(raccolta molto sparsa di pensieri)

fabiotordi

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Il paese che non c'era

Ormai non la fermo più: mia mamma è diventata una blogger! Ecco il suo nuovo articolo:

A nord inizia la Valle Staffora (col suo bacino delle acque) che scende con pendii rocciosi e scoscesi verso Varzi. A sud la vallata del torrente Avagnone, aperta e meno ripida, porta le sue acque nel Trebbia. Divide le due valli il Passo del Brallo. Forse il nome starebbe a significare il vento pungente che sempre spira da una vallata all’altra e che ad ogni passante farebbe pronunciare: “Brrr Brrr”.

Si narra che vi sia passato anche Annibale quando trasferì l’esercito da Cima Colletta al Monte Penice.

Già ai tempi dei sentieri del sale vi erano una bellissima fontana rigogliosa di acque cristalline e due casupole arroccate su un pendio: erano abitate dai Moscardini, i pionieri del luogo che più in basso annotava anche una “baracca” adibita ad osteria. A quei tempi, sui vari passi delle nostre montagne, esistevano ricoveri di quel genere che potevano prestare sostegno ai tanti passanti che a piedi, e magari carichi di merce,  andavano da una valle all’altra.
Poi venne la strada!
Dopo il 1930 la camionabile (ferma a “Costa  Mora”) fu prolungata fino a Ponte Organasco allacciandosi così alla statale 45 Piacenza – Genova.

Il Passo del Brallo cambiò volto: dai paesini vicini vennero nuovi abitanti. Da Bralello scesero gli Alpegiani e costruirono un grande albergo; i Normanno trasformarono quella catapecchia di osteria in un caseggiato con tanto di muri in pietra, di porte e di finestre. Poi fu la volta di altri trasferimenti dalle varie frazioni. La strada, non più sentiero, ma camionabile, fece appetito a molti. Da Valformosa vennero i Cavanna e i Frattini, da Barostro i Zanardi. Cominciarono le prime costruzioni. Nacquero alberghi, ristoranti, negozi e, in pineta, anche un dancing. Da Corbesassi vennero i Buscone e i Benedini. Aprirono i battenti le officine meccaniche e la falegnameria.
Da Ponti i Tordi costruirono case e negozi e reclutarono clienti da mezz’Italia. I Nobile aprirono negozi di generi alimentari. Da Colleri i Gualdana vennero ad impiantare il forno per il pane e focacce. Da Selva i Balconato allestirono la lavasecco e l’ufficio per le assicurazioni. Negli anni successivi queste immigrazioni continuarono ed il paese crebbe parecchio. Sul passo si installarono: il medico condotto, il farmacista, il veterinario, l’ostetrica, la maestra, il geometra, il calzolaio, la pettinatrice, il collocatore, il sarto, l’orologiaio, il barbiere, la bidella, e altri.
C’è stato un periodo, di alcuni anni, nei quali ha funzionato anche un distaccamento dei Carabinieri.

Brallo diventò capoluogo comunale. La logica porta a notare come in quel periodo si pensò di mettere in piedi l’edificio del municipio, quello delle scuole, la chiesa e venne realizzato un impianto di risalita per la pratica dello sci.

Il paese che non c’era, ora c’è.

Nel 1962 si tenne al Brallo un simposio per analizzare l’aria. Fu constatato che, essendovi molte pinete nei dintorni ed essendo il posto vicino al mare (in linea diretta circa 30 chilometri), il misto di aria  così analizzata risulta ottimale, specie per chi soffre di bronchiti.

Anni di progresso, anni di benessere, nugoli di gente che sale al Brallo, nonni e bambini che vengono a prendere l’aria buona.
I residenti costruiscono, affittano, c’è lavoro per le imprese edili, come quelle dei Ravetta,dei Pericotti e dei Normanno.
Si aprono negozi di pelletteria, di alimentari, di elettrodomestici, di cartoleria e di souvenir. Si rimodernano le strutture, si cambiano arredi, si creano pizzerie, gelaterie, sale giochi. Al Brallo ora c’è un commercio fiorente. Aprono i battenti anche la palestra e il cinema e mettono le radici persino due banche.

