fabiotordi

(raccolta molto sparsa di pensieri)

fabiotordi

Il mastino dei Baskerville

Non avevo mai letto prima un libro con Sherlok Holmes come protagonista. La sua particolarità, diventata leggendaria, è quella di scoprire le cose partendo da alcuni indizi che nessuno nota o che nessuno reputerebbe tali. Solo osservando di sfuggita una persona il famoso investigatore creato da Sir Arthur Conan Doyle è capace di dedurre l’età, la professione e il rango sociale della persona stessa. Fantastico. Il libro è piacevole, si legge facilmente. Mi ha deluso un po’ il finale, me lo sarei aspettato più "complicato" in modo che Holmes potesse concludere con un crescendo di astuzie, invece è stato (quasi) scontato. Se lo trovate in qualche libreria, magari in super offerta, compratelo e leggetelo.

 

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Citomegalovirus

Qualche tempo fa ho trascorso 8 giorni in ospedale. Niente di che, per fortuna. Però, chi mi conosce lo sa, io non sopporto gli ospedali, anche solo entrarci e sentire "l’odore di ospedale" mi da noia e mi sento male, insomma somatizzo. Già mi da fastidio anche solo andare a trovare qualcuno ricoverato, figuriamoci essere io il ricoverato. Nella mi vita per fortuna non mi era mai capitato, se escludiamo  quella volta che ho subito una piccola operazione che doveva essere in day hospital e poi mi hanno tenuto lì una notte per sicurezza. Quindi il racconto che segue è sicuramente esagerato, condito, pomposo, ma io sono fatto così ed è ciò che "sentivo".

Succede che non stavo bene, le cure della guardia medica non davano effetto, ero peggiorato e così sono stato al pronto soccorso di Voghera. Li si sono subito spaventati e hanno iniziato a parlare di malattie terribili. Io sono un tipo positivo, di quelli che pensano sempre "a me non può capitare", però come dico odio gli ospedali e tutto ciò che li circonda (o meglio, ne ho paura, non che li odio, anzi per fortuna che ci sono!) e quindi durante le visite a momenti svengo. Mi spiego, mi hanno fatto subito un sacco di esami, ma non sono quelli che mi spaventano (per esempio quando mi fanno i prelievi del sangue a me piace vedere dove mi pungono e vedere il sangue che entra nelle provette, mi fa tanto film horror), è proprio l’aria dell’ospedale. Gli infermieri pensavano che fosse perché non stessi bene, ma non era quello. Fatto sta che scongiurano un paio di malattie gravi (altrimenti mi avrebbero spedito direttamente a Pavia) e decidono di ricoverarmi. Ricoverarmi???? Io??? A me??? Ma serio?? In vita mia sono andato gamma volte al pronto soccorso (con gamma = numero a piacere superiore a 20), ma non mi hanno mai ricoverato! Ansia. (vedi? mica ero ansioso per le malattie, ero ansioso perché dovevo stare in ospedale)

Aneddoti vari di 8 giorni di ospedale.

Giorno 8. Passa un’infermiera che ha appena iniziato il turno, mi vede e mi fa (sottovoce): "ma sei ancora qui? vattene da qui, è un posto di matti"

Giorno 4. Il mio compagno di stanza (di oltre 70 anni) mi dice: "ci ho fatto caso, a parte te e me qui sono tutti vecchi"

Giorno 9 (ma non avevo detto che erano 8? beh mi sono sbagliato!). Il primario viene a farmi visita e alzando il braccio destro a mo’ di "vai a lavorare" mi dice: "Ma vaaaaada a casaaaaaa"

Giorno 6. In bagno c’è di tutto. E non sto qui a dirvi cosa, usate l’immaginazione: di tutto.  Per fortuna che ci sono due bagni.

Giorno 7. Al mattino il mio "collega" mi racconta che nella notte un altro paziente ha dato fuori da matto e ha lanciato le sedie nel corridoio, mente il suo compagno di stanza urlava dalla paura. Io ovviamente dormivo e non mi sono reso conto di niente.

