(raccolta molto sparsa di pensieri)

fabiotordi

Author: Fabio Page 131 of 176

Manuale di scrittura creativa

Finalmente ho finito di leggere anche questo libro, di Roberto Cotroneo, che mi è stato regalato quasi un anno fa dai miei amici per "aiutarmi" nella scrittura del blog. Purtroppo però il libro parla essenzialmente di come si scrive un romanzo, cosa che io non intendo fare. Infatti parla della struttura del racconto l’incipit, come si scrivono i dialoghi, la scelta dello stile, ecc. Adirittura siega come contattare una casa editrice. E’ scritto in modo semplice, chiaro ed avvincente.

Detto questo volevo comunque riportare una frase che c’è scritta all’inizio del libro che mi è piaciuta:

"Il principio basilare di qualsiasi scrittura: si scrive per gli altri, mai solo per se stessi. La scrittura è una forma di comunicazione, non una forma di solitudine: si scrive per raccontare qualcosa a qualcuno"

Manetta

Conoscete questo personaggio delle storie di "Topolino"? Dovete sapere che Topolino collabora spesso e volentieri con la polizia di Topolinia per risolvere i casi più disparati causati dalla criminalità. Sono anni e anni che il piccolo topo dalle grosse orecchie cerca sempre di dare una mano in questi frangenti mettendo a disposizione la sua (un po’ boriosa) collaborazione. Il suo principale interlocutore è il commissario Basettoni, spesso coadiuvato dal fido ispettore Manetta.

Questi è un personaggio un po’ scontroso e un po’ tontolino, anche se talvolta raggiunge vette inattese di acume e simpatia. Il suo ruolo è quello di aiuto e spalla di Basettoni. Fa la parte dell’aiutante a volte sfigato, a volte ignorante e pasticcione ma che riesce, suo malgrado, a dare l’ispirazione per risolvere i casi. Negli ultimi anni viene spesso affiancato dal collega di orgini texane Rock Sassi. Insomma Manetta è uno di quei personaggi che non sono di primo piano, ma che sono indispensabili a dare il sale ad alcune storie disneyane.

Shock Economy

Altro libro che ho letto: Shock Economy di Naomi Klein. Di questa autrice canadese avevo già letto a suo tempo il celeberrimo No Logo che avevo trovato interessantissimo (l’ho citato anche nella mia tesi) (e chi se ne frega, direte voi)

Anche questo nuovo libro è un mattonazzo da paura, nel senso che se vi spaventano i libri di più di 500 pagine scritte piccolo… lasciate stare. Però è proprio interessante.

Parte da una teoria: per costringere una persona in uno stato psicologico in cui si possa condizionare e fargli fare quello che si vuole ci vuole uno shock. Nei primi capitoli infatti parla del famoso elettroshock, quella pratica usata decenni fa per questo scopo che voleva "spianare" la coscienza di una persona per poi educarla con nuove dottrine. Dopo spiega che questa terapia dello shock viene utilizzata anche in politica e in economia: si crea o si sfrutta un avvenimento sconvolgente per far fare ad un intero popolo quello che si vuole: ribaltoni, colpi di stato, stravolgimenti vari… Nei capitoli successivi invece fa una carrellata di posti dove questa shockterapia è stata utilizzata: Cile, Polonia, Sudafrica, Russia, ecc. Infine parla del nuovo filone dello shock alle nazioni: Iraq, Afganistan, ecc.

Sono capitoli molto documentati come sempre e pieni zeppi di riferimenti, citazioni, dati. E’ quasi difficile credere che tutto questo sia vero e si sia potuto realizzare. E’ un libro che indubbiamente fa pensare e che apre gli occhi su molti aspetti della realtà internazionale. Se riuscite a leggerlo (nel senso che non vi spaventano i mattoni) fatelo: è proprio bello.

Notre Dame de Paris

Venerdì scorso siamo stati a Milano a vedere lo spettacolo Notre Dame de Paris, la celeberrimo opera musicata da Riccardo Cocciante. Da quando è uscito, sia all’estero che in Italia, ha riscosso un successo senza precedenti per queso tipo di opera e da tempo avrei voluto vederlo. L’occasione si è presentata per il fatto che per un mesetto circa è riproposto al Teatro degli Arcimboldi in zona Bicocca a Milano (quello dove ultimamente facevano Zelig).