Passano gli anni. Inizia lo spopolamento della montagna, i giovani (anche laureati) cercano lavoro altrove, le famiglie si diradano, non ci sono più bambini. Le scuole delle frazioni, una dopo l’altra, chiudono. Persino a Corbesassi e a Colleri dove le insegnanti erano due. L’epopea comincia la discesa: ora non tutto funziona come da prospettiva. Chi ne risente per primo sono le discoteche e gli altri centri ludici. Oggi a peggiorare le cose è giunta anche la crisi generale. Ciò nonostante, i longevi abitanti del Brallo, come l’edera, sono abbarbicati alla loro montagna, cercano in tutti i modi di affrontare, alla meno peggio, la situazione. Hanno istallato un distributore di benzina (con self-service), hanno riordinato la piazza centrale, hanno sistemato il gioco delle bocce, hanno provveduto alla realizzazione di campi da calcio e da tennis. La Pro Loco si fa in quattro ad organizzare sagre e ricorrenze, nonché indire dibattiti culturali, balli e cene.

Insomma, cercano in tutti i modi di non far mancare quelle infrastrutture, anche nuove, affinché possa funzionare il centro tennis e il centro benessere.

Il paese che non c’era, ora c’è.
 

Visitatelo: fatelo a girotondo, vi accorgerete che è il paese più bello del mondo.

Rita

Tolleranza religiosa

lo so che parlo di questa cosa in ritardo, ma ieri mentre guidavo mi è tornata in mente, mi sono arrabbiato tantissimo e ho pensato di scrivere questo post.

L’argomento è questo: in una scuola di Roma hanno pensato bene di abolire le tradizioni del Natale. Quindi niente presepe, niente storia della nascita di Gesù, ecc. ecc. Questo perchè, secondo chi ha deciso, quella scuola è frequentata anche da tanti bimbi figli di stranieri e quindi con culture e soprattutto religioni differenti. Quindi, per non fargli un torto, niente Natale.

Eh no miei cari signori, ma voi sareste a capo di una scuola? Ma voi siete degli ignorantoni al cubo! Parliamo tanto di integrazione e poi evitiamo di festeggiare tutti insieme una tradizione cristiana (e anche e soprattutto italiana) come quella del Natale? I bambini figli di stranieri non ne sapranno niente del Natale, è così che intendiamo integrarli? Complimentoni, un genio quello che ha deciso.

E poi dei bambini italiani non gliene frega niente a nessuno? Qui come al solito, per far vedere che noi siamo tolleranti ecc ecc facciamo cose assurde come quella di togliere i crocifissi, e adesso pure il Natale. Io se avessi avuto un figlio in quella scuola lo avrei ritirato immediatamente. Ma scusa: a mio figlio non pensa nessuno? Lui non avrebbe avuto il diritto sacrosanto di festeggiare il Natale a scuola (in Italia)? E non venite a dirmi delle baggianate immense come la storiella della scuola laica: voi che parlate e vi ritenete laicissimi non mi dite che non festeggiate il Natale… e allora, ma fatemi il piacere!!!

Ma scusa allora facciamo una legge che vieti ai ristoranti di cucinare carne suina o bovina, così estirpiamo alla radice la preoccupazione di poter offendere altre religioni che, si da il caso, io ritengo rispettabilissime e degne di tutela, ma non è questo il metodo. Io se andassi ad abitare in un paese a maggioranza di una religione che non è la mia sarei perlomeno curioso ed onorato di poter partecipare alle feste religiose. Caro direttore della scuola: bocciato!

Pelliccia di castorino

Anni fa, ricordo, le pelliccie da donna andavano parecchio. Il classico dei classici era la pelliccia di visone, ma c’erano svariate alternative. Ricordo che mio papà aveva sempre qualche cliente in cerca di pellicce. Le donne mature si indirizzavano più verso modelli lunghi, ampi  e più classici, le giovani su modelli più corti e magari di altri animali, come la volpe argentata o il più economico castorino.

C’erano quelle che la volevano bella, di qualità, ed erano disposte a pagare un po’ di più. Quelle che avevano già una o più pellicce e ne volevano un’altra. Quelle che tanto pagava il loro uomo (che fosse marito, ma non credo, o amante, poco importava). E quelle che si accontentavano di pelli meno pregiate.

C’era appunto tra queste il castorino. Ma che animale è questo? Se vi dico che è la nutria ci credete? No? Eppure, care mie, è proprio così. Come dire "lapin" al posto di "coniglio", così si dice "castorino" invece di "topolone"….