Giorno 2. Ennesimi prelievi del sangue. Chiedo all’infermiera scherzando se ho ancora del sangue, lei mi risponde che fino a 2 litri il corpo umano non ne risente.

Giorno 5. Finalmente riesco a mangiare qualcosa di solido. Non ditelo a nessuno, ma era pastina.

Giorno 8. Per il quarto giorno di fila prendo la pastina. L’infermiera si stupisce, ma la verità è che è il meno peggio del menu.

Giorno 6. Oggi mi staccano la flebo, e lei per vendicarsi non finisce mai.

Giorno 6. Insegno al mio amico come sentire la radio sul cellulare, cioè attaccando le cuffie. Lui non le ha, gliele regalo io.

Giorno 2. Passa il tizio che vende i giornali, gli chiedo il Corriere della Sera, ma l’ha finito. La stessa scena si ripeterà tutti i giorni.

Giorno 9. Passa il tizio che vende i giornali e gli mostro orgoglioso il Corriere che ho appena ricevuto in dono (insieme a una brioche), che soddisfazione!

Giorno 5: Un nostro "coinquilino" passa per l’ennesima volta nel corridoi sbraitando le solite cose tipo "io adesso ammazzo il dottore, giuro che li ammazzo tutti". E guardandolo ci sarebbe da credergli.

Giorno 6. Da ieri in bagno c’è un paio di pantaloni. Non credo siano pulitissimi. Ho il sospetto che siano del nuovo inquilino. Ma tutti qui li mandano?

Giorno 9. Il mio compagno di camera oggi viene dimesso. Io in teoria no. Poi accade il miracolo.

Giorno 4. Anche oggi viene un sacco di gente a trovarmi. Bello. Si dice che gli amici si vedono nel momento del bisogno. Io ho bisogno di poco, però ho tanti amici.

Giorno 2. Molti mi chiedono via messenger/sms/whatsapp come sto e se è vero che sono in ospedale. Io dico che non posso parlare. E loro che fanno? Tempo zero mi telefonano. Si, Sabry, sto parlando (anche) di te.

Giorno 7. Oggi altra ecografia. La dottoressa dice che secondo lei non ho niente.

Giorno 7. Le infermiere si stupiscono sempre della mia presenza in reparto e per pietà mi offrono anche un caffè.

Giorno 4. Arrivano i primi risultati delle analisi e degli esami. Negativi. Stessa cosa in tutti i giorni successivi. Neanche il citomegalovirus mi ha attaccato.

Giorno 1: Dormo col cell in mano, perché ho già capito in che bel reparto sono finito. Stessa scena nei giorni successivi. Ho sviluppato una certa abilità a non dormirci sopra per non rovinarlo.

Giorno 1: Daniele mi chiede cosa mi serve. Beh, facile: "una maglietta, un pantaloncino e soprattutto il caricatore del N5"

Giorno 3: Michele mi "presta" SkyGo per vedere la gara MotoGP. Risultato: per un’oretta di televisione mi brucio via TUTTA la banda internet a disposizione del mese. Panico.

Giorno 1: Il dottore che mi fa l’ecocardiogramma mi dice che in casi normali dovrei attendere 3 mesi per quell’esame. Oh caspita, ma allora sono un tizio fortunato!

Poi ci sarebbero tanti altri piccoli e grandi aneddoti che si posso riassumere in:

  • I primi giorni sono stati brutti perché ero collegato alla flebo 24h su 24. Una bella rottura. E perché i dottori mi spaventavano un attimino cercando le peggiori malattie all’interno della mia amabile persona (che però non hanno mai riscontrato, tiè)
  • Gli ultimi giorni abbastanza noiosi perché ormai stavo meglio e quindi mi fracassavo altamente i marones a stare lì a vegetare come un’ameba.
  • Fortuna che, come dico, sono passati tanti amici a trovarmi. Dovrei non citarli perché sicuramente (vista la mia pessima memoria) ne dimenticherò qualcuno, ma ci provo lo stesso. Mio papà, Cinzia, Daniele, Ivo, Gloria, Luca, Alan, Michele, Silvia, Paola, Umberto, Tina, Alina, Tako, Sabrina, Fabio, Zia Mina, Salvatore, Enrica, Pluto, Varni, Christian, Paola….oddio chi avrò dimenticato?