È veramente notevole. Non so come si definisca ufficialmente questo tipo di spettacolo. Io credevo fosse un musical, ma in realtà non è composto da parti recitate e parti cantate, ma solo una successione concertistica di brani musicati accompagnati da scenografie avvincenti e balletti. Quindi, per prima cosa occorre dire che la storia non è “spiegata”, quindi va saputa in anticipo per seguire lo show. Le “canzoni” sono state appositamente scritte ovviamente per questo spettacolo. Si alternano musiche “tranquille” a quelle più movimentate che quindi possono essere accompagnate da balletti decisamente coinvolgenti. I cantanti sono bravissimi, sono opere di non facile interpretazione e i cantanti riescono ad eseguirle nelle condizioni più difficili: per esempio ricordo quando Quasimodo canta legato ad una ruota che i ballerini fanno girare: bravissimo! I ballerini sono altrettanto bravi, sembrano quasi degli artisti del circo da quanto sono abili nelle loro performance (e alcuni sono validissimi breakdancer). Anche qui vi racconto un solo aneddoto: quando Quasimodo parla delle sue campane nella scenografia ci sono tre di queste campane penzonanti con altrettanti ragazzi che ci ballavano sopra. Le scenografia e le luci sono altrettanto belle, combinate assieme creano ambienti favolosi. Io non sono un abituale frequentatore di teatri, ma mi hanno favorevolmente colpito. Infine spendo una buona parola anche per il teatro: proprio bello. Eravamo nella galleria più alta ma si vedeva bene e si sentiva benissimo. E poi è un teatro moderno e realizzato molto bene. Insomma che dire: voti ottimi per tutti… e poi qualche malalingua dice che sono un criticone ;-)

Elufabio

Caro Davide, questa lettera è per te. Volevo solo esprimerti le mie volontà e chiederti di renderle pubbliche nel caso ce ne fosse bisogno. Se per caso vado in coma irreversibile, non aspettare, che so, 17 anni per poi stufarti e farmi morire disidratato, se i migliori dottoroni e professoroni dicono che non c’è più nulla da fare e quindi meglio eutanasizzarmi, vorrei che tu eseguissi queste mie ultime volontà: non farmi morire di fame, altrimenti torno dall’aldilà e ti rompo le scatole tutta la vita. Vorrei morire decapitato, possibilmente su una pubblica piazza e magari da un boia famoso (per esempio da Napolitano). Così almeno… zak.. risolviamo subito e in modo indolore. Se proprio non si può, tu che sei milanese, ti chiedo di fucilarmi e poi di appendere il mio cadavere a testa in giù in Piazzale Loreto. Si ma prima assicurati che non ci sia proprio niente da fare eh? Al limite fallo tu il boia… boia chi molla. Grazie, ciao.

Davide e Golia

Sottotitolo: lo strano caso di Luca e Giorgio

In Rete, tra gli appassionati, la notizia è vecchia, e ve la riassumo. un signore di Treviglio (BG), Luca Armani ha registrato nel lontano 1997 il dominio www.armani.it e fin qui tutto bene. Anni più tardi il più noto Giorgio Armani, rendendosi conto dell’importanza del dominio e proprietario di www.armani.com ha chiesto e preteso che gli venisse assegnato anche il domino italiano. Ha fatto causa al buon Luca e l’ha vinta.

Beh ragazzi io non so cosa dica la legge, sicuramente hanno ragione gli avvocatoni cavillosi strapagati dal gigante Golia, ma il buon senso mi suggerisci di dare ragione a Davide, cioè a Luca. Ora vi faccio un esempio. Proprio in questi giorni mi ha contattato un ragazzo via internet dicendomi che mi chiamo come il uso babbo. Ecco, mettete caso che adesso il signor Fabio Tordi diventi un personaggio famoso e mi faccia causa per il dominio www.fabiotordi.it
Io mi incazzerei come una bestia (scusami omonimo, lo so che anche tu hai il diritto di avere un dominio, am potresti sempre registrare www.fabiotordi.name o qualcosa di simile…) e farei fatica ad accettare la cosa, visto che lo utilizzo da molti anni.

Mi rendo conto che viviamo nella jungla, dove vige la legge del più forte, e quindi senza dubbio ha ragione Giorgio, ma personalmente non posso che esprimere la mia solidarietà a Luca. Giorgio avrebbe potuto registrasi armani. com, armani.biz, armani.org e chi più ne ha più ne metta. Potrebbe registrarsi tutti i domini liberi di questo mondo, ma perchè accanirsi col povero Luca? Voi replicherete: si ma perchè Luca non ha registrati lucaarmani.it oppure timbrificioarmani.it (timbrificio armani è il nome della sua ditta). Io potrei girare la stessa frase: perchè Giorgio non si accontenta di giorgioarmani.it oppure armanijeans.it o emporioarmani.it ?? Il mondo è grande, c’è posto per tutti. Veramente pensate che uno che finisca su armani.it e veda il sito del timbrificio possa scambiarlo per quello dello stilista? Ci sono tantissimi casi. Per esempio, per quanto riguarda il mio lavoro, se cerco il sito della ditta Fila (abbigliamento sportivo) e digito fila.it trovo il sito della fabbrica di pastelli e pennarelli. E se cerco Nordica (attrezzi da sci) sotto nordica.it trovo tutt’altro (camini e stufe). Alla fine quello che serve, in questa foresta di internet, è essere ai primi posti dei motori di ricerca. E se cerco "armani" in google trovo giorgioarmani.com e emporioarmani.com, più altre cose… armani.it non appare neanche tra i risultati! E allora !!!!