Ramo dei marchesi Malaspina di Pregola

Tratto (a volte liberamente tratto) da “I Malaspina di Val Staffora”, di Guido Guagnini, 1967

(seconda parte)

Esistono due rami. Un primo ramo va fatto risalire a Carlo Malaspina che sposò nel 1697 Lucrezia, figlia del marchese Giuseppe Malaspina di Godiasco, dal quale ereditò alcune porzioni feudali nonché l’elegante, antico palazzo Malaspina di Godiasco, il cui portale reca scolpite in arenaria la leggenda delle origine malaspiniane. Dall’epoca del matrimonio abitò sempre in Godiasco, ove pure dimorarono i suoi discendenti. Carlo ebbe un solo figlio, in seconde nozze, Corrado. Questi morì in giovane età ed ebbe vari figli: Guglielmo, che trovò morte tragica perendo annegato nello Staffora in piena, Giovanni e Riccardo. Quest’ultimo ebbe come figli Giovan Maria e Guglielmo, celibi, e Vittorio che a sua volta ebbe un solo figlio, Corrado. Come vedete ci sono nomi ricorrenti nella genealogia dei Malaspina. I figli di Corrado morirono in giovanissima età ad eccezione della quartogenita, Maria Teresa, nata nel 1891, che si fece suora ed è tuttora vivente (in realtà, in base alle mie fonti, è morta negli anni ’80 del secolo da poco terminato. Il libro del Guagnini è del 1967).

L’altro ramo della famiglia fu originato dal marchese Giuseppe nel XVII secolo. Giuseppe fu padre di Baldassarre che ebbe a sua volta un figlio, Antonio, che abitava in Pregola nel signorile palazzo della sua famiglia e che era in ottime condizioni finanziarie e che, anche dopo la soppressione dei feudi, aveva conservato ampi possessi fondiari in valle Staffora e in valle Trebbia; possedeva inoltre il bel palazzo di Varzi, ora sede del Municipio.
Il marchese Antonio ebbe due figli: Teresa e Baldassarre, nato nel 1826, che sposò Teresa Muzio di Varzi e che fu padre di Antonio e Rodolfo. Antonio, celibe, morì in Varzi nel 1923. Rodolfo, avvocato, aveva sposato la sua servente ed amante perché fu minacciato dai parenti di lei non volendo regolarizzare la sua posizione, ma non ebbe figli e morì l’anno dopo improvvisamente. Fu l’ultimo maschio dei marchesi Malaspina di Pregola.

Il castello antico di Pregola sorgeva sulla rupe posta all’ingresso del paese e fu distrutto nel 1571. Con in materiali ricavati si costruì l’attuale palazzotto, impropriamente detto castello. Nella sala principale del palazzo cinquecentesco vi è un bel camino scolpito e sopra di esso si vede il grande stemma dei marchesi Malaspina di Pregola che risulta così inquartato: nel I e nel IV di rosso, alla aquila bicipite coronata d’oro sulle due teste; nel II e nel III d’azzurro, allo spino secco, sorgente da una montagna di nero, afferrato da destra dal Leone Bianco rampante in posizione eretta e coronato d’argento. (Purtroppo è andato distrutto)

Pregola assume per lo storico un’importanza eccezionale perché può essere presa come archetipo del costituirsi del paese signorile della valle Staffora. Anticamente il feudo si estendeva molto verso mezzogiorno e comprendeva torri e castelli che le numerose divisioni fra i membri della famiglia ridussero sempre più, finchè cessato di essere marchesato autonomo, nel 1879 fu aggregato di fatto al marchesato di Santa Margherita.

Pregola fu senza dubbio la tappa del primo affacciarsi dei Malaspina sulla valle Staffora, considerata come il solo itinerario rapido per raggiungere le fertili pianure del Po. Pregola fu scelta come sede propizia a guardia del valico, con funzioni di controllo e con diritto di pedaggio, fonte prima della ricchezza del signore.