 

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Chagall a Milano

Sono stato a vedere questa mostra a Milano, Palazzo Reale.

Mi piace Chagall, anche se non lo inserisco nei piani alti della lista dei miei preferiti. La fila era spropositata, per i miei gusti (un’ora abbondante, ma ormai ero lì, cosa facevo? In effetti un mio amico era stato lì il giorno prima e aveva desistito, andando a vedere Segantini)

La mostra mi ha impressionato, e vi spiego il motivo. Non sono un appassionato di mostre, ne vedrò in media una all’anno (visto lo sbattimento che mi si richiede in termini di code deve essere una cosa a cui tengo), però molte volte trovo tanto fumo e poco arrosto. Le pubblicità sbandierano "Mostra di Tal dei Tali" e poi quando sei dentro vedi che ci sono un paio di opere importanti e tutto il resto sono bozzetti, schizzi preparatori e riproduzioni. Ricordo ancora con rabbia la mostra su Dalì a Londra (che mi è pure costata cara) che è stata una delusione terribile. Qui no. La mostra è strapiena di dipinti del pittore russo-ebreo-francese. Sono talmente tanti che alla fine ti stufi persino di osservarli tutti. Complimenti alla curatrice e a chi ha permesso di realizzare una mostra così completa.

Su Chagall che dire…non amo cercare le solite dietrologie tanto care ai critici dell’arte, come quando dicono "In questo dipinto l’artista voleva dirci ecc. ecc.".  Le opere d’arte non parlano con le parole (a parte le poesie e i libri, naturalmente), quindi un quadro non va "spiegato": ti colpisce al cuore oppure no. Su certi dipinti ci ho passato 10 minuti, su altri dieci secondi. A mio personalissimo gusto, ovviamente. In base alle corde del cuore che mi venivano o meno toccate. E poi raga, c’è sempre la grande emozione di vedere le cose "dal vivo". Cioè non so se mi spiego… come quando vai a un concerto e vedi il cantante proprio lì. Quando vai in un museo o una mostra l’emozione è quella: il quadro che hai davanti non è una stampa, una foto, una riproduzione…le pennellate che vedi sono quelle date dall’artista, che alcune volte paiono uscire dal dipinto e comunicarti qualcosa. Emozione allo stato puro

Quelle che mi sono più piaciute? Alcune, molto oniriche. E altre, molto sognatori. Perché Chagall era un grande e dolce sognatore.

 
Marc Chagall – La Passeggiata – 1917

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Stagioni

Poi le cose presero un’altra piega
Rigoni comprò a credito del materiale rubato
Non pagò
e non credo avesse intenzione di farlo
Piombarono di notte a casa i creditori
ubriachi fradici
Sfondarono la porta d’ingresso a calci
e lo massacrarono di botte
Perse del sangue
l’uso della mandibola per qualche giorno
e per un paio di settimane
la voglia di vivere
Ma quell’estate era stata formidabile
Eravamo al massimo della forma
Io e Leo avevamo portato a casa una cassa di champagne
trovata in qualche angolo durante lo sgombero di una cantina
Bottiglie già scadute
che andavano alla testa appena dopo due sorsi
Passavamo i pomeriggi in cucina
Il sudore ci colava addosso
Rigoni teneva banco
le guance infuocate
Eravamo la cornice di un romanzo medievale
Noi
gli eletti
riuniti in una casa che cadeva a pezzi
immersi nel silenzio dei pomeriggi d’agosto
e fuori
fuori la peste