Per ora a Luca non rimane che www.armani2.it

Altro che multe

«Altro che multe, dateci dei contributi»

VOGHERA.   «A Vigevano il Comune taglia la Tarsu ai commercianti di corso Genova come indennizzo per i disagi causa cantieri, a Voghera hanno mandato gli ausiliari della sosta a far multe, anche con la neve che copriva segnaletica e marciapiedi». I commercianti del centro storico sentono la crisi, acuita dai lavori per trasformare piazza Castello, prolungati nel tempo causa fiocchi bianchi. «Invece delle pettorine gialle degli ausiliari della sosta dovevamo vedere quelle arancioni degli spalatori».  E’ polemica. E crollano gli incassi, anche fra i banchi del mercato. S’invoca una rivoluzione viabilistica, ragionata sulla base del vento gelido di crisi. Il parcheggio dell’ex Caserma? Troppo lontano per tanti clienti di bar e negozi del centro, che hanno cominciato a preferire anche per la pausa caffè i centri commerciali con parcheggi gratuiti anche interrati, e dunque riparati dalle intemperie. D’altro canto chi il centro lo vive ancora non utilizza il bus navetta istituito a metà novembre dal Comune e costato circa 15mila euro.  «Con gli stessi soldi si potevano garantire sgravi a noi commercianti di via Cavour – dice il barista Maurizio Bovolenta -. In alternativa si sarebbero potuti finanziare nuovi eventi per invogliare le famiglie ad affollare il centro. Questi lavori in piazza Castello e i ritardi nell’apertura della nuova area di sosta che si affaccia sulla nostra strada ci stanno facendo davvero male. Non capiamo come mai, tentativo del bus navetta a parte, l’amministrazione sia così distante».  Per Angelo Nardulli, titolare di Tappeto d’Autore, non ci sono palliativi che tengano: «Serve una rivoluzione viabilistica, un cambio di mentalità a misura di cliente e di frequentatore del centro. Oggi non è più tempo di mandare ausiliari della sosta a far multe mentre cavalloni di neve impediscono ancora alla gente di camminare sui marciapiedi e di vedere le righe blu per terra. Nei giorni scorsi è successo e il Comune rischia anche una valanga di ricorsi». E allora che fare? «Cancellare un po’ di righe blu in centro e smetterla con queste isole pedonali a metà. Col doppio senso di circolazione avete visto via Cavour?».  Un tema ricorrente quello del ripristino del senso unico e dell’inversione di quello istituito in via Garibaldi: il primo a sollevarlo, ancora nel settembre scorso, era stato Graziano Tagliavini di Confesercenti: «Ciclisti e pedoni rischiano la pelle – aveva messo in guardia -, ma anche i clienti dei negozi ogni volta che escono dalla porta». Da allora il Comune non ha fatto niente: chi la città la vive in modo ecologico, spostandosi a piedi o sui pedali, nelle ore di punta è ancora costretto al percorso a ostacoli lungo una delle vie peggio illuminate della città.  Fabio Tordi, titolare del negozio d’abbigliamento di via Cavour che sta proprio di fronte all’imbocco di piazza Castello, mastica amaro: «Gli sgravi sulla Tarsu non li hanno concessi né ai colleghi di via Garibaldi né a quelli di via Emilia, sarà dura…». Piuttosto, Tordi vorrebbe qualcos’altro: «Invece di chiedere una ciotola di riso dovremmo chiedere al Comune d’imparare a coltivarlo anche per noi. Un indennizzo non sarebbe la cura. Occorre programmare per ridare la scossa e più carattere a una città che non trova una sua identità». Tordi invita a guardarsi attorno, anche appena fuori dai confini comunali: «Ispiriamoci a Stradella o magari anche a Tortona, due città che hanno più coraggio».

Emanuele Bottiroli

Le taglie da donna

Questa vuole essere una lettera aperta a chi disegna e a chi produce abbigliamento, in particola modo quello femminile.