Ancora Malaspina

Tratto (a volte liberamente tratto) da “I Malaspina di Val Staffora”, di Guido Guagnini, 1967

(prima parte)

In primis c’era la famiglia nobile dei cosiddetti “Obertenghi”, così chiamati dall’illustre capostipite Oberto. Da questa famiglia ne discenderanno altre altrettanto illustri, come quella dei Marchesi di Massa-Parodi, di Massa-Corsica, dei Pallavicino, dei Lupi, dei Cavalcabò, dei Marchesi d’Este e, ultimo ma non ultimo, dei Malaspina. Questi ultimi discendono da uno dei figli di Oberto, vale a dire Oberto Obizzo I. Lui e i suoi discendenti si localizzarono tra gli appennini tra Genova, Tortona e Piacenza, nelle valli del Trebbia e dello Staffora, per tornare più tardi in Lunigiana, estremo lembo della Liguria Orientale, per rivendicare i diritti dei loro avi. Probabilmente questi primi progenitori dei Malaspina fissarono il loro centro nella sicura rocca di Oramala, in alta valle Staffora. Pronipote di Oberto Obizzo fu Alberto, detto “Malaspina”.

Sull’origine di tale soprannome, poi diventato nome ufficiale della casata, sono stati scritti fiumi di inchiostro. C’è chi sostiene addirittura che non fu assegnato ad Alberto, ma che fosse già in uso ai suoi avi. Questi nomignoli non erano certo loro prerogativa, visti i soprannomi Pelavicino (primo nome dei Pallavicino), Ribaldo, Malapresa, Malnipote, Iniquità, dati ai signori di quei tempi, che spesso facevano della rapina il loro mezzo per ottenere denaro dai sudditi e dai viandanti.

Il figlio di Alberto fu Obizzo, grande figura si signore feudale. Fu difensore di Tortona nel 1155, per cui la città gli dedica oggi una piazza, e poi ottenne dall’imperatore Federico Barbarossa un diploma di investitura feudale e assegnazione di territori. Questo importante diploma è la prova che i Malaspina dominavano in Lunigiana (nelle odierne province di Massa Carrara e La Spezia), la valle Staffora da Godiasco a Brallo, al Penice, l’alta val Curone, la val Borbera e alcuni luoghi di pianura nell’Oltrepo Pavese.

Fu nel 1221 che la famiglia si divide in due rami. Corrado sceglie come sede Mulazzo e mantiene lo stemma di famiglia, consistente in uno spino secco. Obizzino sceglie come sede Filattiera e adotta come stemma uno spino fiorito. Sia una discendenza che l’altra ebbero destini molto confusi. A quei tempi non era più uso mantenere intatti i possedimenti che quindi spesso venivano divisi tra i discendenti. Questa è stato uno dei motivi che hanno diminuito la forza della famiglia Malaspina. Quando si tentò di porvi rimedio istituendo le primogeniture fu troppo tardi. E ragione di debolezza e dissolvimento furono anche gli antagonismi, le discordie e le fazioni che tennero spesso divise le famiglie fra di loro e talora anche i membri di una stessa famiglia.

(continua domani)

C'era una volta il west

Avete mai visto questo capolavoro di Sergio Leone? Molti lo considerano inferiori a suoi film più famosi, come "Il buono, il brutto, il cattivo", ma, si sa, spesso i film che sono opere d’arte non piacciono tantissimo, proprio perchè non sono immediati.

Il film è del 1968. La storia racconta di un Lontano Ovest, come sempre misterioso, violento, avventuroso, che però sta per finire. Sta per arrivare la ferrovia che collegherà l’Atlantico col Pacifico, e che quindi farà arrivare tanta nuova gente, e con essa la civiltà.

E’ un film malinconico, che chiude un’era. La storia è la "solita", fatta di cattivi, di buoni dal grilletto facile e dalla mira perfetta (e dalle pistole che non si inceppano mai neppure in mezzo al deserto), di banditi simpatici, di povera gente e di donne belle, un po’ dannate e un po’ sante.

Magari non è andata proprio così, ma quando il film finisce sembra una sigla di coda sul "Far West".

Neanche da dire che le superbe musiche di Ennio Morricone svolgono anche qui un ruole fondamentale.

Nota di costume: se siete dei fan dei film di Quentin Tarantino, guardando questo film potete capire quanto il regista statunitense abbia imparato e "rubato" da Leone, che infatti considera uno dei suoi maestri (così come un altro italiano, Mario Bava).

Un film che non deve mancare nella vostra videoteca.

Vetrine sottili

Messaggio per i clienti (si possono definire clienti anche quelli che non comprano? va beh diciamo "potenziali clienti"): guardate che le vetrine del mio negozio sono spesse, sono antiurto e antisfondamento, ma sempre di vetro sono, quindi… vi sento quando dite qualcosa guardando le vetrine.

