Una donna pubblica: una …

Un uomo facile: un uomo con il quale è facile vivere.
Una donna facile: una …

Un intrattenitore: un uomo socievole affabulatore.
Una intrattenitrice: una …

Un adescatore: un uomo che coglie al volo persone e situazioni.
Un’adescatrice: una …

Un uomo molto disponibile: un uomo gentile.
Una donna molto disponibile: una …

Un ragazzo generoso: uno generoso economicamente
Una ragazza generosa: una che la dà via.

Un ragazzo che ha molte donne: un figo sul modello di Fonzie
Una ragazza che ha molti uomini: una …

Un ragazzo sveglio: ragazzo intelligente
Una ragazza sveglia: una …

Un ragazzo vispo: un tipo acuto che non si lascia sfuggire nulla
Una ragazza vispa: una …

Hardware libero

Su wired del mese scorso ho letto un interessante articolo su Arduino, rarissimo esempio di hardware libero. Massimo Benzi, 40 anni, ha realizzato questa patriottica scheda, Arduino appunto, con una minuscola immagine dell’Italia stampata sopra. L’articolo dice che è un chip. In realtà è una scheda, che monta un chip Atmel.

E’ un hardware "open source" nel senso che le specifiche hardware sono aperte e liberamente riutilizzabili, si collega al pc tramite una porta USB da cui ricava l’alimentazione, è dotato di una piattaforma di programmazione GUI compatibile PC/MAC/Linux, e si programma in "C" in modo molto semplice.

Finora ne sono state vendute circa 50 mila unità. Come vendute, direte voi? Ma non è possibile costruirselo da soli? Certo, ma magari se è già fatto, soprattutto da gente che sa quello che fa, è meglio no?

E il business dove sarebbe? Beh, se la cosa funziona, e gli altri lo "copiano", la scheda si diffonde, si crea una sorta di pubblicità gratuita e magari c’è gente interessata. E allora se si tratta di un interessamento puramente accademico o ludico, se lo costruiscono da soli, altrimenti chi contattano? Quelli che lo hanno costruito. E’ una scommessa. magri vincente.

ps nel blog ufficiale trovate un po’ di appliazioni, spesso strampalate..

Arduino

Sapete cos’è il Software Libero? Per chi non lo sapesse, vi cito la definizione che ne da la Free Software Foundation:

L’espressione "software libero" si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

  • Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo (libertà 0).
  • Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità (libertà 1). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
  • Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo (libertà 2).
  • Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti (e le versioni modificate in genere), in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio (libertà 3). L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.

Notate che, come da ogni buon informatico che si rispetti, gli elenchi iniziano da zero e non da uno ;-)
Più sotto c’è scritta anche un’altra cosa interessante, soprattutto per i profani: "Quando si parla di software libero, è meglio evitare di usare espressioni come regalato o gratuito, perché esse pongono l’attenzione sul prezzo, e non sulla libertà"

Ora voi ci chiederete: dove può arrivare un software così concepito? Non sarà una pirlata rispetto al software concepito e prodotto da una "seria" impresa commerciale? A parte il fatto che un’impresa commerciale può benissimo rilasciare il proprio software con licenza libera, senza per questo perdere la possibilità di "fare soldi" (è solo il modello di business che cambia), ci sono migliaia di esempi di software libero decisamente più affidabile ed efficiente del software commerciale. Come mai? Semplice: il software proprietario è sviluppato, per forza di cose, da un numero limitato di persone che hanno delle scadenze da rispettare per esigenze puramente commerciali. Il software libero può in teoria (e spesso in pratica) essere sviluppato da un numero enorme di persone e quindi i test sono molto più completi ed esaustivi. E poi non ha quelle sigenze di rilascio che ha il software commerciale: finchè non funziona non viene rilasciato. Leggetevi anche, se ne avete voglia, questo vecchio articolo di Alessandro Rubini (che, tra l’altro, è stato assistente al fu -ahimè- prof. Savini col quale ho sostenuto l’esame di… probabilmente si chiamava Fondamenti di Informatica, è opassato talmente tanto tempo…)

Ma a parte questo… non ci crederete ma non volevo parlare di software libero, bensì di… hardware libero, ma ormai si è fatto tardi, ve ne parlerò domani….

La piramide dei bisogni di Maslow

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Terza puntata – La piramide dei bisogni di Maslow

 

Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di "Hierarchy of Needs" (gerarchia dei bisogni o necessità) e la divulgò nel libro Motivation and Personality del 1954.

Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell’individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L’individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Questa scala è internazionalmente conosciuta come "La piramide di Maslow". I livelli di bisogno concepiti sono:

  • Bisogni fisiologici (fame, sete, ecc.)
  • Bisogni di salvezza, sicurezza e protezione
  • Bisogni di appartenenza (affetto, identificazione)
  • Bisogni di stima, di prestigio, di successo
  • Bisogni di realizzazione di sé (realizzando la propria identità e le proprie aspettative e occupando una posizione soddisfacente nel gruppo sociale).

(fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Piramide_di_Maslow)

 

Figura 1 – La piramide dei bisogni di Maslow

Questa scala di identificazione è stata soggetta a critiche per aver semplificato eccessivamente i reali bisogni dell’uomo e per averne dimenticati alcuni, ma resta un valido supporto per capire le motivazioni che spingono all’acquisto dei beni.
Seguendo la teoria di Engels secondo la quale la percentuale della spesa dei consumatori destinata ai bisogni primari è decrescente al crescere del reddito disponibile, Maslow cerca di dimostrare una conseguente differenziazione delle motivazioni d’acquisto, per le quali i consumatori delle fasce sociali più basse tenderanno a soddisfare i bisogni primari, mentre quelli delle classi più elevate saranno invece piuttosto propensi all’acquisto di beni sempre più voluttuari e rappresentativi di uno status sociale.

Questa sarebbe la ragione dell’affermarsi delle mode e dei prodotti "griffati": il bisogno degli appartenenti ad una classe sociale inferiore di rapportarsi al loro gruppo di riferimento, ovvero una classe sociale non necessariamente superiore, ma che ai loro occhi gode di quel successo che essi desiderano.

continua lunedi prossimo…

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