Da parecchi anni ormai, la moda ci impone modelli molto attillati e sciancrati che, per loro stessa natura, vestono meglio le taglie magre, in quanto stanno male a chi è più “in carne”. Ovviamente non vale per tutti i modelli, ci sono quelli più o meno attillati. Il problema ruguarda le taglie. Sembra che i creatori di moda si divertano a fare quello che io reputo una pessima mossa sotto il profilo del marketing, vale a dire produrre capi di taglia piccola scrivendo sull’etichetta una taglia grande. Mi spiego meglio: mi arrivano in negozio delle giacche femminili di cui la taglia L veste si e no una 42 e quindi la XL arriva a malapena alla 46. E poi? E poi stop. Quindi tutte le donne (e sono tantissime) che hanno una 46 o oltre non riescono a trovare la loro misura. E inoltre ci rimangono male e dicono: ma come, non mi va più bene neanche una XL? Emblematico il caso di una signora a cui piaceva un maglioncino. Prova la S e dice che è piccolo, allora prova la M. Esce dal camerino e dice che va benissimo, la taglia è perfetta e il colore le piace molto, solo che ha deciso di non comprarlo perché lei è magra e una taglia M non la vuole mettere.
Ma cari produttori, non sarebbe meglio fare il contrario? Fare delle belle taglie 48 e scriverci sopra “Medium” ? Anche perché, se veramente vogliamo vestire la maggioranza delle donne italiane, dobbiamo pensare dalla taglia 40 alla taglia 50. Poi, certamente, ci sono anche le taglie più piccole (generalmente le ragazzine) e quelle più grandi… Quindi io direi di fare così: 40 = XXS, 42 = XS, 44=S, 46=M, 48=L, 50=XL, 52=XXL, invece di fare, come fate voi 40=S,42=M,44=L,46=XL e stop!
 

CD Burner XP

Quando installo bello fresco un nuovo sistema operativo su un mio computer, ho tutta una serie di applicazioni da installare successivamente: Word, Excel, Firefox, Thunderbird, Winamp, Winzip (anzi no, solitamente uso dei cloni), Acrobat Reader, Emule, Live Messenger, Skype, Videolan, ACDsee, Vim, Filezilla, Avast, Paint Shop Pro, ecc. Oggi vi parlerò del programma che uso per masterizzare. Ho sempre usato Nero, ma ho trovato questa applicazione freeware, quindi completamente gratuita.

Si chiama CDBurnerXP, ma a dispetto del nome funziona benissimo anche x Win Vista e masterizza anche i DVD. Nella home page c’è direttamente il link per il donwload. (cavoli ma quanti termini inglesi si utilizzano su internet?? Beh allora diciamo che nella pagina principale c’è il collegamento per scaricare il programma).
Cliccate su Scarica ora! e salvate sul Desktop per comodità. Dopo lanciate l’installazione cliccandoci sopra. Come al solito ci sarà una serie di cliccate su "Avanti", "Accetto i termini del contratto di licenza", "Avanti", "Avanti", "Avanti", "Avanti", "Avanti", "Installa", "Fine".

Fatto! Ora proviamo ad utilizzare il programma. Ci sono 5 opzioni: Disco dati, disco audio, masterizza immagine ISO, copia disco, cancella disco. Ve le spiego brevemente:

  • Disco dati. Serve per creare un disco con dei file. Quindi anche per creare un disco di foto, un disco di MP3, o anche di film in formato DIVX
    Selezionando quest’opzione si aprirà una finestra che mostra tutti i file e cartelle del vostro computer. Inserite il disco vergine e trascinate nella parte in basso a destra le cartelle o i file che volete mettere sul cd/dvd. Nella barra in fondo viene indicata la dimensione totale dell’operazione che, ovviamente, deve essere inferiore (o uguale) alla dimensione del disco. Una volta terminato cliccate su "Masterizza", che è la prima icona nella barra centrale. Fatto.
  • Disco audio serve invece a masterizzare un cd in formato tracce audio, quindi leggibile dai comuni lettori audio. Inserite il disco vergine e trascinate nella parte inferiore della finestra i file mp3 che volete trasformare in tracce audio. Cliccate su "Masterizza". Fatto.
  • Masterizza immagine ISO. Questo lo useranno quelli un po’ più esperti. Serve semplicemente a "copiare" su disco un’immagine che avremo salvato da qualche parte sul disco fisso. A volte capita di scaricare, magari da Emule o programmi simili, un grosso file ISO che poi dobbiamo mettere su CD usando questa opzione. Si aprirà una finestrella. Cliccate sul pulsante coi tre puntini […] e selezionate il file .iso e infine poi cliccate sul tasto "Masterizza". Fatto.
  • Copia disco. Questo è autoesplicativo, serve a copiare un disco. Per prima cosa selezionate "Copia Audio" opure "Copia dati" a seconda del tipo di disco da copiare. Se usate un solo lettore/masterizzatore verrà creata prima l’immagine del disco da copiare sul disco fisso e successivamente vi sarà chiesto di inserire il disco vergine. Fatto
  • Cancella disco. Serve se utilizzate i cd riscrivibili. Io non li ho mai usati in vita mia, quindi non saprei…

 Tutto sommato è un programma facile da usare e completamente gratuito.