A volte fa proprio piacere. Capita quando sono in negozio in orario di lavoro, ma spesso e volentieri quando sono lì per caso nella pausa pranzo o alla sera, di ascoltare i commenti della gente che guarda gli articoli e fa apprezzamenti. Cose normali, come
"Guarda che belle quelle scarpe" oppure "Voglio quella giacca!". A volte con risposte del tipo "Guarda che quella è una giacca da donna!" o magari "A me non piace per niente". E’ un metodo per conoscere le opinioni sincere.

Insomma, se sono complimenti fa proprio piacere, perchè sai che sono del tutto sinceri. Se sono critiche in un certo senso fa piacere lo stesso, e sempre per il medesimo motivo: so che sono sincere, senza secondi fini. E quindi cerco di tenerne conto.

A volte mi è capitato di sentire cose "sgradevoli" come: "quelle scarpe lì non le metterei neanche se mi pagano" o peggio "tu sei convinto che qui hanno della roba bella, convinto tu…" o peggio ancora "io in questo posto di merda non ci vengo più". Per la cronaca il ragazzo era semplicemente entrato a cercare una felpa ma dopo mezz’ora di prove non ne abbiamo troavata una che non andase bene per taglia e/o colore e/o modello….e va beh, a questo mondo non si può andare bene a tutti….

Commercianti, qualche sorriso

da "La Provincia Pavese" del 21/12/2010

Commercianti, qualche sorriso
Impennata negli acquisti a pochi giorni dal Natale

di Francesca Toma
VOGHERA. Se ne è andato anche l’ultimo fine settimana prenatalizio. Che aria tira fra i commercianti vogheresi in tempo di crisi e di magri affari?  «Sono contenta – dice Sabrina Ruggeri della libreria Mondadori – Il Natale è andato un po’ peggio dell’anno scorso ma il bilancio è comunque in attivo». Giudizio molto positivo quello di Walter Merli, titolare de «I 3 Merli», negozio a gestione familiare aperto da poco. «Sono soddisfatto, il Natale è andato bene. C’è stato un notevole movimento di clienti».  Di tutt’altro avviso, invece, Ferdinando Armandola, dell’omonima salumeria, il quale si dice demotivato. «Non c’è gente in giro, quindi viene a mancare anche l’entusiasmo nel lavorare e nel vendere». Armandola fa il commerciante da oltre trent’anni. «Una volta – racconta – fuori dal negozio c’era una coda che bloccava la via Emilia, adesso invece manca la voglia di impegnarsi». In giro, ieri pomeriggio, di gente ce n’era pochina. Forse incide sia la concorrenza dei centri commerciali spuntati alla periferia, sia alla difficoltà di parcheggiare l’auto. E’ di questa opinione Enrico Romussi, di Romussi Gioielli. «Il Natale? Non è ancora partito», l’esito delle vendite natalizie non è positivo, ci sono pochi soldi da spendere, i regali si fanno ma con un budget minore e gli articoli di gioielleria possono sembrare superflui. C’è anche chi ha un’opinione a metà fra i due estremi, come Martina Schmidt, di Bersani (giocattoli). «Ovviamente non è il Natale di anni fa, però siamo abbastanza contenti», osserva. C’è infatti un ritorno al giocattolo in legno, prodotto che in genere nei supermercati non si trova, a differenza dei giochi reclamizzati. Opinione che racchiude le idee di entrambi gli «schieramenti» è quella di Fabio Tordi (Piazza Affari, abbigliamento). «Sono a Voghera da 14 anni, e questo è stato il Natale più brutto in assoluto. Ma l’ultimo fine settimana è andato bene». Gli acquisti natalizi sono quindi partiti in ritardo, ma ora si assistendo a un rush finale che potrebbe consolare i commercianti del centro cittadino, anche se i tempi delle vacche grasse restano lontani.

21 dicembre 2010

2011

Se vuoi riempire la tua brocca,
vieni, oh vieni al mio lago.
L’acqua si stringerà intorno ai tuoi piedi
e ti sussurrerà il suo segreto.
Sulla sabbia è l’ombra della pioggia imminente,
le nuvole pendono basse
sopra il profilo azzurro degli alberi,
come i folti capelli sopra i tuoi occhi.
Ben conosco il ritmo dei tuoi passi,
essi battono nel mio cuore.
Vieni, oh vieni al mio lago,
se devi riempire la tua brocca.