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Sciare in Alta Valle Staffora

Stanno rifacendo gli impianti sciistici del Monte Chiappo, vale a dire la seggiovia che parte da Pian del Poggio. E’ una cosa sicuramente bella, perché dalle nostre parti è la pista più lunga. Però io credo che il solo fatto di rimodernare gli impianti non sia, da solo, sufficiente. Negli anni 70 e 80 dello scorso secolo erano GLI impianti. Chiunque volesse cimentarsi con l’attività sciistica e abitava in Valle Staffora o zone limitrofe, poteva contare sugli impianti al Penice, Casamatti, Brallo, Cima Colletta, Caldirola e, appunto, Pian del Poggio. Erano altri tempi. Si partiva, che so, da Voghera e in circa un’ora si era sulle piste da sci: papà, mamme, figli, nipoti e nonni al seguito per un’allegra scampagnata. La neve cadeva abbondante, gli atleti erano poco esigenti e tutti si divertivano. Oggi ci sono le autostrade che con qualche minuto in più ti portano sulle piste della Val d’Aosta che, con tutto il rispetto, sono un altro pianeta rispetto a quelle dell’appennino pavese. Nel 2015 invece chi se la sentirà di partire da Voghera, affrontare un strada che, se fino a Varzi è inadeguata, dopo diventa addirittura terribile? Io spero tanti, me lo auguro. Spero altresì che scenda tanta neve e che le piste siano tenute bene e battute come si deve. Sono in ogni caso convinto, che per i nostri paesi ci siano almeno un paio di grossi handicap che se rimangono incolmati non permetteranno non solo ai turisti di venirci a trovare, ma renderanno sempre più difficile agli abitanti di rimanere e di lavorare. Il primo l’ho già citato: la strada. Se la ex Statale del Penice era talmente importante da essere considerata, appunto, una statale e andava bene per le auto e i mezzi di trasporto di trenta o più anni fa, ormai è inadatta ai mezzi odierni. E questo va a scapito del turismo, dell’industria, del commercio e del traffico stesso. La strada è sempre più intasata e gli abitanti e sindaci dei paesi che attraversa sono ormai stufi, mentre gli automobilisti sono esasperati. A mio avviso, quando c’erano i soldi (e c’erano ancora tanti abitanti, e qualche industria, e molto turismo, cioè i già citati anni 70 e 80) avrebbero dovuto ipotizzare una strada più bella, più larga e che magari evitasse qualche paese. Perlomeno fino alla "capitale" dell’Alta Valle Staffora: Varzi. Da lì in avanti è "normale" che le strade abbiano più curve, siano un po’ più strette. Beh, magari non messe male come quella che va al Pian del Poggio, ecco.

La seconda cosa è un altro tipo di strada: quella informatica. Se una volta era essenziale che il territorio fosse coperto dalle linee elettriche, dall’acquedotto e dalla fognatura, poi è diventato "normale" avere a disposizione le linee telefoniche. Nel duemilaquattordici è ASSOLUTAMENTE ESSENZIALE avere la copertura internet, quella che qualche anno fa era chiamata "banda larga", che ormai è il minimo indispensabile. Senza, siamo tagliati fuori dal mondo. Perché internet non serve per i giochini, ma per il turismo, e quindi per il commercio, per il lavoro, ecc. Così come una volta gli analfabeti erano quelli che non sapevano scrivere e adesso sono quelli che non sanno usare un computer, così adesso internet è un servizio indispensabile come la corrente elettrica. 

La vedo dura. Speriamo bene….

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Remo Giazotto

E in caso di dipartita? Già… uno non ci pensa mai, per scaramanzia, perché non ha voglia di pensarci, per esorcizzare la cosa, perché sta male parlarne, insomma per una serie di futili motivi.