Il curioso testamento

Ecco un paradosso tratto dal libro "Ah! Ci sono!" di Martin Gardner:

Un ricco avvocato possedeva 11 automobili d’epoca, ciascuna del valore di circa 25000 dollari. Alla sua morte, lascia un curioso testamento in cui si chiede che le sue 11 macchine siano divise tra i suoi tre figli: metà al maggiore, un quarto al secondo e un sesto al più giovane. Tutti rimangono perplessi. Come si fa a dividere 11 macchine in due parti uguali? O in quattro parti? O in sei parti? Mentre i figli stanno discutendo sul da farsi, arriva la dottoressa Zero, famosa numerologa, alla guida della sua nuova macchina sportiva.

Dr. Zero: Salve ragazzi. Mi sembra che abbiate un problema. Posso esservi d’aiuto?

Dopo che i figli hanno spiegato la situazione, la dottoressa Zero parcheggia la sua auto sportiva vicino alle 11 macchine d’epoca e salta giù.

Dr. Zero: Ditemi, ragazzi, quante macchine ci sono? I ragazzi ne contano 12.

Allora la dottoressa Zero esegue i termini del testamento e dà al maggiore metà delle macchine, cioè 6, al secondo ne dà un quarto, cioè 3, e al minore un sesto, cioè 2.

Dr. Zero: 6 più 3 più 2 fa esattamente 11. Così rimane un’automobile, la mia.

La dottoressa Zero salta sulla sua macchina sportiva e se ne va.

Dr. Zero: Sempre lieta di aiutarvi, ragazzi! Vi manderò la mia parcella!

(Nota di Fabio: Il paradosso sta nel fatto che 1/2 + 1/4 + 1/6 NON è uguale a 1, quindi il testamento non divide l’intero ammontare delle auto e bisogna quindi arrotondare per ottenere un numero intero di auto per ciascun erede)

(Ora guardate la figura: il prima triangolo è composta da 4 figure, le stesse identiche del secondo triangolo. E allora come è possibile che ci sia un qudratino in più? La risposta la trovate qui)

Malaspina

Avevo scritto anche qui che vi avrei raccontato un po’ la storia dei Malaspina. Quello che scriverò è essenzialmente tratto dallo splendido libro "I Malaspina" di Giorgio Fiori.

Dunque, per prima cosa: da dove vengono i Malaspina? Diciamo subito che provengono da una delle più grandi famiglie feudali del medioevo, gli Obertenghi.  Questi nel corso della storia si divisero dando vita a numerose dinastie, tra cui gli Estensi, i Pallavicino e, appunto i Malaspina. Il primo ad avere questo soprannome fu un tal Alberto, circa nel XII secolo. Il perchè (e anche il percome) lo avessero chiamato così resta un mistero… forsè perchè non era proprio di animo buono e gentile, ecco ! A quel tempo la sua stirpe aveva in mano due territori ben distinti: quello in Lunigiana e quello più al nord nelle valli Trebbia, Aveto, Staffora e Bormida. Un personaggio molto importante fu Obizzo, figlio di Alberto, che passò allegramente più volte da guelfo a ghibellino, aiutando sia il Barbarossa che la Lega Lombarda. I figli e nipoti di questo, Corrado e Obizzino, ebbero invece numerosi problemi con Piacenza, sia a causa di guerriglie che soprattutto di problemi finanziari (dovevano gestire un territorio troppo grande e sterile). Per far fronte a questa situazione divisero i possedimenti: a Corrado (capostipite della linea dello Spino Secco) andò la maggior parte della Lunigiana, la val d’Aveto, Trebbia e Borbera, mentre ad Obizzino (linea dello Spino Fiorito) la rimanente parte della Lunigiana , la Valle Staffora e Curone.

Qui incominciò l’ulteriore suddivisione dei possessi, che minarono la potenza politica ed economica della famiglia. Al figlio di Corrado, Alberto (che fantasia nei nomi eh?) andò il feudo di Pregola nel 1266.Questo feudo era composto dal territorio alla sinistra del Trebbia, da Torriglia fin quasi a Bobbio. Pregola ne era la capitale e il limite occidentale. Un personaggio degno di nota è il marchese Corradino, che nei primi anni del 1300 riuscì ad occupare Bobbio e fu alleato dei Visconti di Milano. I suoi eredi, per manifesta paura di attacchi da parte dei genovesi, dei piacentini o dei milanesi, si accordarono proprio coi Visconti, a cui donarono ufficialmente tutti i loro possessi, col patto di esserne nominati feudatari.
Malgrado tutte le divisioni i Malaspina conservarono una certa influenza nella politica italiana e si mantennero alleati degli Sforza, i nuovi duchi di Milano.