Se vuoi startene oziosa e sedere indolente
e lasciare che la tua brocca galleggi sull’acqua,
vieni, oh vieni al mio lago.
Il declivio erboso è verdeggiante
e i fiori di campo sono innumerevoli.
Dagli occhi bruni i tuoi pensieri vagheranno
come uccelli fuori dai nidi.
Il tuo velo cadrà ai tuoi piedi.
Vieni, oh vieni al mio lago,
se vuoi sedere indolente.

Se vuoi lasciare il tuo gioco e tuffarti nell’acqua,
vieni, oh vieni al mio lago.
Lascia il tuo mantello azzurro sulla riva;
l’acqua azzurra ti coprirà nascondendoti.
Le onde si leveranno in punta di piedi
per baciarti il collo e mormorare ai tuoi orecchi.
Vieni, oh vieni al mio lago,
se vorresti tuffarti nell’acqua.

Rabindranath Tagore (রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর, रवीन्द्रनाथ ठाकुर)

Messaggi dallo spazio

Ormai è una tradizione: l’ultimo giorno dell’anno ece il mio post con gli sms dell’anno. Quest’anno devo dire che non mi è arrivato niente di eccezionalmente insolito, in ogni caso oecco quelli che ho scelto:

L’amico che mi scrive nelle prime ore del mattino:
Sono tutto preso per una che punto da dieci anni

Un sms inaspettato addirittura dal ;-) Presidente del Consiglio:
Ti aspetto Sabato alle ore 14 a Roma Circo Massimo. Un grande corteo fino a San Giovanni per difendere la liberta’ e la democrazia. Silvio Berlusconi

Un altro amico che era stupito da un successo elettorale:
Ma chi cazzo è ciocca angelo della lega nato nel 1975 che ha preso 18848 preferenze?!? Più del doppio di abelli?

22 maggio 2010, tutti i tituli:
Tutti!

Un’amica che risponde a un mio messaggio in pseudo spagnolo:
Un hispanohablante perfecto,grande Tordi! :-D Domani ci racconti algo de tu viaje,vale? a presto!

Un atleta espone i suoi successi:
Bocco colletta in bici… Altro che la figa

In ferie, giustamente, c’è chi dorme:
Tordi sono le nueve e medie… El tomason ronfa

C’è chi si preoccupa della mia salute:
Fa, visti i risultati dell’Italia, sei ancorea tutto intero? Che scandalo

Ricordi di adolescenza:
Bevi grog picchia uomini di bassa morale (pirati) metti sushi in governatore di isola sembra che funzioni


Esc e vad a far un gir

Miss Margherita (4)

Amici della pizza, ricercatori del benessere pizzoso, lussuriosi del pomodoro e mozzarella, ecco a voi la quarta puntata delle mirabolanti recensioni della nostra Miss Margherita. Che pizzerie avrà visitato questo mese? Vediamo subito.

Posillipo di Montebello della Battaglia (PV)
Pizza: buona
Locale: semplice ma pulito
Personale: svelto e "tagliato"
In una parola: EASY

Bella Napoli di Casteggio (PV)
Pizza: ustionante ;-) nella media
Locale: retrò
Personale: simpatico
In una parola: MEDIA

Gaudì di Varzi (PV)
Pizza: piccola
Locale: moderno
Personale: normale
In una parola: NORMALE

Liberty di Pontecurone (AL)
Pizza: equilibrata
Locale: charmant
Personale: in amicizia
In una parola: ELEGANTE

Anche stavolta la nostra gastronauta ha girato per i dintorni alla ricerca della mitologica "Pizza Perfetta". La troverà ??

 

Commercio ambulante

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Venticinquesima puntata

Il commercio ambulante rappresenta una delle forme più antiche di scambio, esso spesso sfugge alle analisi economiche sebbene esprima una realtà con migliaia di unità e di addetti, in maggioranza indipendenti.
Si possono ricollegare ai negozi indipendenti pur con una loro particolare caratterizzazione: l’offerta riguarda prodotti di massa che provengono da aziende orientate a segmenti medi, medio-bassi anche se in più di una occasione si possono trovare prodotti griffati e di moda a prezzi decisamente interessanti, si tratta per lo più di prodotti che hanno già iniziato la fase di declino ma che sono in grado di soddisfare ancora la fascia di consumatori ritardatari all’appuntamento con la moda soprattutto a causa delle ridotte possibilità finanziarie.
 