Ma…se dovesse succedere? Beh pensandoci, in effetti non è che me ne freghi molto, tanto in quel caso non ci sarei e quindi fate un po’ come meglio credete. Però qualcosina ci sarebbe, vediamo.
Innanzi tutto spero bene di schiattare in qualche posto carino, non certo in un ospedale. Sarebbe bello in qualche posto all’aperto, ma mi rendo conto dello sbattimento che creerei a chi mi deve riportare a casa. Allora facciamo direttamente a casa e non parliamone più. Per favore mettetemi un bell’abito, non cose pacchiane, diciamo un blu scuro e con il nodo della cravatta fatto bene. Niente cazzate nella bara, tanto non mi servono (per la carità, se la cosa vi fa piacere fatelo, a me comunque non servono, ribadisco). Per quanto riguarda la bara, non strafate per favore, una roba semplice che costi poco, tanto anche quella non serve a molto, capisco che nella vita si muore una volta sola, ma non è come l’abito da sposa, anche se è dozzinale non mi offendo. Preferirei sposarmi che morire, potendo scegliere. Se proprio non sono spappolato causa qualche incidente (o non ho pustole da peste bubbonica sul mio bel visino) non mettetemi roba in faccia (tipo veli o fazzoletti) che soffro il solletico, tanto non mordo mica, né. Pianti e racconti sono graditi, fate voi, diciamo l’essenziale, senza esagerare. Immagino che siano inevitabili anche i classicissimi "L’avevo visto proprio l’altro giorno", oppure "guardalo come sta bene, è sereno". Col cazzo che sono sereno, sono morto !!!! 

Passiamo al piatto forte, il funerale. A Brallo, naturalmente. Chi non ha sbatti di venire è graziato, non c’è problema, tanto io vedo e capisco. Ai funerali in fondo ci si va per far contenti i vivi. Per la funzione ho una sola richiesta, e qualche mio amico la sa, ma meglio ricordarla qui pubblicamente: mettetemi su l’Adagio di Albinoni. Non importa quale versione e suonato da chi, cercatene comunque una valida. Dai, è l’unica cosa a cui veramente tengo. Per la sepoltura, chiaramente la mia parrocchia e quindi il mio cimitero è Pregola. Anche a me, come mia mamma, piacerebbe andare nella terra, ma anche io mi dovrò accontentare di un forno, loculo, o come diavolo lo chiamate (pardon, nominare il diavolo in questi casi non è appropriato, o perlomeno non è di buon augurio per me stesso).

Per riassumere: fate come volete per l’abito, i fiori, le firme, i cartelli (che squallido passare tutta una vita per poi trasformarsi in un cartello e avere i famosi "15 minuti di celebrità"), la bara, la tomba. L’unica cosa importante è l’Adagio di Albinoni.

E il titolo del post cosa c’entra quindi? Beh fate una piccola ricerchina su Google, no?

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Pace non cerco guerra non sopporto

Pace non cerco, guerra non sopporto
tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
pieno di canti soffocati. Agogno
la nebbia ed il silenzio in un gran porto.

In un gran porto pien di vele lievi
pronte a salpar per l’orizzonte azzurro
dolci ondulando, mentre che il sussurro
del vento passa con accordi brevi.

E quegli accordi il vento se li porta
lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita è triste ed io son solo.

O quando o quando in un mattino ardente
l’anima mia si sveglierà nel sole
nel sole eterno, libera e fremente.

(Dino Campana)


Marc Chagall – Il Compleanno – 1915

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I migliori post del 2013

Ecco, come tutti gli anni, la mia classifica personale dei post dell’anno prima. Un’antologia…

La storia di Rita & Gloria

Questo è un post a cui tengo particolarmente perché la Rita me l’aveva espressamente chiesto. Lei ha scritto la "sceneggiatura", io ho messo giù i dialoghi e le vignette ed Elisa le ha disegnate. Purtroppo non ha potuto vedere di persona il fumetto dinito e colorato, ma la bozza in bianco e nero che le ho presentato le è piaciuta. Una piccolissima cosa di cui praticamente il mio contributo è quasi zero, ma di cui sono soddisfatto. Strano a dirsi, ma rimpiango anche quei giorni "strani"…

Altro che Gomorra

Parlano della Mafia, della Camorra, ma l’Agenzia delle Entrate usa metodi molto più subdoli.