I Malaspina di Pregola si suddivisero in diversi rami, tra cui quello di gran lunga più importante e che è durato fin quasi ai giorni nostri è il ramo, appunto, di Pregola. Ebbe come capostipite Azzo figlio di Corradino, che a sua volta ebbe un figlio sempre di nome Azzo. Siamo circa nel sedicesimo secolo. Nel 1541 Oliviero Malaspina, figlio di Azzo, ricevette la conferma dell’investitura imperiale per il suo feudo,  e successivamente venne assassinato da altri Malaspina. Suo figlio Gian Maria (finalmente un nome diverso!!!) tentò nel 1570 di occupare con la forza il castello di Pregola, di cui era condomino, ma che allora era tenuto da altri suoi parenti. Il colpo non gli riuscì e, per vendicarsi, devastò e incendiò per rappresaglia Zerba e Belnome, bruciando persone e rubando il bestiame. L’anno successivo gli vennero confiscati i beni e Gian Maria nel 1575 pose nuovamente l’assedio al castello di Pregola ma, non essendogli riuscito di averlo a patti, lo incendiò distruggendolo completamente.

A Pregola fu costruito un palazzo, probabilmente alla fine del ‘500, che venne sempre denominato "castello", in quanto residenza dei marchesi, ma che più propriamente era una casaforte. Rimase residenza per lungo tempo e appartenne al ramo della famiglia fino alla sua estinzione.

L’ultimo feudatario di Pregola fu Baldassarre, dato che nel 1797 l’invasione francese pose fine ai feudi imperiali che furono annessi prima alla Repubblica Ligure, poi alla Francia e infine, in seguito alla caduta di Napoleone, al Regno di Sardegna. La fine del feudalesimo non provocò veri danni finanziari ai signori di Pregola, che già nel ‘700 avevano accumulato anche un vasto patrimonio fondiario, sia in Valle Staffora che in Val Trebbia. Antonio, figlio di Baldassarre, fu l’ultimo a risiderere stabilmente a Pregola. Suo figlio e i suoi nipoti abitarono prevalentemente a Varzi. Indovinate come si chiamò suo figlio? Esatto: Baldassarre! Il quale ebbe a sua volta due figli: Antonio (ma va?) e Rodolfo.

Questo Baldassarre morì giovane e i figli furono cresciuti dalla madre, donna energica ed avveduta. Nel 1868 essa acquistò per loro conto il palazzo posto sulla piazza principale di Varzi e che divenne sede principale della famiglia; il palazzo di Pregola era invece utilizzato come villeggiatura estiva. I due giovani orfani Malaspina si diedero a quel tipo di vita ozioso piuttosto diffuso nella società provinciale del tempo, poichè la loro posizione sociale, tanto più invidiabile se paragonata all’indigenza generale della popolazione della montagna, rendeva loro assai più facili i successi di un certo tipo.
Il marchese Antonio, a furia di fare lo sbruffoncello, quasi quasi ci lasciò le penne. Verso il 1873 frequanteva una signorina appartenente ad una delle migliori famiglie di Varzi, Maria Giacobone che, lusingata dalla prospettiva di un grande matrimonio, lasciò cadere altre occasioni. Nel 1879 il Malaspina troncò il rapporto e si trasferì a Roma, dove già abitava il fratello Rodolfo che, laureatosi in legge, si dedicava alla carriera giudiziaria. Per giustificare questa rottura Antonio raccontò in giro delle ragioni assai lesive all’onorabilità della ragazza che ne risentì anche in salute. Il fratello Ambrogio giurò di vendicarla, qualora il Malaspina si fosse azzardato a ricomparire in paese.

Il Malaspina, forse ignorando il seguito della vicenda e le chiacchiere di paese, ritornò in Varzi e, il 29 aprile 1880, davanti al caffè Callegari, posto sulla piazza principale e luogo di ritrovo dei notabili locali, si avvicinò senza darsi pensiero al crocchio ove era anche il Giacobone, che sentendosi con ciò provocato, estrasse una pistola e gli sparò, ma lo colpì solo superficialmente. Subito fermato e disarmato, il Giacobone si costituì spontaneamente; al giudizio che seguì in Voghera, l’opinione pubblica era tutta dalla sua parte; egli venne addirittura assolto e la vicenda finì in tal modo. Sua sorella trovò ugualmente marito, mentre il Malaspina continuò con le sue attività galanti, imitato dal fratello che a Roma mandava avanti una lunga relazione con la sua governante.
L’ormai maturo Antonio si prese a servizio una giovane di Pregola, certa Rhos, che a sua volta nutrì notevoli speranze di essere sposata, ma non ottenne nulla. Mise al mondo un figlio, che il marchese Antonio si guardò bene dal riconoscere anche perchè era mezzo scemo e fisicamente disgraziato; e men che meno ne sposò la madre. Non si sposò mai e morì nel 1923 nel suo palazzo di Varzi.