Commerciante ambulante

La calzetteria e l’intimo sono i settori più presidiati dal commercio ambulante; infatti soprattutto in queste categorie merceologiche negli ultimi anni si sono registrate crescite importanti nel numero degli esercizi e questo tipo di commercio sta ricoprendo un ruolo fondamentale nel fronteggiare il caro vita.

MATRICE SWOT
Utili Pericolosi
Interni Rapporto fiduciario con la clientela, tradizioni consolidate di acquisto. Assenza di prodotti di marca
Esterni Rivalutazione di prodotti artigianali e/o di qualità. Concorrenza da venditori di merce asiatica a basso prezzo

 

Acquario di Genova

Siamo stati all’acquario di Genova. C’ero stato molti anni fa, ma è sempre una piacevole visita. Per fortuna è sempre aperto 365 giorni all’anno. Per questo motivo alcune vasche sono in manutenzione e quindi non è sempre possibile vedere tutti gli animali. Per esempio stavolta non c’erano le foche. Anche i delfini non si sono fatti vivi, ma questo perchè hanno tre vasche a disposizione e una sola di queste è visibile al pubblico. Si vede che volevano un po’ di privacy. Peccato.

Abbiamo comunque potuto vedere tante belle cose: dai piccoli coccodrilli (piccoli ma coi denti affilati, e ce n’era uno che non era neanche in gabbia… avevamo quasi paura che potesse saltare la protezione e venire a sgranocchiarci il fondoschiena…) alle stelle marine, le meduse, i pesci degli abissi (che brutte le murene!), fino ad arrivare a tutti quei pesci tropicali coloratissimi (c’erano tutti i personaggi di Nemo). E poi le mante che si facevano accarezzare e col "musino" (si fa per dire) uscivano dall’acqua. Gli squali, le rane, le tartarughe, i camaleonti, le orate!!!

Vale certamente la pena di farci un giro, magari anche per visitare il porto antico di Genova, se non ci siete mai stati.

Aprite i regali

Don Mario Grandi

Ospito sul mio blog un articolo dedicato all’indimenticato don Mario Grandi scritto da Maria Teresa Rebolini, detta Rita, mia mamma.

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Nell’aria c’è odor di Natale: noi di una certa età ce lo raffiguriamo ancora col presepio, la tavola imbandita e un pensiero per quel piccolo Gesù, così povero, così sconosciuto, da far tenerezza.

Al Brallo c’è la chiesa nuova con vetrate e spazio per accogliere tante persone. Purtroppo, mancanza  di vocazioni, quest’anno la chiesa resta fredda, inerte, chiusa con sommo dispiacere di quelle donnette che per il Natale si inerpicavano sui pendii scoscesi e volti a mezzogiorno, per poter reperire il muschio e preparare un bel presepio in chiesa, orgoglio del paese.

Noi, gente di una certa età, andiamo volentieri a rivederci il passato: ai tempi del nostro compianto Don Mario. Lo incontravi a Pregola sulla via che porta al cimitero con breviario e il fido cagnolino. Si fermava volentieri a parlare con chi incontrava, aveva una parola buona per tutti e risolveva ogni problema dei suoi parrocchiani con l’aiuto che invocava da Dio. La sua fede traspirava da ogni suo gesto. A me che avevo espresso la mia preoccupazione ed anche un po’ di malumore per una faccenda di esproprio, disse: “Non disperi signora, le cose non vanno mai come vogliono gli uomini, bensì come vuole Dio”. Ve lo voglio proprio dire, ho constatato (dopo) che quella frase si era avverata.

La forza di Don Mario è stata la sua umiltà e la sua obbedienza ai superiori. Più volte fu chiamato a prestare la sua opera altrove, ma poi lui tornava ancora a Pregola e si presentava ai parrocchiani, quasi volesse scusarsi, loro che invece dimostravano il proprio entusiasmo per il suo ritorno.

Ed è tornato anche per l’ultima dimora, si è unito ai suoi cari genitori ed è li ancora una volta a disposizione di chi ha bisogno il suo aiuto.
Come dal bozzolo esce una bellissima farfalla e vola via, così l’anima di don Mario è volata in alto, tanto in alto per poter, ancora oggi, proteggere la sua gente. Si chiamava Grandi di cognome ed è stato grande di animo, di fede, di comprensione, di carità. Ancora oggi, noi di una certa età, gli vogliamo bene.

Rita

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