La tomba dei Malaspina

Non tutti sanno che a Pregola, oltre alla casaforte, c’è la tomba dei Marchesi Malaspina di Pregola

Pirano

Un paese molto carino e molto romantico. Ricordo una striscia degli Sturmstruppen di Bonvi (roba ormai archeologica) che paragonava i "romantikonen" ai "kretinen".

Posta surreale

Le disavventure della scorsa estate con le spedizioni. Per fortuna quest’anno non ho più utilizzato le poste.

Di cosa sono ultragoloso

Non sono un tipo goloso. Ma per certe cose faccio eccezione.

Pota Pig

Non chiedetemi il perchè, ma a me Pota Pig fa morir dal ridere.

Foto di Brallo antiche 2

I miei post con le foto vecchie di Brallo hanno riscosso molto successo.

Rita

Spiace ripetermi, sembra quasi ch’io mi pianga addosso, ma è esattamente il contrario, questo video è un allegro omaggio a una persona allegra.


"La meditazione autunnale" – Giorgio De Chirico – 1912

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Cat VS Dog

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Estate quattordici

Che estate è stata questa estate duemilaquattordici? Beh sicuramente l’estate più "strana" di questi ultimi anni.

E’ stata l’estate di Cervinia, mai fatto camminate io prima d’ora. E’ stata l’estate dove ho battuto il record di apertura del negozio a Voghera (Il giorno 5 agosto ero aperto, un record assoluto!). Contemporaneamente è stata l’estate dove sono stato più a Brallo in assoluto, ho tenuto aperto tutti i giorni di agosto (a parte il 5 mattina), compresi i lunedì (non c’è nessuno che ha piacere di aspettarmi il lunedì). E’ stata l’estate di Milano Marittima (che pazzi che siamo, passano gli anni ma non cambiamo mai mai mai). E’ stata l’estate del cane Youssef (pardon, si chiama Yadis in realtà) e del gatto Briciola (lei si chiama proprio Briciola).

E’ l’estate del 10 e Lotto (rigorosamente estrazione istantanea), l’estate di Albera, è l’estate in cui non sono andato neanche una misera volta in Trebbia, neanche una! Non sono mai stato neanche un giorno a Rapallo e non ho neanche fatto un bagno in mare (beh si mezzo bagno a MiMa, ma non si conta, mentre a Lerici neppure quel mezzo, niente di niente). E’ l’estate della festa della birra di Pregola! L’estate del DiodelColletta che prima mi ha concesso la grazia ma poi me l’ha fatta scontare.

E’ stata l’estate senza un giorno di sole o meglio senza un giorno senza pioggia. E’ stata l’estate in cui gli affari sono andati bene, qualche festa di paese ma neppure troppe, qualche giro ma neppure troppi, l’estate dell’avviso di rottura motore e del corriere DHL. L’estate i cui non ho neanche chiuso le vetrine del negozio di Voghera e l’estate che è finita dentro alle mura di un ospedale, dopo aver vissuto a cento all’ora per tutta l’estate. E’ stato il mio di motore che si è rotto, non quello dell’auto. Febbre (e io me ne sono fregato, ancora febbre e non ci ho badato, ancora febbre e ho indagato, per finire al pronto soccorso e poi ricoverato. Eh va be’, posso dire che è stata la prima volta che da un pronto soccorso mi ricoverano, è stata la prima volta che ho fatto una flebo (e ho recuperato perchè ne ho fatte per così), e ho fatto tanti di quei prelievi che penso siano il doppio di quelli che avevo fatto nei 40 anni precedenti (quando in pratica non ne avevo quasi mai fatti)