Suo fratello Rodolfo, rimasto unico erede del patrimonio, passò a sua volta la vita tra le facili avventure, ma infine i congiunti della sua convivente lo obbligarono a regolarizzare con il matrimonio la sua posizione. Naturalmente, per l’età più che matura dei coniugi, non vi era più speranza di prole, ed anche il marchese Rodolfo, che spesso veniva a soggiornare a Varzi, vi morì improvvisamente nel 1924. Il palazzo di Varzi divenne sede del municipio, quello di Pregola fu acquistato da una famiglia di amici e congiunti e vi continuò ad abitare la Rhos e una sua sorella fino alla morte.

(ps posso aggiungere che ne primi anni del 2000 una parte del palazzo, detto castello, è stato animato da centinaia di persone che frequentavano un pub nato nell’ala meno nobile del palazzo e chiamato, appunto "Castello Malaspina")

Tarako…. tarako….

E si anche io sono finito nel vortice "Tarako", che da tempo impazza sul web. Per merito (o per colpa) di Elisa sono venuto a sapere di questo web-trend trash (ma come cazzo parlo??)

C’è una ditta alimentare in Giappone che si chiama QP che ha inventato un pupazzetto che si pronuncia allo stesso modo e che si chiama Kewpie per pubblicizzare la propria schifezza salsa alle uova di merluzzo per condire gli spaghetti. E fin qui tutto ok. Poi ha lanciato uno spot dove due bambine cantano una canzoncina che ti entra nel cervello e non ti lascia più che ha avuto un successo stepitoso. Eccola:

Di seguito hanno realizzato uno spot dietro l’altro, uno più inquetante dell’altro. Li potrei definire opere d’arte, in quanto sono allucinanti ed inquetanti. Ricordano capolavori come Shining di Kubrick (tratto dal libro di King). Avolte mi ricordano anche l’Esorcista.

Eccovi qualche esempio.

E per finire, se volte e mulare le gesta delle due bambine, eccovi il testo della canzoncina:

Tattara tattara taratara tarako
Tattara tattara taratara tarako
Onaka ga naru to yatte kuru
Nakama wo tsurete yatte kuru
Tarako kabutte kao dashite
Suiccho suiccho dekakemasu
Futo ki ga tsukeba mado no soto
Futo ki ga tsuku to ie no naka
Tarako tarako tappuri tarako
Tarako tarako tappuri
Tarako ga yatte kuru
Tarako tarako tsubutsubu tarako
Tarako tarako tsubutsubu
Tarako ga yatte kuru
Tarako tappuri tappuri tarako
Tarako tappuri tappuri tarako
Pasuta yuderu to yatte kuru
Kirei ni narande yatte kuru
Itsumo nikoniko suteki na egao
Chakapoko chakaraka chaamingu
Futo ki ga tsukeba kata no ue
Futo ki ga tsuku to sara no naka
Tarako tarako tappuri tarako
Tarako tarako tappuri
Tarako ga yatte kuru
Tarako tarako tsubutsubu tarako
Tarako tarako tsubutsubu
Tarako ga yatte kuru
Tarako tappuri tappuri tarako
Tarako tappuri tappuri tarako
Nengara nenjuu yatte kuru
Akai osoroi yatte kuru
Punyo punyo kunyo kunyo tarako rinko
Tsubutsubu puchipuchi tarako rinko
Futo ki ga tsukeba kuchi no naka
Futo ki ga tsuku to yume no naka
Tarako tarako tappuri tarako
Tarako tarako tappuri
Tarako ga yatte kuru
Tarako tarako tsubutsubu tarako
Tarako tarako tsubutsubu
Tarako ga yatte kuru
Tarako tappuri tappuri tarako
Tarako tappuri tappuri tarako
Tattara tattara taratara tarako
Tattara tattara taratara tarako
Tattara tattara taratara tarako
Tattara tattara taratara tarako

Feel the snow

Giorni fa sono andato a Pila con Michele per la prima sciata della stagione. Ogni anno, quando riprendo, ho bisogno di almeno un paio di discese per riprendere il feeling con la neve. Quando siamo arrivati abbiamo trovato subito i nostri amici che erano già li e ci siamo immediatamente sparati la nuova pista del bosco…. Fiiiiiiiiiiiiii….. che bello, che sensazione… stavolta il feeling è arrivato subito. Che bello: la velocità, la neve compatta che sembrava quasi guidasse gli sci, le curve larghe per cercare quasi di "sentire" il contatto col bianco mantello… uuu-huuuuuuuu….. si si, proprio bello.

