Quando ero ragazzino, talvolta mio papà mi portava con sé quando andava a fare acquisti per il negozio perché diceva che “si impara più che andare all’università” (ed è assolutamente vero).

Da Castelnuovo Scrivia a Milano, da Sannazzaro a Piacenza, fino a Reggio, Carpi, Modena, Bergamo, Genova. Da San Martino in Strada (LO) a Marostica (VI), da Firenze a Bormio, da Busto Garolfo a Montebelluna, anzi no.

In realtà a Montebelluna insieme a lui non ci sono mai stato, ma un racconto su due delle sue gesta meravigliose era ambientato là, in quel paese del trevigiano dove la realtà si mischiava alla leggenda. Siro diceva sempre che la sua fortuna nel commercio era iniziata proprio nella mitologica zona di Montebelluna, patria di numerosi calzaturifici dove lui comprava scarpe sportive, da escursione e da sci.

Da quelle parti producevano: Dolomite, Tecnica, Munari, San Marco, Asolo, Scarpa, San Giorgio, Nordica, Aku, Trezeta, Garmont, Diadora, Lotto e chi più ne ha più ne metta. Lui partiva al mattino presto e tornava la sera tardi, dopo abili contrattazioni che gli permettevano (insieme al pagamento immediato e tanta serietà) ad ottenere prezzi incredibili.

Vederlo all’opera era una lectio magistralis in economia. Sapeva quali erano i prodotti giusti, il prezzo giusto, il modo giusto di trattare, e non sbagliava (quasi) mai.

Erano tempi in cui, io sono riuscito appena a vederli, entravi nella fabbrica, vedevi gli operai intenti a costruire qualcosa di unico e importante, e parlavi direttamente col proprietario. Poi siamo passati ai magazzini, con i macchinari accantonati, e parlavi col manager. Adesso comunichi via email e vedi tutto sul web, ma su disegni e non su foto, perché i prodotti ancora devono fabbricarli, in Cina.

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