E’ stata l’estate dei mille progetti, delle serate piene di sonno e stanchezza, della mancata salita al Breithorn, dell’amica di Milli e della gara di peso (ho vinto! Adesso peso 67kg, sono un figurino !) L’ho già detto della festa della birra di Pregola? Mi sa di si. E allora cito anche la disco a Lama e poi alla Fragolina. E mi sono dimenticato di citare Ponte di Legno e l‘Aprica, dormire col piumone quando anche a Brallo dormivo col lenzuolo, e infatti viva il softshell (è stata l’estate anche dei softshell). L’estate della Toscana (li non ci sono andato, ma ci sarei dovuto andare), della "mia" e della "tua", l’estate della para, di whatsapp e soprattutto l’estate che si può riassumere in una sola, breve, nuova, unica, potente, moderna, attuale, magica parola.

E’ stata l’estate del SELFIE !

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Dedicato a Chiara

Che dire?
Niente di nuovo sotto il sole.
Niente di nuovo, come sempre.
Quante volte l’ho già detto?
Quante volte l’ho già scritto?
Quante volte ho già scritto “Quante volte”?
Dovremmo darci una mossa?
Lo so, lo so, quante volte?
Cambierò, lo so, lo so.
Sono già cambiato, quante volte?
Spero di farcela, realmente.
Lo spero per me…
…di rivederla… quanto tempo?

(da "Randagio" – nessuno – 2004/2008 – per la cronaca "Chiara" è una persona che non esiste)


René Magritte – Les vacances de Hegel – 1958

 

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Esclusivo

Noi si che eravamo esclusivi.

Ricordo i ragazzi al bar. Tutti conoscono tutti e sono assiepati nei tavoli. I più timidi o le ragazze con davanti una Coca Cola, i più spregiudicati con in mano una Ceres. Si ride, si scherza, si chiacchiera.

Ricordo in discoteca le varie compagnie. Ognuna aveva il suo "posto" sui vari divanetti. Anche lì ci si conosceva tutti, o quasi, ma ogni gruppo aveva la propria identità: questi qui, quelli là, ecc.

Ricordo giù al Trebbia, quando c’era caldo ci si andava tutti insieme appassionatamente. Salviettoni, bibite in fresco, palla, tuffi e scherzi alle ragazze.

Ma ricordo anche che noi magari al bar ci andavamo meno, perché forse stavamo facendo un giro in macchina, probabilmente fino alla Fragolina (che ovviamente non andava così di moda)

E poi in discoteca, neanche a dirlo, noi non avevamo nessun posto, o forse tutti i posti ci andavano bene.

Insomma, eravamo talmente esclusivi che ci autoescludevamo. O forse no, soltanto su un diverso piano di movimento nelle fantasmagoriche strade della gioventù.


Roy Lichtenstein – Girl with rubber hair – 1965

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Crypto

Crypto è il primo romanzo di Dan Brown, che ho letto di recente. Non mi interessa se i "critici" dicono che Brown è commerciale ecc. ecc. A me piace, ha uno stile che mi prende molto, mi diverto a leggere i suoi libri e questo mi basta. Questo non è avvincente come altri successivi, però va via bene. 

Il suo stile fa sempre si che quando arrivi alla fine del capitolo succede qualcosa e hai voglia di continuare la lettura, anche perché sai che i capitoli sono brevi e ti viene voglia di farlo. E poi tiene fede alla tradizione che le sue storie si svolgono nell’arco di poche ore (di solito circa una giornata). Un altro fattore che me lo fa piacere è che la storia riguarda un algoritmo di codificazione dei dati (da qui il titolo), argomento "informatico" che per antonomasia mi interessa.

Io dire di leggerlo quest’estate, se non l’avete già fatto, anche perché lo troverete in qualche libreria al mare in edizione economica.