Noi che…

Noi che la penitenza era ‘dire fare baciare lettera testamento‘.
Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo ‘Parco Della Vittoria e Viale Dei Giardini‘.
Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva.
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo.
Noi che il Ciao si accendeva pedalando.
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c’era l’amico in casa.
Noi che dopo la prima partita c’era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella.
Noi che giocavamo a nomi, cose, animali, città.. (e la città con la D era sempre Domodossola).
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l’album Panini.
Noi che avevamo il ‘nascondiglio segreto‘ con il ‘passaggio segreto‘.
Noi che ci divertivamo anche facendo ‘Strega comanda color‘.
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la bic.
Noi che al cine usciva un cartone animato ogni dieci anni e vedevi sempre gli stessi tre o quattro (di Walt Disney) .
Noi che sentivamo i 45 giri nel mangiadischi e adesso se ne vedi uno in un negozio di modernariato tuo figlio ti chiede cos’è
Noi che le barzellette erano Pierino, il fantasma formaggino o un francese, un tedesco e un italiano.
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
Noi che si andava in cabina a telefonare.
Noi che c’era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.
Noi che andavamo a letto dopo il carosello. (beh no cavoli, questo no… nota di Fabio)
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.
Noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercuro cromo, e più era rosso più eri figo.
Noi che la Barbie aveva le gambe rigide.
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna ed eravamo sempre sorridenti.
Noi che quando a scuola c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa in tuta.
Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli.
Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava 2.
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore.
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google.
Noi che il ‘Disastro di Cernobyl‘ vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina.
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso.
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c’era Happy Days.
Noi che il primo novembre era ‘Tutti i santi‘, mica Halloween.
Noi che se la notte ti svegliavi e accendevi la tv vedevi il segnale di interruzione delle trasmissioni con quel
rumore fastidioso. (si chiama monoscopio, e aveva il dubbio servigio di poter calibrare lo schermo tv. nota di Fabio)
Noi che abbiamo avuto le tute lucide che facevano troppo figo.
Noi che l’unica merendina era il Buondì Motta e mangiavamo solo i chicchi di zucchero sopra la glassa
Noi che all’oratorio le caramelle costavano 50 lire..
Noi che si suonava la pianola Bontempi.
Noi che la Ferrari era Alboreto, la McLaren Prost, la Williams Mansell, la Lotus Senna e Piquet e la Benetton Nannini e la Tyrrel a 6 ruote!!!!!
Noi che guardavamo allucinati il futuro con Spazio 1999 Base Lunare Alpha.
Noi che il Twix si chiamava Raider e faceva competizione al Mars.
Noi che nei mercatini dell’antiquariato troviamo i giocattoli di quando eravamo piccoli e diciamo "guarda! te lo ricordi?" e poi sentiamo un nodo in gola
Noi che le mamme mica ci hanno visti con l’ecografia
NOI CHE SIAMO ANCORA QUI E CERTE COSE LE ABBIAMO
DIMENTICATE E SORRIDIAMO QUANDO CE LE RICORDIAMO.
QUESTA è LA NOSTRA STORIA. . .

Aneddoti 11

In questi giorni di neve, dopo aver spalato davanti al negozio lascio fuori la pala. Entra una signora e mi chiede:

Scusi quanto costa la pala?
Guardi, non la vendo io, l’ho usata per togliere le neve qui davanti, se vuole le vende Maconi qui a fianco.
A grazie, mi scusi.

Sale in macchina e se ne va. Boh???

Entra una signora con figlia:

Vorrei solo un’informazione
Mi dica
Vorrei sapere se c’è il numero
Eh…
Si, insomma, se c’è il numero
Si ma di che cosa?
Dei doposci
Che numero?
38
No, mi spiace, il 38-40 non c’è più
In che senso?
Nel senso che i numeri dei doposci vanno a 3 a 3, c’ è il 35-37, il 38-40, il 41-43, ecc.
Bene, potrei avere un 38-40 allora?
Non ne, ho. Ho finito i 38-40
Ah
Se vuole posso farle provare un 35-37…
Si ma… quelli la in alto non sono doposci?
Si
Allora mi dia un 38-40
Signora: NON NE HO. FINITI! FI-NI-TI. Mi spiace, ma non ne ho.

Ho la faccia di uno che mente, o comunque non sono credibile

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