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Genova

 

Umbre de muri muri de mainé
 dunde ne vegnì duve l’è ch’ané
 
 da ‘n scitu duve a l’ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n’à puntou u cutellu ä gua

e a muntä l’àse gh’é restou Diu

 

u Diàu l’é in çë e u s’è gh’è faetu u nìu

ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
 

 e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria
 
E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià

int’à cä du Dria che u nu l’è mainà
 

gente de Lûgan facce da mandillä

qui che du luassu preferiscian l’ä
 

figge de famiggia udù de bun

che ti peu ammiàle senza u gundun
 

E a ‘ste panse veue cose che daià 
 
cose da beive, cose da mangiä
 
 frittûa de pigneu giancu de Purtufin
 
çervelle de bae ‘nt’u meximu vin

lasagne da fiddià ai quattru tucchi
 

paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
 
E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi

emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi
 

finché u matin crescià da puéilu rechéugge
 
frè di ganeuffeni e dè figge
 
bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä

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Il Negozio del Risparmio

Format Distributivi del settore moda abbigliamento in Italia: situazione e prospettive del piccolo punto vendita

Quarantaquattresima puntata (le altre le trovate guardadando qui)

Dopo numerose esperienze nel commercio, sia ambulante che in sede fissa, mio padre, Siro Tordi, aprì nel 1965 il negozio che tuttora gestisce al Passo del Brallo, capoluogo del comune più a sud della Lombardia, sugli Appennini Pavesi. All’epoca la differenziazione dei prodotti era impensabile per una piccola rivendita, specialmente avendo un bacino d’utenza delimitato, in una zona dove i trasporti erano spesso difficoltosi. Il negozio offriva quindi una varietà notevole di prodotti del settore tessile – abbigliamento, ma non solo.
Per l’avvenire si sarebbe prospettato un normale ritmo commerciale, con clientela circoscritta agli abitanti della zona, senza possibilità di migliorare un sistema di vendita già consolidato e all’apparenza immutabile e senza la possibilità (o la convenienza) di attuare politiche di marketing innovative a causa della distanza dai grandi centri abitati – anche a causa di infrastrutture stradali inadeguate – e dalla ristrettezza del possibile target di acquirenti.
Al contrario, grazie ad una particolare situazione socio-economica e ad una geniale intuizione, il futuro non fu così.
In quegli anni, grazie all’onda lunga del boom economico, ci fu un fiorente sviluppo del turismo, della pratica degli sport invernali e un incremento delle spesa media per l’abbigliamento. Non erano ancora di moda le località esotiche, sia per i costi, sia per la praticità, e il Passo del Brallo costituiva una delle mete preferite per chi voleva trascorrere giornate di relax con gite o passeggiate nei boschi o cimentarsi in sport invernali nei vicini impianti sciistici. I turisti arrivavano da ogni direzione, vista la posizione favorevole, al confine di quattro regioni contigue: Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Liguria.
L’intuizione fu quella di aggirare la consueta filiera di distribuzione (agenti, grossisti, ecc.) e rivolgersi direttamente alle ditte produttrici per strappare prezzi molto più vantaggiosi, acquistando stock di rimanenze, fine serie, campionari, e così via. Nacque così “Il Negozio del Risparmio”, la prima stock house ante litteram della zona. La profittabilità dell’impresa era legata alla quantità delle vendite, ma grazie anche al passaparola, ai prezzi molto contenuti e al savoir faire riguardante le relazione con la clientela, i clienti affluivano copiosi. Un particolare settore trainante fu quello delle attrezzature da sci, mercato ancora in fase nascente ma con ottime prospettive di sviluppo, con poca e costosa concorrenza e privo di category killer . Col tempo il punto vendita si è arricchito di altri prodotti di vari settori merceologici: pelletteria, calzature, abbigliamento griffato, pellicceria, abiti da uomo, pantaloni, e via dicendo, mantenendo sempre la politica dei prezzi ridotti, modificando e rinnovando continuamente gli articoli disponibili, ma conservando lo stile popolare, anticonvenzionale e un po’ folcloristico di un tempo.

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